“The Village” è un capolavoro

L’altro giorno mi sono riguardato per l’ennesima volta The Village di M. Night Shyamalan. Ora, questo regista ha prodotto vere opere d’arte (Il Sesto Senso), ma anche cagate pazzesche (E venne il giorno). Bisogna ammettere però che ognuno dei suoi film ha qualcosa di originale e qualche trovata che li rende guardabili almeno una volta. Pensiamo a Lady in The Water: non un’opera destinata a fare storia, ma ha i suoi momenti. Sì, lo so, forse sono troppo buono, ma che ci volete fare, mi disegnano così.

Ad ogni modo qualche settimana fa c’è stato appunto un altro passaggio televisivo di The Village. Io, solleticato dal trailer, ma allergico alla pubblicità che interrompe i film, me lo sono guardato con la mia ragazza in DVD. Ed ho notato quanto ancora, dopo dodici anni, la storia e i temi trattati siano attualissimi. Non esito a dire che The Village sia uno dei migliori film di Shyalaman, anche meglio del Sesto Senso, forse. Ora, mentre voi preparate i pomodori da tirarmi e iniziate a fischiare le baggianate che dico, lasciatemi spiegare.

Ovviamente attenzione spoiler.

– La protagonista è una donna. Cieca. Sì, c’è Joaquin Phoenix che è un uomo privo di paura e che non si ferma davanti a niente per proteggerla, ma alla fine è lui quello che si trova nei guai ed è lei che deve affrontare il viaggio nell’ignoto per poterlo salvare. Non so voi, ma io adoro questo sovvertimento dei ruoli classici. Mi hanno rotto le donne deboli che sanno solo urlare, scappare e nascondersi. Qui è lei quella che aiuta lui, è lei che scopre la verità, è lei che affronta e sconfigge il mostro. E non è nemmeno l’altro stereotipo hollywoodiano della donna forte e menefreghista: è una figlia devota ed è spesso terrorizzata e insicura, ma va avanti lo stesso.

Il film è creato e gestito in maniera perfetta. Non ci sono scene inutili, non ci sono inquadrature sprecate, non c’è un movimento che sia fuori posto: la recitazione di tutti gli attori è coinvolgente, ma sottile, non esagerata. Il montaggio ha un ritmo che si adatta ad ogni momento del film e questo ritmo è sottolineato in maniera esemplare dalle musiche di James Newton Howard. La colonna sonora non accompagna le immagini sullo schermo, le completa. Crea una tensione palpabile anche solo quando il regista mostra degli alberi mossi dal vento, oppure sottolinea il romanticismo di altre scene, che senza la musica sarebbero state molto più povere. Hilary Hahn al violino in particolare è ciò che rende questa colonna sonora davvero speciale. Provate ad ascoltarla senza avere il film davanti agli occhi: un capolavoro.

– Non ci sono “spiegoni”. Con questo intendo che non ci sono personaggi che spiegano le cose ad altri personaggi solo in maniera da poter far capire la storia anche allo spettatore. Qui il pubblico viene preso sul serio, e non come un branco di idioti a cui dover insegnare come allacciarsi le scarpe. Le sottotrame, il passato dei protagonisti, e anche le rivelazioni finali sono lasciate intendere, suggerite, mai dette. Qui si applica alla perfezione il show, don’t tell che dovrebbe essere il motto di ogni sceneggiatore che si rispetti. Mostra, non raccontare. E infatti qui le cose vengono sempre e solo mostrate, confidando nell’intelligenza di chi guarda.

La sottile tensione che il film crea è qualcosa di impareggiabile. Forse bisogna avere una forte sospensione dell’incredulità per poterla apprezzare, ma quanto ti diverti quando ti lasci immergere nel mondo che il regista ha creato per te. E non è qualcosa che passa quando rivedi il film e sai già come andrà a finire: il meccanismo della storia ti prende lo stesso e ti porta con sé.

E poi ci sono tutte le riflessioni che quest’opera ti porta a fare. La storia sarebbe già da sola sufficiente a giustificare l’esistenza del film, ma il valore aggiunto dei temi trattati e la profondità del pensiero che c’è dietro è enorme.

Il Male da cui si tenta di difendersi isolandosi dal mondo è uno di questi temi. Ognuno dei Fondatori ha subito delle perdite drammatiche, e questo è quello che li porta a voler staccarsi da tutto e creare un rifugio sicuro in cui poter vivere in pace. Ma alla fine il Male riesce comunque a penetrare anche nel loro villaggio, e perché? Perché il difetto è insito nella natura stessa dell’Uomo, e ci segue ovunque, per quanto lontano possiamo scappare. Per dirla in altre parole, l’essere umano come razza fa schifo, e anche creare un’Utopia nascosta al mondo esterno non è sufficiente a difenderci da noi stessi. Non c’è difesa contro qualcosa che vive dentro di noi, e che prima o dopo esce allo scoperto. L’invidia, la gelosia, l’avidità, la violenza: tutti tratti insiti nell’Uomo e che non aspettano altro di tirar fuori il loro brutto muso. L’idea di partenza dei Fondatori è fallace, e l’isolamento non può funzionare.

Eppure in questo film c’è speranza, ed è questo il tocco magico che gli dà potere.

Sì, l’Utopia in cui vivono è frutto anche della paura instillata dai Fondatori per non fare uscire nessuno dal villaggio. Sì, Noah tenta di uccidere Lucius Hunt, facendo penetrare la violenza in un mondo che fino ad allora era stato idilliaco.

Però.

Però quando Ivy esce dal villaggio, attraversa la foresta e oltrepassa il recinto della riserva, non trova un mondo esterno pronto ad azzannarla e approfittare di lei: trova invece un giovane ranger gentile. Questi la aiuta nonostante sia una sconosciuta e rischia il suo lavoro per lei, nonostante sia una sconosciuta strana. Non la porta dal suo capo, non le parla di trafile burocratiche per avere le medicine, non le chiede i documenti, non la sputtana: la aiuta e basta. Per cui, questo è almeno il messaggio che io colgo, c’è speranza anche nel mondo esterno, e forse non tutto è destinato ad andare a finire giù per il cesso, come a volte potrebbe sembrare.

Allo stesso modo, quando lei ritorna al villaggio porta con sé anche la notizia dell’incontro e della morte del mostro, che noi sappiamo essere Noah, ma che lei ovviamente non ha visto e crede quindi essere reale. Questo rende perciò reale anche la storia su Coloro Che Non Devono Essere Nominati, che fino ad allora era stata solo una favola per bambini, e che sembrava essere stata rovinata dal fatto di avere rivelato la verità ad Ivy.

Forse, dopotutto, c’è quindi speranza anche per il villaggio e per la loro vita isolata da tutto e tutti. Forse l’idea dei Fondatori potrà continuare ad esistere, nonostante tutto quello che è accaduto. E forse il Male esisterà sempre, ma allo stesso modo anche la speranza ci sarà sempre.

Questa potrebbe essere la morale finale del film: la razza umana è uno schifo, e noi non abbiamo controllo su quasi niente delle grandi cose che accadono ogni giorno. Ma abbiamo controllo sul nostro mondo, abbiamo controllo sulle nostre scelte, abbiamo controllo sulle nostre azioni.

Iniziamo da quelle.

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