Meravigliose

L’inizio di quest’anno, per me, è stato all’insegna dell’invidia più profonda.

Conoscete Mélanie Laurent? Se avete un minimo di cultura cinematografica ve la ricorderete in Bastardi senza Gloria (era Shosanna), altrimenti continuate pure a leggere che ve la racconto io.

Questa donna ha 38 anni. 38. È del 1983, giusto per essere precisi.

E questa donna, che è poco più vecchia di me, è meravigliosa. Questa donna, a questa (relativamente) giovane età, ha fatto un numero di cose che alla gente normale servirebbe una vita intera per fare, se anche mai le facessero. Ciò su cui vorrei porre l’attenzione però è che non solo ha fatto un milione di cose, ma che le ha fatte anche bene.

Ora, sorvolando sul fatto che sia bellissima (e lo è), solo fare la lista della spesa dei suoi traguardi fa paura.

Comincia a recitare a sedici anni, dopo essere stata notata da Gérard Depardieu: da lì è una crescita continua. Attraversa il panorama cinematografico francese diventando una delle sue stelle più grandi fino a quando, a ventisei anni, conquista la sua occasione e si ritrova a interpretare Shosanna in Bastardi senza Gloria, di Quentin Tarantino.

A partire da quel momento non la ferma più nessuno.

Mette in fila ruolo dopo ruolo in film francesi e americani, ricevendo critiche positive per ognuna delle sue performance. Io ne perdo un po’ le tracce fino all’altro ieri, quando la sua faccia mi compare nell’homepage di Netflix. A quanto pare è la protagonista (e praticamente unica interprete) di un film di Alexandre Aja, mai dimenticato regista di Alta Tensione e del remake di Le colline hanno gli occhi. Il titolo è Oxygen e anche qui la sua interpretazione è fantastica, riportandomi alla memoria quanto brava sia questa attrice.

Poi, per puro caso, scorrazzo su Amazon Prime e trovo un film che sembra interessante e che a quanto pare è tratto da un romanzo di Nic Pizzolatto, creatore di una cosetta chiamata True Detective, una di quelle serie che hanno fatto scuola come Breaking Bad. Estimatore dello scrittore, decido di dare una possibilità a questa pellicola, mai sentita, ma che vanta nelle parti principali due attori che di solito sono affidabili: Ben Foster e Elle Fanning.

Dopo essere rimasto a bocca aperta dalla visione del film, sconvolto dalla sua forza, dal suo realismo e dalla sua durezza, vado, come sempre, ad approfondire tutto quello che lo riguarda. E, guarda te, viene fuori che la pellicola è stata diretta da una donna, e nello specifico proprio da quella Mélanie Laurent che ho da poco riscoperto. Ancora a bocca aperta, continuo ad approfondire e scopro che questa attrice ha iniziato a dirigere film nel 2008 e che Galveston è già il suo terzo lungometraggio. Anche qui, i risultati ottenuti con il suo lavoro di sceneggiatrice e regista le hanno portato solo critiche positive e premi.

Poi, siccome mi voglio fare del male, vado ancora più a fondo e mi si rivela che, in tutto questo, lei intanto: ha registrato un album di successo, si è sposata, ha avuto due figli, e si è anche dedicata alla causa ambientale nel tempo libero.

Nel frattempo, gente come me è felice se riesce ad andare in palestra tre volte alla settimana.

Mentre sto facendo ricerche per questo pezzo, decido inoltre di ascoltare un po’ di musica e, grazie alla funzione Discover di Spotify (sì, me ne rendo conto: è la terza piattaforma di streaming a cui faccio pubblicità, ma così è, che ci posso fare) scopro un gruppo chiamato Dead Sara.

Me ne innamoro immediatamente e, come avrete notato che faccio per ogni cosa, mi incuriosisco e vado ad approfondire la loro storia.

La formazione base è composta da due donne e un uomo con l’aggiunta di un eventuale quarto, più che altro per supporto nei concerti.

Ora, che piaccia il rock o meno, questa band è oggettivamente una figata. E questa band, oltre ad essere brava, spacca anche di brutto. E spacca da quando ha iniziato a suonare, nel 2005, ad oggi, diciassette anni più tardi. E la leader, la forza, la grinta, la voce di tutto questo è una donna, Emily Armstrong. Che riesce a passare da momenti di pura rabbia a momenti di incredibile dolcezza nello spazio di una canzone.

Non conosco molte band che siano così abili a creare pezzi memorabili e, allo stesso tempo, che non abbiano perso né in studio, né dal vivo, quella grinta necessaria a spaccare davvero.

Loro ci riescono e, come dicevo, questa è una band per due terzi formata da donne.

Quello che intendo dire con questo mio pezzo, prima che le nazifemministe vengano a staccarmi i testicoli a morsi, non è che guardo a questi traguardi con stupore, anzi. Li guardo come una conferma a ciò che credo già da un po’, e cioè che ormai, nel 2022, i maschilisti che proclamano la superiorità dell’uomo sulla donna possono andare a nascondersi e che il problema non debba più nemmeno porsi.

È abbastanza evidente cosa queste donne siano riuscite a fare in ambiti che fino all’altro ieri erano perlopiù sotto il totale controllo di persone dotate di pene?

Mélanie è un’attrice pluripremiata, una regista pluripremiata e una cantante. Oltre a questo ha una famiglia e si dà da fare per rendere il mondo un po’ meno una merda.

Emily è la cantante di un gruppo rock che migliora ed evolve sempre di più nel tempo, ma che riesce a mantenere la sua potenza, senza mai dimenticare il cuore e senza svendersi come invece molti altri suoi colleghi maschi hanno fatto.

Cito loro, perché sono relativamente meno famose, ma vogliamo parlare di J.K. Rowling? Questa donna, da divorziata dipendente dal sussidio di disoccupazione, è diventata la scrittrice di uno dei più importanti fenomeni culturali della nostra epoca e una delle persone più ricche del pianeta. Questo, solo per poi decidere che poteva stare benissimo anche se era meno ricca e ha donato una vagonata di milioni di sterline in beneficenza.

Ora ha avuto la temerarietà di dire cose terribili su identità di genere e identità sessuale, dicendo perfino che, guarda te, una donna è una donna e un/una trans è un/una trans e che sono cose diverse. In un mondo politically correct e che teme l’idea di dire qualsiasi cosa che possa rischiare di offendere anche se non è un’offesa, tutti le hanno dato addosso per dimostrare invece quanto loro siano aperti e non offensivi e, in definitiva, degli ipocriti bastardi senza palle.

Lei non ha ceduto di un millimetro, tentando però di spiegare quello che intendeva in maniera più elaborata anche a quel mondo di analfabeti funzionali in cui ci ritroviamo a vivere.

Per una cosa del genere l’hanno perfino quasi esclusa dalla reunion dedicata al ventennale di Harry Potter al cinema, relegando il suo spazio a trenta secondi di una vecchia intervista su un’ora e quaranta di programma. Come se ognuno di quegli attori, di quei registi o di quei produttori, avrebbe potuto fare qualcosa del genere se, in primis, non fosse stato per lei, per la sua mente, per la sua fantasia.

Nel frattempo però lei continua a sfornare libri di successo, scritti in maniera divina e a fregarsene di tutti, dimostrando talento, coraggio e un paio di palle (metaforiche) che molti uomini nemmeno sognano di avere.

Ci sono molti ambiti pratici su cui lavorare ancora, tipo i gap negli stipendi (che comunque in tutti i lavori che ho fatto nella mia vita non ho visto accadere mai, per fortuna), la presenza femminile in posizioni di potere, o la gestione delle maternità (che ad oggi fa ancora schifo).

Però, per tutto il resto, mi sembra evidente ormai che non ci sia più nulla da dimostrare. Al contrario, mi pare che siamo solo noi uomini a dover dimostrare di essere all’altezza di quello che riescono a fare le nostre compagne.

E di fronte a persone come Mélanie, Emily e J.K. Rowling, a dire la verità falliamo miseramente.

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