Sogni

Tempo fa mi sono svegliato con uno stiramento alla schiena.

Dieci giorni dopo avevo un braccio graffiato dal gomito alla spalla.

La settimana successiva, un’abrasione alla testa.

La mia ragazza, scherzando ma non troppo, ha iniziato a chiedermi che cosa faccio di notte. Io non ho saputo risponderle, e visto che ci dormo assieme, sono abbastanza sicuro di non essere nemmeno sonnambulo. Lei quando si alza per andare in bagno o quando magari si sveglia durante la notte mi vede sempre dormire pacifico come un bambino, per cui le cose sono tre.

a) Anche se lei non se ne accorge in verità mi agito tantissimo mentre sono a letto e continuo a farmi male senza volere.

b) Sono un sonnambulo.

c) Quando sogno vado in un altro mondo e vivo avventure pazzesche da cui esco con qualche ferita di poco conto perché comunque sono un super figo e non mi faccio mai male.

Per quanto la terza opzione sia molto più interessante, temo non sia molto realistica, per cui ho deciso di andarmi a fare visitare. Nel frattempo che aspetto la visita del medico ho scelto però anche un approccio più “pratico” alla cosa: mi sono fatto legare braccia e gambe al letto ogni sera.

Uno dei miei più grandi talenti è quello di poter dormire in ogni luogo, posizione e temperatura, quando ne ho la necessità. Nessuno mi batte in questo. Ho deciso quindi di usare questa mia abilità per mantenermi completamente bloccato durante la notte e riuscire così a confermare che le ferite erano effettivamente autoinflitte. Stefy, la mia ragazza, non era molto convinta, ma ho la testa abbastanza dura da riuscire a fare più o meno sempre quello che voglio, e alla fine mi ha accontentato.

Forse se l’è anche goduta a farlo, a ben pensarci. In ogni caso, non è servito a niente.

Devo essere sincero, ho fatto un po’ fatica ad addormentarmi, la prima notte: mi ci saranno voluti almeno dieci minuti. Quando mi sono svegliato il giorno dopo non avevo nessuna ferita, a parte un po’ di indolenzimento diffuso causato dalla posizione. Tutto bene, quindi. Anche il secondo e il terzo giorno mi sono svegliato senza ferite.

Il quarto giorno avevo un occhio nero.

Magari me l’ero fatto da solo comunque, sbattendo la testa libera, contro una spalla. Ho continuato il mio esperimento, quindi, tanto ormai mi ero abituato ad essere legato. Avevo anche trovato qualche altra applicazione per quei legacci con la mia ragazza, per cui non ero così ansioso di rimetterli in garage.

Il quinto giorno mi sono svegliato con quattro graffi paralleli e profondi sullo stomaco. Impossibile che me li fossi fatti io. La cosa interessante che ho notato è però stata che quando ho aperto gli occhi la maglia del pigiama era asciutta. Il sangue ha iniziato a macchiarla solo alcuni secondi dopo, come se le ferite fossero apparse solo quando mi sono svegliato.

Dovevo fare però un altro esperimento, prima di rassegnarmi alla stranezza del mio caso e aspettare speranzoso che il dottore sciogliesse per me questo enigma.

Ho mandato Stefy a dormire dai suoi e mi sono chiuso in camera, lasciando la chiave nella serratura. Lei non è stata felice di questa mia scelta, e anzi si è seriamente incazzata che io pensassi potesse essere lei a farmi del male durante la notte, ma o le cose sono molto strane oppure è lei il problema e magari mi ferisce senza nemmeno rendersene conto. Mai visto Paranormal Activity? Ecco, una cosa del genere.

I primi quattro giorni di risvegli mi hanno portato a temere che fosse proprio così. Sono state mattine in cui mi sono alzato riposato, felice e con la pelle integra ovunque. Stavo già iniziando a pensare a come dire alla mia ragazza che forse era ora di farsi vedere da uno psichiatra o un esorcista perché era lei la causa di tutto. Stavo perfino già iniziando a informarmi da Mastro Google chi potesse essere più adatto ad aiutarla.

Poi mi sono svegliato stamattina, sputando sangue, con una costola ammaccata e un buco sanguinante in una gamba, solo e barricato nella mia camera.

Mi sa che alla fine sono proprio io la causa, anche se non so come possa essere.

Mi sa che, comunque sia, sono nella merda. Dove vado, di notte? Chi sono di notte? E come faccio a scoprirlo? Io non mi ricordo nulla, non mi sono mai ricordato i sogni, nella mia vita, e di sicuro non mi ricordo cosa mi sta succedendo ora in queste notti.

Dopo due giorni a disperarmi e a svegliarmi ogni volta con qualche nuova ferita, mi è venuto in mente qualcosa a cui non pensavo dall’adolescenza e che potrebbe essermi utile. Questo qualcosa potrebbe essere la soluzione ai miei problemi o, quanto meno, aiutarmi a fare un po’ di chiarezza.

Il nome di questo qualcosa è “marijuana”.

Le uniche volte che ricordo di aver ricordato (sì, lo so, frase un po’ intricata) i miei sogni è stato quando, da giovanissimo, avevo fatto qualche esperienza con gli spinelli. In quelle occasioni ho memoria di sogni molto vividi e risvegli a volte da pelle d’oca. Ora non ricordo che sogni fossero, ma so che sono state le uniche volte nella mia vita in cui ciò è accaduto, e so che sono anche state il motivo per cui ho poi smesso completamente con quel tipo di droga.

Adesso però, questo narcotico potrebbe essere proprio quello di cui ho bisogno.

Gli anni sono passati, ma i contatti sono rimasti: nel giro di un quarto d’ora e tre telefonate, ho organizzato il recapito a domicilio di un etto di marijuana, con annesse cartine, accendino e filtrini. Forse un etto è molto, visto soprattutto che sono passati vent’anni dal mio ultimo spinello, ma i soldi non mi mancano e se devo procedere in qualche modo, meglio procedere con abbondanza di mezzi.

Chiamo Stefy, le dico come sono andate le cose in questi ultimi giorni e la aggiorno sui miei prossimi esperimenti in programma. Lei passa da incazzata, a tranquilla, a incazzata di nuovo nel corso della telefonata. Voler fare tutto da solo e dirle di rimanere ancora a dormire dai suoi forse non è stata un’ottima idea, ma voglio arrangiarmi e so per certo che se venisse disturberebbe qualsiasi cosa io riesca a mettere in piedi. C’è un certo grado di rischio, lo so, ma ho più bisogno di chiarezza che di ridurre i miei rischi.

Organizzo la mia serata in modo preciso: preparo tre spinelli, poi ceno, guardo un film, bevo una birra e mi fumo il primo. Mi sale una sventola di quelle che mi trovo a barcollare già sulla via del bagno. Sono davvero fuori allenamento. Mi vien da ridere, un po’ mi viene anche da vomitare, ma alla fine tutto si stabilizza in una sensazione di benessere generale che mi accompagna mentre mi dirigo verso il letto.

Chiudo la porta alle mie spalle per abitudine, poi tolgo la chiave, la metto in un cassetto del comò e finalmente mi butto a dormire. Resisto forse il tempo di pensare che se non funziona dovrò decidere cosa fare di tutta quella marijuana e degli spinelli già preparati. Poi sprofondo in un sonno senza sogni.

O almeno questo è quello che credo succeda.

Quello che sperimento invece io è il buio della mia camera su cui chiudo gli occhi una volta, due volte, tre volte. Poi la sensazione di sprofondare che precede l’addormentarsi vero e proprio.

E poi riapro gli occhi su di un cielo pieno di nuvole basse e scure, dicendo:

– Andremo. –

Mi guardo attorno e vedo solo cenni di assenso. Prendo e mi dirigo a passo sicuro verso uno degli edifici che si trova ai bordi dell’arena dove mi trovo. Sembra che sappia quello che sto facendo, perché in effetti lo so.

La sensazione è stranissima, ma la ricordo bene, come se la sperimentassi ogni giorno. Non è come essere il passeggero di un auto che va avanti per conto suo. Non è nemmeno come essere perfettamente in controllo di tutto, come nella vita reale.

Sono contemporaneamente protagonista e osservatore di quello che sta succedendo. È proprio quella sensazione tipica di quando sei in un sogno: lo vivi, sai cosa devi fare, ma allo stesso tempo non sai minimamente cosa stia succedendo e ti guardi attorno senza capire davvero nulla.

Sai benissimo chi sei e cosa fare.

E sai benissimo di essere anche qualcun altro e di non sapere nemmeno da che parte sia il bagno.

Mi rassegno all’unica cosa possibile: mi rilasso e lascio che la parte di me che sa cosa deve fare prenda il comando e faccia quello che deve, sperando non si accorga di avere un passeggero clandestino a bordo.

Mi sto dirigendo quindi verso uno degli edifici che attorniano l’arena centrale, che noto essere in terra battuta e ghiaia. Il mio incedere è sicuro, ma dentro sento di non essere così sicuro come voglio apparire. Sono il leader, però, e non posso farmi vedere debole. Quello che ci aspetta è sangue, dolore, fatica, probabilmente morte, molto meno probabilmente successo.

Lo faremo in ogni caso, certo, ma dentro di me sono convinto sia una missione suicida, anche se non lo ammetterò mai con nessuno.

Quando arrivo all’edificio che riconosco come casa mia, scopro che l’interno è spartano, spoglio. Un’unica stanza, un letto singolo, un baule, un tavolo e una sedia, una lampada a olio spenta e alcune armi appoggiate al muro. La mia attenzione non si sofferma su nessun oggetto, abituata a vederli là come sempre, ma si concentra direttamente sul baule, dove ci deve essere tutto quello che mi serve per prepararmi al viaggio.

Non so di che viaggio la mia mente stia parlando, ma so che se tentassi di approfondire rivelerei subito la mia presenza e non posso permettermelo, al momento.

Mentre apro il baule però la mia coscienza di quello che succede sembra scivolare via, come se mi stessi svegliando. Tento di rimanere aggrappato al presente, tento di non cedere, ma poco dopo apro gli occhi e sono nella mia solita camera, nel mio solito letto e il puzzo di vino e marijuana è così forte che corro in bagno a vomitare.

Dopo essermi ripulito e aver fatto prendere aria alla stanza mi ributto a letto e riprovo a dormire e a tornare dall’altra parte. Niente da fare, riesco a prendere sonno, ma quando mi risveglio al mattino, a parte il mal di testa, non ho altri ricordi di essere riuscito a tornare di là.

Non c’è alternativa: devo riprovarci.

Lascio passare la giornata senza prestarle la minima attenzione, tutto proiettato verso la notte successiva. Al lavoro a malapena parlo con i colleghi, e quando vedo invece Stefy che mi chiama, nemmeno le rispondo. Le scrivo un messaggio dopo, dicendole che sono in riunione e che ci sentiremo la sera, ma ovviamente non la richiamerò più. Non posso dirle quello che sta succedendo, non posso nemmeno mentirle e di sicuro non posso ritornare a vivere con lei nel bel mezzo di questi esperimenti.

Perché no?

La domanda che mi entra in testa di soppiatto mi coglie un po’ di sorpresa.

Perché o mi prenderebbe per pazzo, o mi impedirebbe di fare quello che devo o con la sua presenza disturberebbe l’esito degli esperimenti.

Dopo questo però, l’unica cosa che riesco a pensare è che se davvero ho così poca fiducia in chi mi sono scelto come compagna di vita, forse tanto vale che lasci perdere tutta la nostra storia.

La richiamo, le dico che va tutto bene, e le do appuntamento a casa. Le dico che avrò bisogno di lei e che avrò bisogno che si fidi di me. Le dico che così pare tutto la brutta copia di un film di serie B, ma che in effetti questa volta ci sarà davvero bisogno di un atto di fede. Lei non batte ciglio e mi dice semplicemente che non ci sono problemi e che ci vedremo dopo.

Ho un po’ di paura, sinceramente, ma oltre al discorso della fiducia, avere lei e la sua testa dalla mia parte potrebbe essere davvero utile.

È così quindi che ci ritroviamo alle nove di sera, seduti al tavolo della cucina con una bottiglia di vino e poco meno di un etto di marijuana. Lei ovviamente non crede molto a quello che dico, ma ha fatto davvero atto di fede e sa che ci credo io, per cui prende seriamente la cosa e prova a darmi una mano come può.

– Allora, intanto niente vino, stasera. –

– Come, niente vino? E perché? –

– Perché se devi fare un esperimento bisogna farlo in modo serio. Se ieri ha funzionato, ma ti ha fatto stare male, non è una cosa sostenibile nel tempo, in caso dovesse rendersi necessario. Dobbiamo trovare la quantità giusta di fumo da farti rimanere in quello stato di quasi-controllo dall’altra parte e fare in modo che non torni qui prima del tempo. E magari nel frattempo non farti diventare un tossico. –

– La marijuana non provoca dipendenza. –

– Mah, se lo dici tu. Allora, proviamo come dico io? –

– Sì, dai. Qui ci sono ancora i due spinelli che mi sono fatto ieri, ma che poi non ho più fumato. Possiamo usare quelli intanto, no? –

– Secondo me, no. Uno spinello e una birra sono stati troppo poco per farti rimanere di là, e troppo per il fatto di averti fatto star male. Io propongo di prendere la marijuana che c’è nei due spinelli e riunirla in uno solo, più potente. Vedrai che funziona. –

– Si vede che non hai mai fumato in vita tua, – rido. – Quello che dici nella pratica è impossibile da fare, sai. Facciamo che me li fumo entrambi e a posto, no? –

Lei sembra un attimo perplessa dalla semplicità della cosa, poi dice:

– Beh, in effetti… –

Le sere e le notti seguenti sono una routine comprensiva di doccia, cena, test e sonno. E sogni. Ogni notte, oramai. Ci siamo dotati di un bilancino di precisione, come quelli dei veri drogati, e aumentiamo pian piano la quantità di narcotico da fumare prima di dormire. Ogni notte sogno un po’ di più, e ogni notte torno un po’ più consapevole di quello che sta succedendo. Ogni notte sembro capire qualcosa di più della situazione in cui mi trovo da una parte e dall’altra, e quando certe volte mi sveglio ferito, spesso ricordo cos’è successo dall’altra parte.

Stefy inizia a credermi davvero, intanto, se non altro per il fatto di essere rimasta sveglia un paio di notti a sorvegliarmi. Non avevo mosso muscolo, ma un paio di volte, nel momento in cui aprivo gli occhi, lei aveva visto in diretta delle ferite apparirmi sulla pelle, dal nulla. Non può vedere cosa succede nei miei sogni, ovviamente, ma capisce che sta accadendo qualcosa di strano e quello che dico, nonostante sia fuori di testa, sembra dare un senso al tutto.

Io nel frattempo ho iniziato ad essere più presente nei miei sogni e a capire e ricordarmi di più di ciò che accade: ci stiamo avvicinando alla dose giusta e, oltretutto, comincio a prenderci un certo gusto. Vado a letto, chiudo gli occhi e inizio un’altra vita, poi quando li riapro da questa parte sono riposato come se avessi davvero dormito, mentre invece di là ero un cavaliere in missione.

Una figata.

Che poi la missione sia suicida, che continui a subire ferite, e che rischi di morire praticamente ogni giorno è un altro discorso.

Alla fine questo è quello che ho capito di ciò che sta succedendo.

L’altro è in un mondo che sembra completamente alieno e completamente familiare, come se ci avessi vissuto da sempre, ma non lo avessi mai visto. Lo strano legame interdimensionale che connette me e lui (che scopro chiamarsi Darren) rende anche difficile fare una vera distinzione tra noi due in verità. Credo che siamo collegati da sempre e che sia per questo che parte di me riconosce e capisce il luogo in cui apro gli occhi ogni notte e ne intuisce le regole in modo così facile. Sono però rimasto sempre ai bordi, senza una vera coscienza o una vera volontà per tutto questo tempo. Solo adesso, e non capisco ancora perché proprio adesso, ho iniziato a portarmi di qua gli effetti di quello che succede di là. E solo con la marijuana ho iniziato a vedere e capire sul serio, ma sempre rimanendo fuori dalla sua coscienza. Non so cosa accadrebbe se si rendesse conto di avere un ospite non invitato nella sua mente.

Quello che ho scoperto comunque di lui/me è che è il capitano di un gruppo di guerrieri scelti, di quelli che mandi a spaccare culi quando serve. Tutte le mie ultime ferite derivano proprio da combattimenti di allenamento fatti con i miei sottoposti, che ultimamente stanno diventando sempre più bravi.

A quanto pare siamo in un mondo in cui vige ancora una sorta di feudalesimo, e noi siamo al servizio di un signore di queste terre. Non è un re, anche se si chiama Arthur, e noi non siamo Cavalieri della Tavola Rotonda. Lo stile è quello, però: lui è il nostro capo, è amato e rispettato, noi gli abbiamo giurato fedeltà, e adesso lui ha bisogno del nostro aiuto.

Mi sembra di essere a una delle mie serate nerd di giochi di ruolo. Mi mancano solo i dadi, ma vista la mia fortuna al gioco forse è meglio così.

In ogni caso quello che è successo è questo. Il nostro signore Arthur si è fidato troppo di un gruppo di mercenari che ci doveva aiutare a liberarei di una banda di fuorilegge. Questi banditi infestavano da tempo la foresta di Wornot, la più vasta della nostra signoria e i mercenari dovevano fare in modo che con i nostri numeri messi insieme li potessimo schiacciare senza problemi.

Peccato che alla fine quello che ne è uscito è stato che i mercenari erano loro stessi una parte dei fuorilegge della foresta. Si erano uniti a noi per fingere di aiutarci, raccogliere informazioni e poi fare la loro mossa…

… che era stata quella di rapire la moglie di Arthur e alcune ancelle per poi minacciarlo di ammazzarle tutte se non avesse concesso loro una quantità spropositata di oro e la concessione ufficiale di fare quello che volevano nella foresta e sui malcapitati che la dovevano attraversare.

Arthur ha quindi organizzato due gruppi di soldati. Uno sarà quello che porterà l’oro e il mandato ufficiale sulla foresta ai banditi. L’altro siamo noi e quello che dovremmo fare è semplicemente non farci vedere da nessuno, trovare il nascondiglio della banda di fuorilegge, liberare la moglie di Arthur e le sue ancelle e magari nel frattempo ammazzare anche il capo dei banditi e i suoi aiutanti più fidati. Una passeggiata, insomma.

Lui sarà con il primo gruppo di soldati, per rendere il tutto più verosimile, e anche questo non è che sia proprio l’ideale, a mio avviso, ma a quanto pare è necessario.

Quello che temo è che tutto ciò sia una trappola per ammazzare tutti e prendere il controllo della signoria. Arthur lascerebbe indietro i suoi tre figli e buona parte dei suoi uomini, ma se i banditi prendessero il sopravvento su di lui e poi attaccassero cosa potrebbero fare un preadolescente e due bambine di neppure dieci anni?

Ormai parlo alla prima persona singolare perché, in queste notti in cui esploro la quantità giusta di droga che mi permetta di rimanere il più tempo possibile in quel mondo, capisco anche altre cose, più preoccupanti.

Non posso staccarmi da questo legame. Non ho la minima idea di come fare. Ho provato a non sognare, ma è stato come provare a non respirare. Ho anche provato a non dormire, ma quando dopo due giorni di caffè e bevande energetiche mi sono finalmente riaddormentato, ho scoperto una cosa ancora peggiore.

Ho raggiunto il punto di non ritorno con la marijuana e ora anche se non fumo, appena chiudo gli occhi di qua, li riapro di là. C’è un modo per uscirne, forse, ma non so se esista davvero e sicuramente per ora non è attuabile.

Da questa conclusione ne deriva un’altra: se lui va in una missione suicida significa che è fottuto in partenza. E se è fottuto lui in partenza, grazie al legame che abbiamo sono fottuto anche io.

Tutto ciò porta quindi ad una diretta conseguenza. Devo farmi avanti e rivelargli che ci sono e che non voglio crepare. Lo devo convincere a rinunciare alla cosa, ad aiutarmi ad andarmene dalla sua testa, oppure lo devo costringere ad andarsene prendendo possesso di lui di prepotenza.

La notte in cui decido di provarci avviso Stefy che stavolta potrebbe essere diversa, se tutto va bene. Nei suoi occhi vedo riflessa la mia stessa speranza che si riesca a farla finita finalmente con tutto questo, ma sappiamo entrambi che non dipende da noi.

Come tutte le altre volte chiudo gli occhi su questo mondo e li apro in un altro, perso in chissà quale altra dimensione e connesso con me per chissà quale motivo.

Darren e i suoi commilitoni stanno preparando le loro armi e le loro provviste: partiranno a brevissimo, prima del gruppo principale di Arthur. Aspetto che sia solo nella sua casa e poi finalmente mi faccio avanti.

– Ora non prendere paura, non pensare agli spiriti e non avere reazioni da pazzo, perché pazzo non sei… –

Non faccio nemmeno a tempo finire la prima frase, che mi ero così attentamente preparato, che Darren inizia a girarsi attorno con gli occhi da pazzo, spaventato e incazzato e con le mani pronte ad impugnare un’arma.

– Ti ho detto di non fare casino! Non c’è ragione di avere paura! Sono solo una piccola presenza nella tua testa che non può e non vuole farti alcun male. Voglio solo che mi ascolti un secondo! –

Come se non avessi parlato.

Darren si prende la testa tra le mani, la scuote, poi va a prendere la sua spada, la agita qua e là, e non accenna a calmarsi.

A questo punto devo fare quello che non ero preparato a fare, ma che a quanto pare si rivela necessario.

Prendo il controllo di tutti i suoi comandi mentali e lo blocco.

A quanto pare ci riesco, perché Darren si ferma all’improvviso, anche se dentro di me lo sento gridare e dimenarsi e andare via di testa.

– Gliela finiamo? Eccheccazzo, pensavo dovessi essere un paladino, invece mi sembri una fighetta! –

Offenderlo nel suo orgoglio sembra avere un qualche effetto e sento che la sua presenza mentale si calma, almeno per il momento.

Chi sei e cosa ci fai nella mia testa? Sei uno degli sporchi maghi dei banditi della foresta? –

Mi viene da ridere.

Magari, almeno forse saprei come togliermi da questa situazione. –

Rido di nuovo, poi torno serio e provo a spiegargli di che situazione parlo. Non ci credo neppure io che la racconto, lui che la sente la prende immediatamente per un’allucinazione, senza darmi nessuna possibilità. Capisco che parlare di dimensioni e di sogni e di connessioni mentali sia un po’ complicato da credere, per cui glielo rispiego, ma lui non ci crede neanche la seconda volta. Ci penso sopra un attimo e poi provo una cosa diversa.

Lo invito ad entrare nella mia testa. Non so neppure come si faccia a invertire il processo, ma vado a tentoni e tocco, sposto, tiro tutte le leve mentali che riesco a trovare e azionare. Ad un certo punto lo sento. È dentro la mia mente e può guardare nei miei pensieri. Non può controllarmi e non può nemmeno svegliarmi, ma può vedere tutto. È lì che inizia finalmente a credermi. Capisce che quello che vede (lo sente e io lo so) è tutto assolutamente vero. Posso avvertirlo muoversi su e giù nella mia testa, posso sentirlo esplorare e, anche se sento tutti i miei pensieri e ricordi esposti, so che è l’unica maniera che ho di convincerlo. E alla fine lui crede. Sento le sue obiezioni svanire di fronte alla realtà dei fatti, lo sento finalmente accettare che sì, dentro di lui c’è un’altra presenza mentale, che questa presenza arriva da chissaddove e che esiste in lui da un bel po’ di tempo, anche se non se n’era mai accorto.

– E dunque, adesso che si fa? – mi chiede lui.

Io mi sono preparato un discorsetto, ma tutto quello che devo dire in maniera intelligente e convincente e affascinante è sparito e dimenticato e quello che resta è solo la necessità che mi spinge.

– Lo hai visto anche tu: quando ti ferisci, mi ferisco anche io. Se tu morissi, morirei anch’io, e sinceramente non è che la cosa mi ispiri molto. Adesso so che hai una missione davanti che non ha molte possibilità di riuscita, e lo so perché lo sai tu. Ecco, io a questa cosa non voglio partecipare, per cui o troviamo un sistema per “staccarci”, oppure ti chiedo di lasciar perdere tutto e rimanertene qui tranquillo e al sicuro. –

Darren ride, ad alta voce, incredulo.

– E cosa ti fa credere che io abbandoni la mia missione per le tue richieste? –

– Beh, prima di tutto ti chiedo di provare a fare in modo di staccare il legame che abbiamo, che ne so, parlando con uno dei maghi della tua signoria… –

– Ma cosa credi, che qui i maghi piovano dal cielo? Non so come sei abituato tu, ma qui da noi al massimo c’è qualche guaritore. Maghi non ne ho mai visti in tutta la mia vita. –

Non c’è nessuno che possa aiutarmi, in questo cavolo di posto? Nessuno con conoscenze arcane o che vanno oltre le cose più mondane, un qualche studioso? –

– Studiosi ce ne sono, ma non si dedicano a cose ultraterrene come quelle che mi chiedi tu. Non credo che qui tu possa trovare aiuto, mi dispiace. –

– Allora sono costretto a chiederti di non partecipare alla missione che hai in programma. È da suicidi e lo sai anche tu. –

Stavolta Darren non ride più, ma si fa tremendamente serio.

– Il mio signore ha bisogno di me e io sono il suo capitano. Non esiste che io non partecipi a questa missione. Non sarà suicida, e anche se lo fosse, morirei facendo il mio dovere, e questo mi va bene. –

– Sì, ma non va bene a me! Se crepi tu, crepo anche io, ne sono certo! –

– Non è un problema mio. Mi dispiace per te, ma tu sei solo una voce nella mia testa e io ho altro di cui occuparmi. –

– Potrei obbligarti, lo sai? Potrei prendere il comando del tuo corpo se solo volessi. –

Questo sembra bloccarlo. Io sono abbastanza certo di poterlo fare, anche se non ci ho mai provato. Mantengo il bluff in ogni caso, però. Ne va letteralmente della mia vita.

– Può essere che tu possa farlo e può essere di no – (forse ci casca, forse ci casca) – La cosa però non mi interessa. Tu arrivi qui solo quando dormi, l’ho visto. E non puoi dormire per sempre. Se anche mi obbligassi a restare fermo, appena ti svegliassi e sparissi da qui io raggiungerei i miei compagni. E se anche ogni notte tornassi a portarmi fuori strada, io ritornerei sempre da loro, e se proprio riuscissi ad impedirmelo, allora mi ucciderei con le mie mani. –

Prendo (mentalmente) fiato e faccio per rispondergli, ma lui continua.

– Non mi puoi fermare. Non puoi. O mi lasci andare per la mia strada, o io mi ammazzo da solo. Da una parte hai il rischio che possa morire in missione, dall’altro ne hai la certezza. –

– Ma non è un rischio nemmeno quello! È evidente che sia una trappola, e andate ad infilarvi direttamente e di vostra spontanea volontà nella loro tana. Finirete tutti malissimo! –

– Può essere. E può essere anche di no. Non siamo così sprovveduti come credi, e neppure siamo così deboli. Potremmo stupirti. –

Bestemmio tra me e me, ma so che ha ragione e lo vedo chiaramente nella sua mente che lo farebbe davvero. Si ucciderebbe piuttosto di non partecipare a quella missione.

Sono fregato.

– Comunque, se può addolcire la pillola, sappi che si dice che faccia parte della banda di fuorilegge della foresta anche un mago. Si dice sia questo il motivo se finora non siamo riusciti a prenderli e siano diventati così forti. Se riusciamo nella nostra missione e se riusciamo a prenderlo, potrebbe essere che lui sappia anche trovare una soluzione a questo nostro “problema” –

Non è che la cosa mi dia molta speranza, ad essere sinceri. Troppi se in quella frase, troppi si dice per i miei gusti. Ma questo non cambia comunque la realtà delle cose: non lo posso fermare, è vero. Mi ha fregato. Mi resta un’unica possibilità, e cioè quella di lasciarlo fare.

– Mi hai incastrato per bene, eh? –

– Non ti ho incastrato. Le cose sono così e io devo fare quello che devo, non posso farmi fermare, per quanto possa dispiacermi se dovessi causare la tua morte. In ogni caso, non è che farebbe piacere morire nemmeno a me. Essere disposti a farlo non significa volerlo fare. –

Ragiono, penso, tento di girare il problema nella mia testa e alla fine però arrivo ad un’unica soluzione, anche se non mi piace e dirlo mi pesa come sputare pezzi di ferro.

– Va bene. Se non posso fermarti, meglio che lo accetti. Siete pazzi e lo sapete, ma non posso farci nulla. L’unica cosa che posso fare a questo punto è una: vi aiuterò per quanto mi è possibile. Almeno aumenterò le mie possibilità di sopravvivere. –

– E come pensi di fare? –

La derisione nella sua voce è chiaramente avvertibile, anche se è solo nella mia/nostra testa. Decido di non prendermela.

– Potrei non essere così inutile come pensi. Ho già qualche idea. Vedrai. –

TO BE CONTINUED

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