Storia di una comparsa

Grazie a John Scalzi e a “Redshirts”

Avete mai avuto la sensazione di essere comparse all’interno della vita di qualcun altro? Qualcuno di bello, brillante, a cui sembrano sempre accadere avventure e cose interessanti, mentre voi comparite ogni tanto nella loro vita come una presenza di poca importanza?

Avete mai avuto l’impressione di non essere bravi in nulla, non avere particolari abilità, particolari interessi, ma di essere solo… beh, “mediocri”?

E avete mai avuto l’impressione di esistere solo a beneficio di qualcun altro, che grazie magari a una vostra battuta o a una vostra azione di cui nemmeno eravate consapevoli, andava avanti nella sua storia, ancora più brillante e interessante di prima?

A me capita spesso.

Mi sono detto che probabilmente è solo una mia insicurezza, un mio sentirmi inferiore agli altri. Mi sono anche detto che probabilmente mi faccio troppe seghe mentali e di finirla. La mia vita dopotutto non è male: ho un lavoro che mi piace, dei buoni amici e una ragazza.

Poi però, tutto d’un tratto, mi sono reso conto di non avere la ragazza. Io, d’altra parte, mi ricordavo di averla avuta fino al giorno precedente. Allo stesso tempo mi ricordavo perfettamente di non avere nessuno ormai da due anni e che il lavoro non mi piaceva granché e in verità non avevo nemmeno tanti amici. Anche come mi vestivo non era il mio solito stile. Oppure sì?

Avevo due ricordi contrastanti e perfettamente paralleli di chi ero e di cosa facevo, ed ero sicuro di entrambi, ma ne stavo vivendo uno solo dei due. Era come quando, in uno di quei libri di fantascienza, il protagonista si sveglia ed è in un altro mondo e in un’altra vita che non ha mai visto prima e non capisce come ci è arrivato.

A differenza di questo protagonista, però, io ricordavo che quella era davvero la mia vita, e quello ero davvero io. Però mi ricordavo allo stesso tempo di essere anche un altro e di avere un’esistenza che in verità era migliore di quella che attualmente conducevo. Com’era possibile?

Non vivendo però in un libro non mi feci prendere dal panico: provai a investigare un po’ sul mio passato, sulla mia situazione presente e non trovai altro che conferme di quello che ricordavo essere “attuale”. Mi feci anche vedere da una psicoterapeuta, ma non trovò niente di strano in me, a parte una lieve depressione e qualche problema di dipendenza dall’alcol.

Rimasi con uno stato continuo di perplessità per settimane, poi pian piano quelle sensazioni, quei ricordi, iniziarono a svanire. Mi ero immaginato tutto, avevo avuto un momento “strano”, ma ora era tutto a posto. Come si fa nella vita reale quando succede qualcosa di fuori dal normale, non ci badai molto nel momento in cui non succedeva più niente di particolare e andai avanti.

Poi successe di nuovo.

Mi svegliai e io non ero più io, ma ero ancora io.

Non avevo una ragazza, avevo pochi amici, ma avevo un lavoro entusiasmante come manager di una società finanziaria, ero pieno di soldi ed ero anche un po’ uno stronzo.

Fino al giorno prima però ero solo un perdente depresso e alcolizzato, no? E prima di allora un normale ragazzo in una normale vita.

Questa volta quasi schizzai, quando me ne resi conto. Per fortuna lo strano risveglio avvenne durante un week end e dopo una delle famose feste che ogni tanto tenevo nella mia bella casa al mare. Che feste? Che casa? Io non ricordavo nulla del genere.

E però ricordavo tutto.

Non persi tempo, stavolta. Prenotai subito una visita in ospedale, una serie di esami e mi feci fare un check up completo.

Niente tumori al cervello, niente di fuori posto. Era il momento di vedere un bravo psichiatra.

Dopo tre settimane di incontri e terapia e tentativi e ipnosi, mi arresi. Era esattamente come l’altra volta, e non c’erano vie d’uscita. C’era però una cosa che rimaneva sempre uguale nel corso del tempo: mi sentivo sempre la comparsa nella vita di qualcun altro che poi andava a vivere e fare ed esplorare, a volte a diventare un agente segreto, a volte a salvare il mondo, a volte a risolvere casi di omicidio, e una volta anche a diventare un supereroe.

Fu durante un momento di introspezione (sotto la doccia, come avviene di solito), che mi venne in mente un’ipotesi assurda, perfettamente surreale e perfettamente adatta alla mia situazione.

Era come se fossi una comparsa di diverse storie, che si susseguivano una dietro l’altra e in cui io avevo parti diverse a seconda della narrazione richiesta. Di base però non avevo un vero ruolo in queste storie: servivo solo di accompagnamento al vero eroe, solo come contorno al suo trionfo.

E, a ben vedere, non erano nemmeno storie così interessanti: probabilmente avevo a che fare con un autore di robetta da serie B. Cioè, analizzando chi, attorno a me, aveva poi proseguito la sua vita facendo cose fuori dal normale vedevo:

– la coppia dalla relazione travagliata in cui lui le era corso dietro in aeroporto e le aveva dichiarato il suo amore eterno e poi si erano sposati e amati e avevano vissuto per sempre felici e contenti;

– quello che una volta avevo visto a un ricevimento (dove io ero un cameriere) che ad un certo punto si metteva a lottare con un altro tipo, poi lo lasciava a terra sanguinante, poi faceva per andarsene, poi l’altro tentava di colpirlo alle spalle, poi lui rispondeva e lo batteva definitivamente, con la polizia che arrivava alla fine di tutto e arrestava quello che ormai era spalmato sul pavimento e l’eroe se ne andava con una super gnocca sotto braccio tra gli applausi di tutti;

– quello che era diventato un supereroe, e che io avevo visto mentre camminavo per strada che ad un certo punto si strappava di dosso i vestiti, rimaneva in calzamaglia e volava a salvare la città da un mostro. Questo è un po’ confuso come ricordo, perché mi sa che arriva da una vita precedente di tanto tempo fa;

– quello che era una detective che mi interrogava per sapere cosa avevo visto di un omicidio in cui il colpevole sembrava un serial killer imprendibile;

– quello invece che diventava un calciatore di successo dopo un inizio difficile.

Allora: intanto mi sembra strano che io mi trovi sempre in mezzo a fatti e a storie di persone così. Non penso che capiti a tutti di trovarsi immersi a cose del genere così spesso.

A me capita almeno una volta al mese.

E poi, ogni volta che capita, ultimamente, mi trovo sempre ad essere in una nuova fase della mia vita, in cui tutto quello che mi ricordo di me stesso è appena cambiato.

Nemmeno questo credo sia normale.

Perciò, ormai da qualche tempo, faccio molto più caso a tutto. Guardo tutti quelli che incontro. Quando succedono cose particolari, faccio una fotografia del momento, se riesco, e in ogni caso la foto me la scatto dentro la testa. Anche perché, finora, di quelle foto poi non ne ho più ritrovato una. Le perdo sempre, e non capisco il motivo.

Ricordo, però, e ancora abbastanza bene. Ricordo persone le cui facce sembrano già viste, e che ad ogni evento mi sembra di rivedere, sotto un’altra veste, magari. L’altro giorno mi è parso di rivedere il detective che mi aveva interrogato per il serial killer, per esempio: faceva il commesso di scarpe nel negozio da cui ho assistito a un inseguimento tra criminali. Oppure, due settimane fa al centro commerciale, la donna al mio fianco in sedia a rotelle che ha cominciato ad applaudire quando un ragazzo ha improvvisato una canzone per una ragazza, per poi chiederle di sposarlo? Lei, che ha scatenato l’applauso di tutti i presenti, l’avevo già vista ad un ricevimento un mese prima, e non era in sedia a rotelle, ma riceveva ospiti nella sua villa in riva ad un lago di montagna.

Non capisco queste ricorrenze e ogni volta sembro solo io che mi ricordo di loro dalle mie “vite passate”. Ho provato a parlare con qualcuno, quando ero abbastanza sicuro di averli già visti, e il risultato erano dialoghi che rischiavano di farmi rinchiudere in qualche reparto psichiatrico.

– Buongiorno.

– Buongiorno.

– Ehm, lo so che può sembrare strano, ma noi non ci siamo già visti, qualche tempo fa?

– Non mi sembra. Dovrei conoscerla?

– Ma sì, mi aveva interrogato riguardo a quell’omicidio dei due gemelli, ricorda?

– Signore, come può vedere io lavoro in un negozio di scarpe. Credo mi confonda con qualcun altro.

– Ne sono sicuro, mi ricordo anche quel neo sul naso che vedo proprio là!

– Si sbaglia, invece. Ora, se vuole vedere delle scarpe, altrimenti devo tornare al lavoro.

E via così. Una mi ha anche spruzzato addosso lo spray al peperoncino, giusto per non sbagliare. Ci stavo lasciando gli occhi, per colpa sua. Da quel giorno ho smesso di provare a parlare a queste persone, ma non ho smesso di osservare.

È grazie a questo mio atteggiamento che alla fine lui mi trova. Mi approccia subito, senza convenevoli.

– Ci siamo già visti?

– Non che io sappia. Chi è lei?

– Sì, ne sono sicuro. Ti ho visto guardarti intorno sospettoso già in due scene separate. In una eri un giocoliere interrotto dall’arrivo di una navicella aliena. Nell’altra eri un poliziotto che dirigeva il traffico mentre ti passavano vicino un furgone di rapinatori e una decina di auto della polizia all’inseguimento. E adesso ti vedo a fare il proprietario della fioreria dove una coppia di innamorati splendenti e bellissimi hanno appena organizzato il servizio per il loro matrimonio. Ogni volta non stai guardando il fulcro della scena, ma ti scruti attorno. Cosa cerchi?

– Tu chi sei?

– Cosa cerchi?

– Cerco facce già viste. Ma tu chi sei?

– Io sono una di quelle facce già viste, solo che mi so nascondere meglio di altri, che ne sono inconsapevoli.

– Inconsapevoli di cosa?

– Lascia perdere. Molla giù quelle margherite e seguimi al bar qui di fronte. Questi discorsi si fanno con davanti qualcosa di forte.

Incuriosito, lascio i fiori che ho in mano alla mia dipendente e lo seguo nel caffè che si trova davanti al mio negozio, e dove finora ricordo/non ricordo di averci messo piedi solo per qualche cappuccino e brioche.

Questa volta è diversa. Ci sediamo ad un tavolo e lui ordina subito due Jack Daniels senza nemmeno chiedermi se mi piace il whisky. Aspetta che arrivino, che il cameriere se ne vada e poi attacca a parlare.

– Quanto hai capito della situazione in cui sei, in cui siamo?

– Poco, temo. So solo quello che mi sembra di sentire, di intuire.

– Spara.

– Ecco, mi sembra di essere la carta da parati di una stanza dove si svolge una scena. La comparsa di uno spettacolo dove il protagonista non sono e non sarò mai io. E non capisco se sto diventando pazzo, se sono solo depresso, o se davvero c’è qualcosa che non va.

Mi blocco, poi decido di dire tutto.

– Ogni tanto mi sembra di svegliarmi e che la mia vita sia un’altra rispetto a quella che era fino al giorno prima. Mi sembra di svegliarmi nei panni di qualcun altro, con un altro lavoro, altri amici, altre donne. Ma ricordo chiaramente sia la mia vita precedente, sia quella attuale, come se fossero entrambe reali. E questa cosa si accumula e si accumula e io non capisco cosa stia succedendo.

Fisso il tavolo mentre gli parlo, ma quello che dice poi lui mi fa rialzare lo sguardo.

– Beh, perché è quello che sei. È quello che sei nato per essere: una comparsa, un comprimario, una riga all’interno di un romanzo, un’inquadratura all’interno di un film. È questo che sei.

– Che cosa stai dicendo?

– Non dirmi che non ci avevi pensato. Ho visto la tua faccia ogni volta in cui succedeva qualcosa di particolare e ogni volta in cui tu eri un’altra persona. Ti ho visto.

– Ci ho pensato, lo ammetto…ma è un’idea troppo fuori di testa, non ha senso. È più probabile che abbia qualche malattia che mi provoca allucinazioni…

– E ce l’avrei anch’io quindi? In due con la stessa, stranissima malattia?

– Chi mi dice che tu esisti? Magari sei il frutto della mia mente!

Mi guarda fisso.

– Vuoi dirmi che non ti sei fatto visitare quando hai iniziato a diventare consapevole di questi cambiamenti?

– Sì, ma è stato alcune vite fa… vite che nemmeno so se sono esistite, per cui potrei essermi sognato tutto.

– Potresti, è vero. Tutto questo potrebbe essere solo un un sogno o un’allucinazione. Ma secondo te lo è? Respira, guardati attorno, guarda i dettagli, pensa. Ti sembra il frutto di una mente malata?

Faccio come mi dice e mi guardo attorno, anche se so già cosa vedrò. La realtà non è mai stata più reale di così. Vedo ogni piega della sua camicia, vedo dove se l’è macchiata, probabilmente a pranzo. Vedo i segni sul bancone del bar lasciati da decenni di tazzine e bicchieri. Vedo le persone che ci attorniano, vedo le rughe di stanchezza sulla faccia del cameriere che ci ha servito e vedo la barista che si massaggia un polpaccio con una smorfia sul viso e vedo le crepe sul soffitto e vedo la mosca intrappolata nel lucernario e sento il rumore di persone che parlano che arriva dal locale, il rumore delle auto che arriva dalla strada e respiro profumo di caffè, e allo stesso tempo l’odore del whisky che ho ancora davanti e che devo ancora bere.

Tutto ciò è reale. Non posso negarlo nemmeno volendo.

– No, è tutto vero, lo so. Ma non posso accettarlo.

– Non è facile, e ci sono passato che io, sai. Ci siamo passati tutti.

Questa è la mia volta di guardarlo fisso.

– Tutti?

Lui sorride.

– Pensavi di essere l’unico?

– Forse no, ma ogni approccio che ho provato mi ha solo provocato occhiatacce e tempo perso. Me ne ero quasi convinto, ad essere sincero.

– Beh, non è così. Io stesso ho, diciamo, “liberato” altri tre come noi. E chissà quanti altri ce ne sono che prima o dopo se ne sono accorti.

– Ma quindi cosa siamo, per davvero?

Si prende il suo tempo per rispondere, poi inizia.

– Quello che ti dico è qualcosa su cui abbiamo ragionato in molti. Io credo che siamo arrivati ad una sorta di conclusione, ma non ne possiamo essere certi, e penso non potremo mai esserlo. La mia, la nostra, convinzione è che siamo le comparse di uno scrittore o di uno sceneggiatore non troppo di talento, ma molto proficuo. Lui scrive e scrive, ma come forse hai potuto notare, le storie di cui ti trovi ad essere una comparsa non sono così originali o così interessanti. Ma lui va avanti, e in ogni sua storia ha sempre bisogno di personaggi secondari, comprimari e comparse. Ci sono gli eroi, i protagonisti, la gente eccezionale, e poi ci sono quelli come noi: i normali, i mediocri. Noi serviamo solo da sfondo alle loro imprese, alle loro vite. E siccome questo scrittore non è nemmeno lui uno proprio eccezionale, le sue comparse sono più o meno sempre gli stessi personaggi, solo “vestiti” in maniera diversa. È anche vero che siamo solo comparse però, è comprensibile che non ci crei in maniera completa come invece farebbe con un protagonista.

– E non è svilente, rendersi conto di essere solo una pedina di nessun valore?

– No!

E ride, felice. Poi continua.

– No, è questo che voglio farti capire. È liberatorio, non capisci?

– No, non lo capisco per niente. Ogni giorno potrebbe essere il giorno in cui mi sveglio e sono qualcos’altro, qualcun altro. E quello che sono non ha nemmeno il valore di essere protagonista di qualcosa!

– È qui che ti sbagli, – sorride trionfante, – perché tu fai il drammatico e pensi di essere alla totale mercé di un “destino già scritto”. Ma non è così. Proprio perché sei solo una comparsa, tu non sei stato “scritto”, lo capisci?

Lo guardo con una faccia da cui presumo capisca che non ho capito un cazzo.

– Vedi, se fossi tu il protagonista della storia, la tua vita sarebbe completamente scritta. Ogni tua azione sarebbe prevista, preordinata. Quello che sei: scritto. Quello che farai: scritto. Per il periodo in cui dura la storia, almeno. Dopo, e prima, non lo so sinceramente. Ma di sicuro so che i protagonisti non sono “liberi”. Noi sì!

– Ma se mi trovo sempre costretto in storie diverse, in comparsate diverse e ognuna senza valore!

– Perché ti lasci intrappolare in questo mondo, in questo sistema. Ma tu puoi uscirne, come io e mille altri abbiamo fatto! Lascia che lo scrittore si trovi altre comparse da far apparire e scomparire per pochi secondi nei suoi libri!

– E come dovrei fare allora?

– Il segreto è intanto comprendere questo: tu non sei “scritto” e la tua vita non è “scritta”. Non sei abbastanza importante perché lo scrittore si sia preso la briga di decidere ogni tuo passo, di spingerti in una certa direzione, di darti una passione o un’ossessione così forte da non lasciarti scelta riguardo a ciò che puoi fare della tua vita. Sei solo una delle tante righe del romanzo o dei romanzi che lui sta scrivendo. Capisci cosa intendo?

– Fin qui ci arrivo, grazie, è il resto che mi sfugge.

– Beh, è proprio questo il resto del discorso: sfuggirgli.

Mi fa l’occhiolino.

– Ora, sai quel che si dice di Dio che vede tutto, anche fino all’ultimo passero che cade?

– Sì, mi sembra di ricordare una cosa simile.

– Beh, il nostro scrittore non è così bravo da vedere e da ricordare ognuna delle singole comparse che inserisce in questo o in quel libro. È per questo che può “sfuggirgli” di te. Si può dimenticare, capisci? Puoi scappargli di mente, letteralmente.

– E come? Quando mi sveglio e mi trovo con la vita “cambiata” sono in una qualsiasi zona geografica e in qualsiasi città. Se anche mi spostassi, la volta successiva in cui avrebbe bisogno di me mi troverei ripreso e riportato dove gli servo.

– Perché non gli devi sfuggire geograficamente, ma gli devi sfuggire mentalmente!

Continuo a mantenere la mia solita faccia di quello che non capisce un cazzo nemmeno dopo che glielo hai spiegato.

– Lui ha bisogno di comparse per le sue storie: quando le inserisce nei suoi scritti, tipo “il poliziotto vide passarsi accanto l’ambulanza a sirene spiegate”, lui non ha in mente te in particolare, ma una figura generica, che puoi essere tu o qualcun altro. A lui non è che interessa avere te: a lui interessa occupare quel buco.

– Sì, ma io continuo a non capire come potrei fare in modo di non essere “preso”, nel momento in cui la mi a vita si piega alla sua volontà ogni volta che gli servo.

– Questa è la più grande figata e la tua più grande libertà. Quello che devi fare, che puoi fare, perché nessuno ti obbliga, è renderti meno generico, renderti più speciale.

– Cioè?

– Noi non siamo “scritti”, questo penso tu lo abbia capito, ormai. Questo significa che quello che vogliamo fare di noi stessi è esclusivamente in mano nostra, anche se non ti sembra. Ci sono delle cose di noi che sono solo nostre, che non appartengono al ruolo che ci è stato cucito addosso in vista di quella piccola particina che abbiamo nella storia. Abbiamo talenti, ambizioni, passioni, anche solo curiosità che non sono state scritte, ma che sono nostre e che ci rendono quello che siamo, a prescindere da quello che è il desiderio dello scrittore. Lui non va così a fondo nel caratterizzarci, perché non siamo così importanti.

Lo interrompo.

– Non capisco ancora quale sia il nesso tra le cose. Chissenefrega delle mie passioni, se anche ne avessi. Non è quello il punto: anche se mi mettessi a coltivare, che ne so, l’hobby della pittura, non è che per questo sarei meno soggetto alle sue bizze!

– Perché tu pensi solo a iniziare a fare qualcosina qua e là. Io quello che ti sto dicendo è che devi darti da fare per rendere tutta la tua vita speciale. Tu ora sei solo un qualcuno “generico”, mediocre in tutto e adatto, alla fine dei conti, ad essere solo una comparsa nella vita di qualcun altro. Ma non deve per forza essere così: puoi essere tu qualcun altro di “speciale”, per così dire. Puoi tirarti fuori da questa situazione con le tue stesse forze.

– Non ho ancora capito come, però!

– Devi smettere di essere una comparsa della tua stessa esistenza. Devi creare una storia della tua vita e diventarne il protagonista. Cosa fa un protagonista? Vive esperienze grandi, prova a compiere grandi imprese e magari fallisce e poi riprova. Scopre mondi diversi. Esplora. Va alla ricerca di avventure. Non si accontenta. Se tu farai lo stesso, quando lo scrittore evocherà nei suoi racconti un comprimario, tu non sarai più un qualcuno generico e mediocre che può sballottare e usare dove vuole. Non c’entrerai più nulla con lui e non potrà toccarti. Tu sarai già il protagonista della tua storia, e lui non può “prendersi” i protagonisti di altre storie per usarli come comparse nelle sue. Capisci ora?

I miei occhi si spalancano un po di più.

– Forse adesso sì.

– Segui quello che sei al di fuori di ogni spinta esterna che ti arriva da lui. Segui quello che ti rende davvero tu, a parte i ruoli che ti sono stati cuciti addosso, e fai quello che devi per trasformare la tua vita in una storia che ti piacerebbe leggere. È solo così che ne esci.

– Ora è chiaro. Non so da che parte dovrei partire, ma è chiaro.

Rido.

– Non è che ci sia niente di che in me, è per questo forse che sono continuamente e solo una comparsa. Non ho quello che serve.

– Beh, qui devi capirti tu. Puoi accontentarti di rimanere così, e venire manovrato da quello che vuole lo scrittore ogni giorno. O puoi tentare di scoprire le tue inclinazioni, quello che sai fare, esplorare nuove cose, provare a fare della tua vita qualcosa di più gustoso. Provare a vivere esperienze memorabili. Non c’è una scelta giusta o sbagliata. Sai che se ci provi, per quanto piccola sia la possibilità di farcela, quella possibilità esiste. Se non ci provi, non esiste nessuna possibilità.

Sorride, si alza, mi dà la mano e mi saluta.

– Ci tenevo a parlarti, ma ora devo scappare. Ero in zona per affari, ma ora ho un volo che mi aspetta per Brisbane. Voglio farmi l’Australia coast-to-coast, questa volta.

Mi lascia lì, a bocca aperta, e se ne va.

Io non so che credere, che dire e men che meno che fare. Mi alzo anch’io (il whisky intanto è rimasto lì, intoccato) e me ne vado, dopo aver scoperto che lui aveva già pagato.

Nonostante tutto sono ancora in dubbio, non so ancora se quello che mi ha detto ha senso, se è vero, oppure no. E non so nemmeno se la sua tattica funzionerebbe.

Poi, mentre mi dirigo verso la mia fioreria, un pensiero mi colpisce:

E se anche tutto quello che ha detto fosse una cazzata? Cosa ci perderei a tentare di fare della mia vita una storia degna di essere raccontata? Cosa ci perderei a provarci?

Appunto, cosa ci perderei?

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *