La passione ti fotte.
Oh, sì.
A noi Millenial ci hanno fottuto alla grande, con questa storia della passione. È toccato anche a quelli prima, certo, ma noi Millennial siamo su un’altra scala.
Non che sia cosa di cui vantarsi, ovviamente.
E tutto perché quelli prima di noi, ma anche i nostri contemporanei, ci hanno venduto un’idea.
L’idea di trovare la tua passione, di farti guidare da lei, di fare le tue scelte per lei, e che, alla fine, questo ti avrebbe portato invariabilmente alla vita dei tuoi sogni e che tu, in mezzo alla massa di sfigati che vanno ogni giorno in fabbrica o in ufficio, mai ti ci saresti ritrovato.
È un’idea talmente pervasiva, talmente convincente, che è stata in grado di plasmare la società in così tanti modi che mi ci vorrebbe un libro per raccontarli tutti.
Ed è anche qualcosa che mi fa incazzare come una iena.
Intanto, con ‘sta storia che “sei speciale, il mondo non sta aspettando altro che te, do your thing…” e blablabla, ci hanno convinto che tutti avrebbero potuto farcela, qualsiasi cosa significhi per te farcela, appunto.
Solo in una nota scritta in piccolo piccolo si rivelava sotto voce che in effetti a farcela davvero sarebbero stati solo un’infima minoranza statistica e che era quindi estremamente improbabile che tu fossi uno di quelli.
Anche perché nessuno, mai, raccontava il vero ruolo in queste cose di elementi come famiglia di origine, conoscenze, soldi… e botte di culo.
E quindi via a scegliere lauree in scienze delle merendine, perché sono più facili e perché “sento che è quello che mi appassiona”. Via a scegliere lavori creativi perché così puoi esprimerti e divertirti e avere una professione stimolante. Via a provare a lanciarsi nel mondo dello spettacolo partecipando a talent, reality e stronzate varie. Via a provare a diventare blogger prima, influencer dopo e tutti a cercare di essere stra-ordinari.
Peccato che appunto se sei straordinario non sei ordinario, e il 99% delle persone è ordinario per legge statistica.
I problemi legati a questa idea così diffusa sull’inseguire la propria passione sono stati diversi.
Uno, per esempio, è legato al fatto che, se ci hai creduto, se hai creduto di essere straordinario e di meritare fama e ricchezze, e invece alla fine non ce l’hai fatta (magari non ci hai nemmeno provato, ma cazzo, il successo doveva pioverti addosso lo stesso, questo era quello che ti era stato promesso, no?), beh, forse ormai avrai fatto pace con te stesso, ma quanto tempo hai passato a guardare alla tua esistenza e sentirti insoddisfatto, manchevole, vuoto?
Perché, alla fine, ti sei ritrovato anche tu ad essere parte di quella massa di cosiddetti sfigati che ogni giorno deve andare a lavorare in fabbrica o in ufficio, tu che invece pensavi di essere quello straordinario, quello che sarebbe stato il divo, quello che avrebbe guardato tutti dall’alto della sua benevolenza.
Ah, che smacco.
E quindi eccoci con una generazione di insoddisfatti della vita, incapaci anche solo di rendersi conto di quanto nel frattempo avevano e si stavano perdendo e, anzi, non stavano nemmeno vedendo.
Poi ci sono gli altri, quelli che invece sognavano qualcosa di più semplice, non fama e ricchezze, ma magari solo la possibilità di lavorare con la propria passione, magari in ambito cultura, musica, marketing…
Ecco, questi si sono potuti godere il fatto di venire sfruttati a sangue, magari anche agggratis, perché dopotutto ci vuole la gavetta, dopotutto lo sai che in questo ambito i soldi sono pochi, dopotutto alla fine ti stai anche divertendo, questa è la tua passione, no?
E quindi via di ore e ore non pagate, via di notti di stress e ansia, via di giornate passate a correre da una parte all’altra, via di doppi o tripli lavori pur di riuscire a fare davvero della tua passione una professione (non) pagata.
E poi?
Poi se va bene, pacca sulla spalla e magari un 100 euro di premio, se va male, merda per te e “magari ripensiamo un attimo al tuo contratto”.
Nel frattempo, il tuo amico che non sa nemmeno coniugare un passato remoto e pensa che l’ipotenusa sia un’influencer di Instagram, lui che ha deciso che andava benissimo fermarsi con la scuola a sedici anni e andare a fare l’idraulico, ecco, lui si è appena comprato una Maserati da parcheggiare comodamente nel garage della sua villa.
(NB: e ognuno di questi esempi NON è frutto di immaginazione.)
Per cui fanculo alla passione.
Quella ti viene lo stesso quando inizi a fare un lavoro e piano piano diventi bravo.
Le altre cose che ami fare conviene a questo punto che te le tieni per le sere libere e per i week end. Il lavoro deve essere qualcos’altro, qualcosa che ti paghi il giusto per cui tu possa vivere, non bestemmiare ogni volta che c’è un imprevisto perché non sai se hai abbastanza soldi per riuscire ad affrontarlo.
Non è il lavoro a dare significato alla tua vita. O, almeno, non è detto che debba esserlo.
E, allo stesso modo, non lo è il fatto di diventare famoso.
Lo vedi quanti cazzo di VIP fanno una vita di merda? Quanti tirano avanti a suon di droghe, quanti si bruciano e quanti la fanno finita? Se fosse così figo essere famosi, nessuno di loro sarebbe preso così, sarebbero tutti delle persone equilibrate e felici. E invece no.
Mi vengono in mente un film e un documentario: Requiem for a Dream (con un giovanissimo Jared Leto e una bellissima Jennifer Connelly) e Videocracy.
Due opere completamente diverse, con obiettivi diversi, stili diversi, e ho già detto che in uno c’è Jennifer Connelly che è bellissima?
Però una cosa ce l’hanno in comune, ed è il vuoto. Il vuoto che le persone sentono dentro e che riempiono con cose sempre diverse, ma che le lasciano più vuote di prima.
Nel film si parla di dipendenza, da droghe e non solo, ma si parla soprattutto di sogni andati a male.
E di sogni si parla anche in Videocracy dove si vedono migliaia di persone sottoporsi a provini in squallidi centri commerciali, talent show idioti, reality ancora più idioti e compromessi, pur di arrivare ad una fama che eluderà quasi tutti loro e che brucerà malissimo il resto. Anche chi vediamo che ce la fa (se definiamo quello farcela) è evidentemente una persona che in verità non ha trovato la felicità in quel suo successo, ma solo altro vuoto. Qualcuno di loro se ne rende conto, altri continuano a rincorrere quella carota lucente, volendo di più, sempre di più, fino a sprofondare nell’abisso.
Proprio come in Requiem for a Dream, dove l’abisso è il destino comune che li aspetta.
Perché ognuno di noi sente di essere speciale, ognuno di noi vuole essere quello speciale. Ma non si può essere tutti speciali e, a qualcuno, questo apre un vuoto dentro, come se la vita non avesse valore se non ce l’hai fatta.
Ma cos’è questo vuoto?
È un vuoto di significato, di senso. Come se la tua esistenza non significasse nulla nel momento in cui non riuscissi a raggiungere la fama e la ricchezza e la “specialità”.
Ma la tua vita non è senza valore se non “ce la fai”. La tua vita non è priva di senso se la gente non ti guarda in TV.
La tua esistenza ha significato anche se non sei un influencer, anche se non sei un creativo del marketing, anche se non sei un divo televisivo.
Tu puoi avere il tuo senso. Sei tu che decidi quale deve essere.
Avere una bella famiglia e crescere i tuoi figli come brave persone?
Visitare in solitaria una nazione diversa ogni anno?
Dipingere i paesaggi naturali che circondano la tua casa?
Passare in moto i tuoi week end e girare la tua regione su due ruote?
Aiutare chi è in difficoltà unendoti alla Caritas o ad altre associazioni di volontariato?
Ogni cosa (ma anche più cose) possono donare senso alla tua vita, se scegli di dedicartici. Devi solo stare attento a non legarti a falsi significati che in verità sono come merendine industriali, che ti lasciano più vuoto di prima e nel contempo anche più malato.
Non sto dicendo che sia sbagliato provare a diventare un attore, un musicista, un art director. Dico però di non legare il senso della tua vita a quello, perché non è lì che si trova.
Se iniziassimo davvero a fare così, sai quanto in fretta si sgonfierebbero le industrie malate e sfruttatrici che ci sono dietro ad ambiti come quello dello spettacolo o del marketing?
Col cazzo che lavori gratis perché la tua passione è disegnare e allora dai proviamoci a diventare graphic designer anche a costi di perderci soldi e salute.
Col cazzo che vendi il tuo corpo perché vuoi apparire a tutti i costi su quello schermo TV.
Col cazzo che perdi te stesso alla ricerca di altro vuoto.
Trova invece il tuo senso in qualcosa di concreto, di reale. Se poi arriverà anche il resto, bene, se non arriverà, almeno non ti sarai venduto l’anima al diavolo solo per un pugno di like o per avere il tuo nome sulla pubblicità di una birra.
Tu sei speciale. Io sono speciale. Tutti lo siamo, nel nostro particolare modo.
Ma il tuo senso non sta nell’avere chi ti acclama per questa “specialità”, sta nel trovare soddisfazione in ogni cosa di buono che stai facendo, anche se ha significato solo per te.
Per cui magari il mio vaffanculo non va alla passione, ma più che altro a quelli che tentano di fregarti approfittandone spudoratamente.
Fai la tua vita, trova il tuo senso, trovala, questa tua passione, vivila, mostrala al mondo, ma non perdere te stesso per avere la considerazione, morale e/o economica, del sistema in cui viviamo.
Basta a te stesso, fai del bene agli altri e lascia questo posto un po’ meglio di come l’hai trovato.