Infezione – II parte

La prima parte della storia

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Era uscita dall’appartamento che le sembrava di essere quasi sobria. Ricordava di aver visto un distributore automatico di sigarette a poca distanza da noi, abbastanza vicino da poter evitare di prendere la macchina. Si era allontanata nella direzione che le sembrava giusta, ma forse ricordava male o forse era più ubriaca di quello che pensava: dopo una ventina di minuti si era ritrovata in una zona totalmente sconosciuta e senza più nemmeno un’idea né di dove fosse il distributore, né di come ritornare all’appartamento. Non si era spaventata (troppo stupida per provare paura, penso io tra me e me) e si era quindi avviata di nuovo nella direzione che le sembrava più giusta. Attorno a lei solo palazzoni grigi e strade illuminate malamente, ma lei non aveva paura (questo continuare a ripetermelo mi dice quanto in realtà si stesse cagando sotto, soprattutto visto che ovviamente non si era portata dietro lo smartphone). Dopo un po’ aveva visto un’insegna illuminata all’angolo tra due strade e si era diretta lì, convinta di aver infine trovato le sue sigarette. Aveva in realtà trovato solo una videoteca, ma le sembrava che il nome delle vie le dicesse qualcosa e si era convinta di essere quasi arrivata a casa da noi.
Dopo un’altra mezz’ora Deborah era ancora più persa di prima, tra quartieri pieni di condomini e le rare macchine che passavano a quell’ora di notte. Si stava quasi per arrendere e fermare un’auto per chiedere indicazioni, quando aveva scorto un paio di uomini fermi davanti ad un parcheggio e aveva deciso di chiedere invece a loro. I due l’avevano vista quando era a poco meno di un centinaio di metri ed era lì che la situazione era diventata strana. Deborah non aveva nemmeno fatto a tempo a raggiungerli che questi erano partiti di corsa verso di lei, grugnendo e ringhiando. Lei si era bloccata sui suoi passi ed era rimasta a bocca aperta, ma non era rimasta lì a chiedere cosa avessero in mente. Si era girata e aveva iniziato a correre come fosse inseguita da un branco di lupi. I due le erano stati dietro, continuando ad emettere versi gutturali e avvicinandosi sempre di più. La paura le metteva le ali ai piedi, ma non era abbastanza per riuscire a staccarli. Si era però ritrovata dopo nemmeno duecento metri all’incrocio vicino al condominio di Jonathan e Sandy e, continuando a correre come una pazza, si era diretta lì, sperando di staccare i due inseguitori prima di arrivare all’appartamento. Così però non era stato: era riuscita a salire le scale e a picchiare alla nostra porta un paio di volte, ma poi gli uomini l’avevano raggiunta. Da lì le cose si erano messe male. Nessuno dei due le aveva parlato, ma l’avevano presa per i polsi e sbattuta addosso al muro. Poi si erano scambiati dei versi che a lei non erano sembrati appartenere a nessuna lingua conosciuta e subito dopo l’avevano spinta di nuovo verso la porta. Lei non capiva cosa stesse succedendo, ma aveva ricominciato di nuovo a picchiare sul legno. Loro l’avevano lasciata fare: probabilmente era proprio questo che volevano. Quando nessuno le aveva aperto i due l’avevano tirata indietro e si erano messi a tentare di sfondare la porta. Lei, scioccata e terrorizzata, non aveva avuto nemmeno le forze di scappare, ma si era raggomitolata contro un angolo e lì era rimasta.

Da lì in poi sapevo com’era andata.

***

Dopo avermi raccontato la sua storia rimane in silenzio, mentre le sue amiche le vanno vicine per consolarla. Io chiedo a Davide se ha avuto fortuna con la polizia, ma lui mi dice che risulta ancora occupato. Ha provato a chiamare anche i vigili del fuoco e qualsiasi altro numero di pronto intervento, ma nessuno sembra funzionare. Ha tentato anche con il cellulare di Jonathan, giusto per essere sicuro che non dipendesse da un problema del suo smartphone: il risultato non è cambiato. La cosa mi preoccupa, e vedo dall’espressione degli altri che non sono l’unico.
Vado sul balcone con la scusa di prendere aria, ma quello che voglio è invece dare un’occhiata fuori e vedere se c’è qualcosa di inusuale in corso. La città sembra la solita e le strade sono quasi deserte. Si sentono le occasionali sirene, colonna sonora di qualsiasi notte urbana, niente di più. Torno dentro e vado ad accendere la TV. Voglio vedere se ci sono notizie di un guasto alle comunicazioni o ai telefoni, ma quello che vedo è invece qualcosa che non penso si vedesse da almeno quarant’anni: il monoscopio con le barre di colori, il segnale di fine trasmissioni che c’era all’inizio dell’epoca della televisione. Giro tutti i canali, due volte. L’immagine fissa non cambia. Qui c’è qualcosa che non va. Mi giro verso gli altri e apro la bocca per chiedere cosa ne pensano, quando un annuncio inizia ad uscire dagli altoparlanti. Solo audio e nessuna immagine, ma non abbiamo tempo di pensarci sopra, rapiti invece da quello che sentiamo.
– Annuncio di emergenza. Questa non è un’esercitazione. A tutta la popolazione: rimanete nelle vostre case, non uscite nelle strade fino a nuovo ordine. Ripeto, non uscite e rimanete nelle vostre case. La situazione tornerà a breve sotto controllo. Annuncio di emergenza. Questa non è un’esercitazione… –
La voce continua a ripetere il suo messaggio, e dopo un po’ io spengo la TV e guardo gli altri, mentre qualcosa mi si rivolta nello stomaco e mi fa sentire il sapore della paura in bocca.
– Ma che cazzo sta succedendo? –
Nessuno mi risponde, per una volta che sarei stato felice di sentire anche la voce di Deborah. Poi però Jessica sembra illuminarsi e dice:
– Proviamo a vedere se in Internet si riesce a trovare qualcos’altro! –
– Grande idea! Jonathan, tira fuori il PC e mettilo qui davanti, così possiamo dare un’occhiata tutti insieme. –
Il mio amico non se lo fa ripetere due volte, porta in salotto il residuato di guerra che chiama computer e lo accende. I cinque minuti che impiega prima di essere operativo sono lunghi un’eternità. Nessuno parla e siamo tutti stretti intorno a Jonathan, in attesa di vedere se riesce a scoprire qualcosa.
Esplorare i siti di notizie si rivela una perdita di tempo. Sono tutti pieni delle solite idiozie che ho imparato a evitare: politici corrotti, scandali di personaggi famosi, guerre. Poi però proviamo a controllare i siti dove sono le persone comuni a caricare video e notizie. E’ allora che il mondo inizia ad assumere un altro colore e noi iniziamo a spaventarci davvero.

Il primo video, proveniente da uno smartphone, mostra un paio di persone che vengono attaccate da un gruppo di uomini e donne. I due vengono massacrati di botte, ma non si sa come vada a finire la cosa, perché alcuni dei picchiatori si accorgono che qualcuno li sta filmando e partono all’attacco. Si sente il tizio dello smartphone bestemmiare, poi il video si interrompe.
Il secondo filmato mostra invece una ragazza che si mette ripetutamente in posa all’interno di un tram. Ride e scherza con chi la sta riprendendo. Dietro di lei si vedono salire tre uomini. Il mezzo riparte e i tre, senza nessun preavviso, si lanciano contro dei ragazzi seduti a poca distanza dalla porta. L’attenzione del videoamatore si sposta su di loro. I ragazzi tentano di difendersi e un paio di passeggeri provano ad intervenire, mentre nel frattempo si sente l’autista del tram urlare, intimando la calma e minacciando di chiamare la polizia. Nel contempo ferma il tram facendo fischiare i freni e facendo cadere diverse persone. Uno degli aggressori si accorge intanto che ci sono altri bersagli disponibili e attacca anche loro. A questo punto il videoamatore e la ragazza decidono di filarsela, e il video finisce così.

Ce ne sono altri di questi filmati. Molti altri. Risse, pestaggi, agguati, scoppi di violenza improvvisi, tutti senza una ragione apparente. Una follia collettiva sta colpendo sempre più persone, e questa pazzia sembra portare a voler fare del male a chiunque sia vicino. Gli aggressori sono persone normali, finché da un momento all’altro esplodono nella violenza. I video provengono da tutte le parti del mondo e sembrano moltiplicarsi con il passare dei minuti. C’è qualcosa di grosso, sotto, e le autorità sanno cos’è, altrimenti non avrebbero mandato quella sorta di avviso di emergenza. Noi continuiamo a guardare video e cercare altre informazioni, ma non si riesce a capire niente di più di quanto già non sappiamo. C’è sempre più gente che all’improvviso diventa violenta e senza motivo attacca chi ha la sfortuna di essere nelle vicinanze, punto. La polizia e il pronto intervento non sembrano reagire e in Internet il panico inizia a farsi sentire, con persone che chiedono aiuto dopo essersi chiuse in casa o dopo essere sfuggite ad aggressioni feroci. Poi vediamo un altro video e la paura che proviamo cresce esponenzialmente.

Comincia come molti di quelli che abbiamo già visto,e come molti sembra essere stato trasmesso live su Internet. L’attenzione è concentrata su un gruppo di ragazzi che sta compiendo delle evoluzioni sugli skate. Alcuni di loro si schiantano spesso sul cemento, altri sono più bravi e compiono diverse evoluzioni senza mai cadere. Si sente il videoamatore incitarli e ridere quando qualcuno va a terra. La scena non ha niente di particolare, fino a che un paio dei ragazzi fermi ad osservare gli skater inizia a tremare e a grugnire, per poi d’improvviso lanciarsi contro gli altri e iniziare a pestarli. La violenza è furiosa e gli altri ragazzi non riescono a fare molto, sebbene siano più numerosi. La scena si fa movimentata: il proprietario dello smartphone si sta avvicinando agli altri, urlando di fermarsi e di stare calmi, ma senza smettere di filmare. Dopo poco però il video inizia a tremare e le parole del ragazzo che sta riprendendo si fanno dapprima biascicate, per poi trasformarsi in grugniti e versi animaleschi. Il telefono viene lasciato cadere per terra, dove però continua a filmare. Probabilmente la custodia lo tiene in posizione, perché si riesce ancora a vedere parzialmente la scena. Un piede e poi un altro entrano in primo piano. I passi sono incerti, lenti, poi, mentre i grugniti continuano, li si vede prendere sicurezza e velocità. Subito dopo si vede il ragazzo che prima filmava la scena lanciarsi nella mischia di persone impegnate a picchiarsi. Che non stia andando in soccorso dei suoi amici è evidente quando lo si vede strappare con un morso un pezzo di guancia di uno dei ragazzi, per poi accanirsi contro un altro, senza alcuna logica apparente.
Qualsiasi cosa sia che sta contagiando le persone con un’epidemia di violenza, a quanto pare per rimanerne infettati non serve nemmeno essere morsi.

Spegniamo il PC e rimaniamo alcuni secondi a guardarci l’uno con l’altro senza parlare. Poi mi decido e prendo le redini della situazione.
– Allora, ragazzi, dobbiamo discutere cosa fare adesso. Mi sembra chiaro che siamo nella merda. –
E proprio a questo punto la donna più idiota del mondo decide invece che è il momento di impazzire.
– Dobbiamo chiuderci qui dentro, dobbiamo barricarci, dobbiamo…oh mio Dio, oh mio Dio, oh mio Dio… –
Mi allungo e le tiro uno schiaffo. Faccio finta di no, ma in verità inizio a prenderci gusto. Lei mi fissa con sguardo ferito e pronto alla rabbia, ma intanto ha smesso di sclerare.
– Scusa, ma ora non abbiamo tempo per scene isteriche. Non volevo schiaffeggiarti, ma ora bisogna ragionare e farlo in fretta. –
Lei non sembra molto convinta di lasciarmela passare, ma Jessica e Sandy annuiscono e si rilassano. Sembravano pronte anche loro a picchiarmi di nuovo. Per una volta la voce della ragione sembra trionfare.
– Ripartiamo e riflettiamo su quello che sappiamo. C’è della gente che improvvisamente diventa violenta e attacca le persone. Non ci sono motivi dietro agli attacchi: questi impazziscono e basta. Non sono zombie e non sono vampiri, sono solo gente che va fuori di testa. Che oltretutto dai video non si vede, ma questi non sono solo pazzi assassini, sono pazzi assassini calcolatori. Avete visto come hanno fatto con Deborah. Il comportamento, i grugniti, tutto indica che sono lo stesso tipo di gente che abbiamo visto nei video. Però questi hanno pianificato un attacco a questo appartamento, usando lei come esca. Questo significa che hanno capacità di ragionamento, non sono animali feroci e basta. E questo è un problema in più per noi. –
A questo punto è Davide a intervenire.
– Forse la stiamo facendo più grande di quello che è. Cioè, magari quello che è successo qui è stato solo una tentata rapina, come ne avvengono tante ogni giorno. Siamo in città dopotutto. I video in internet non significano niente, possono essere uno scherzo ben fatto di qualche hacker o di qualche gruppo di idioti. Il messaggio sentito per televisione è diverso, lo so, ma guardando da qui, in città sembra che tutto sia normale. Non ci sono più sirene del solito, non si vedono incendi o altro… –
– Qui però siamo in zona residenziale, non è che ci sia tanta gente per strada. E poi è notte, la maggior parte delle persone sono a letto o in qualche locale, non in in giro, – obbietta Jonathan. Poi continua:
– Quello che dici è vero, Davide, ma il messaggio per TV è quello che mi preoccupa di più. Quello non è qualcosa che si possa falsificare facilmente. E in ogni caso non ci costa niente barricare bene la porta e rimanercene qui, al sicuro, almeno finché non si sa qualcosa. –
– E pensi sia sufficiente? – chiedo io.
– Credo di sì. Quei due di sicuro non tornano, e in ogni caso ho la porta blindata, ragazzi. Non entrerebbero nemmeno volendo. Stiamo qua, andiamo a dormire un altro po’ di ore e poi quando ci svegliamo vedrete che, qualsiasi cosa stia succedendo, avranno preso tutte le misure necessarie a risolvere la situazione. E noi potremo andare a fare colazione e farci passare la sbronza con cappuccino e brioche. –
Quello che dice Jonathan è ragionevole, e dopo un po’ di discussione convince tutti, perfino me. Quasi. Una parte della mia mente continua a dirmi che dovremmo fare qualcosa, non stare ad aspettare quello che succederà. Decido però di non ascoltarla, anche perché non ci sono molte opzioni. Si potrebbe prendere l’auto e andare verso il centro a vedere com’è la situazione, o almeno in cerca di una macchina della polizia, o comunque di qualcuno a cui chiedere informazioni. Ma la pigrizia e il sonno hanno il sopravvento. Già la nostra mente sta facendo il suo lavoro nel gettare al più presto possibile nell’oblio quello che è successo e quello che abbiamo visto in Internet. Deborah sta meglio e la sua disavventura per fortuna è finita bene, dopotutto. Decidiamo che il piano di Jonathan è il più sensato: il giorno dopo, quando tutto di sicuro sarà risolto, andremo dalla polizia e denunceremo l’accaduto, ma per ora l’unica cosa che faremo è buttarci di nuovo a letto e vedere di smaltire l’alcol con una bella dormita.
Sandy e Jessica vanno fuori in terrazzo a prendere un po’ d’aria, mentre Deborah va in bagno e io e i ragazzi decidiamo che il residuo di tiramisù della cena non deve sopravvivere alla nottata. Sono alla seconda cucchiaiata quando sentiamo le ragazze chiamarci sul balcone. Il loro tono di voce non mi piace, e ci affrettiamo fuori.
Quello che vedo mi fa stringere lo stomaco in una morsa e dimenticare qualsiasi voglia di dolce avessi avuto. Un fiotto di adrenalina mi sale alla testa e con esso scompare anche la voglia di dormire.
Siamo nella merda.
Il quartiere di Jonathan e Sandy è pieno di condomini e villette a schiera e le strade sono perlopiù deserte, di notte. Nelle vie che provengono dal centro vediamo però ora arrivare gruppetti sparsi di persone. Camminano sui marciapiedi e in mezzo alla strada. Ogni tanto qualcuno di loro si stacca da un gruppo e sembra attaccare gli altri, anche se nell’oscurità è difficile capire bene cosa succede. Ad ogni modo questi attacchi vengono sedati in maniera feroce dagli altri, che continuano la loro marcia verso di noi. Man mano che si avvicinano al nostro complesso, alcuni di questi gruppi si staccano e si dirigono verso case e condomini. Attaccano le porte con violenza e in alcuni casi riescono a penetrare nelle abitazioni solo a forza di spallate. In altri casi staccano pali e panchine e li usano per sfondare gli usci chiusi o le finestre del pianterreno. Poi si infilano nelle case e negli appartamenti e poco dopo si iniziano a sentire le prime urla. La situazione non si mette bene. Jonathan, bianco in viso, dice:
– Dobbiamo barricare meglio la porta con degli armadi, poi spegnere tutto e rimanere zitti ad aspettare che passino. Se non si accorgono di noi siamo salvi. –
Io lo guardo e gli dico:
– Pensi che davvero non faranno irruzione in tutti gli appartamenti? Non vedi che entrano dappertutto, che le luci siano spente o no? Dobbiamo scappare, ragazzi, subito. –
– Io non scappo da casa mia, cazzo. Poi devasterebbero tutto! –
– Devastano te, se rimani qui! Se anche sbarri la porta, questi cazzo di muri sono di cartongesso tra un appartamento e l’altro. Li sfonderebbero con un pugno e allora cosa faresti dopo? –
Jessica interviene.
– Sì, ma allora cosa facciamo? Dove andiamo? Non so nemmeno se riusciremmo a scappare di qui, con tutta quella gente per strada. Ci attaccherebbero e ci bloccherebbero, anche in auto. Meglio rimanere qui e barricarci bene. Magari ci lasciano in pace. –
– Sì, certo. Ti sembra stiano lasciando in pace qualcuno, là fuori? –
E in effetti là fuori le urla sono sempre più forti. Diverse persone vengono braccate mentre tentano di scappare a piedi dalle proprie case. Altri gruppi riescono addirittura a bloccare qualcuno che era riuscito a prendere l’auto. E la violenza si sta avvicinando. Non c’è più tempo.
– Basta discutere. Jonathan, non è che hai qualche arma, qui a casa? –
Lui mi guarda come fossi pazzo.
– Certo che no, perché dovrei? –
– Niente. Dobbiamo scappare, non c’è altra possibilità. Il nostro tempo sta per scadere e non avremo più scelte, se rimaniamo qui. Ci prenderanno e ci ammazzeranno, capito? Quello che invece possiamo fare è scendere giù, prendere due macchine e andarcene di corsa. Sto io davanti e faccio strada, e se qualcuno di loro si mette in mezzo, lo tiro sotto. Il mio vecchio carrarmato non si ferma facilmente. Vi porto tutti a casa mia. –
Non sembrano molto convinti.
– Jonathan, lo sai dove abito. Sono in mezzo al nulla, e questo significa di sicuro meno gente che possa venirci ad attaccare in casa. In più da me c’è qualche provvista e anche un paio di fucili. Saremo più al sicuro. Qui è morte certa, ragazzi, almeno se ci proviamo invece abbiamo qualche possibilità. –
Si guardano, Sandy apre bocca, forse per obiettare, poi sembra cambiare idea. E’ lei che dice:
– Niso ha ragione. Dobbiamo andarcene da qua. –

Fuori dall’appartamento le urla continuano, insieme al fracasso di porte e finestre infrante. Abbiamo preso il minimo essenziale e siamo pronti. Questa volta tengo io la mazza da cricket, perché sarò io ad uscire per primo. Scapperemo con la mia macchina e quella di Davide, perché quella di Jonathan è quasi a secco. Il mio amico e Sandy saliranno con me, Deborah invece starà con gli altri. Si potrebbe schiacciarci tutti in una sola auto, ma avere due macchine può rivelarsi utile, se per caso una delle due dovesse avere problemi. Quando siamo pronti, spostiamo il mobile da davanti alla porta e la apriamo su quello che dallo spioncino sembra un corridoio vuoto.
Metto fuori la testa, controllo meglio e poi dò il via agli altri. Partiamo di corsa, e scendiamo per le scale antincendio che sono proprio a fianco del nostro appartamento. Non abbiamo tempo di avvertire nessuno, ma se gli altri condomini ancora non sono svegli, lo saranno a breve, visto il rumore che arriva da fuori. E’ l’unica cosa che posso pensare, per zittire il senso di colpa. Non avremmo tempo per salvare nessuno, e metterci a correre su e giù per i corridoi renderebbe impossibile anche salvare noi stessi. Per scamparla dobbiamo essere egoisti, ma questo non impedisce che la cosa mi faccia sentire una merda, anche se sono stato proprio io a tacitare le obiezioni di Jessica che diceva che dovevamo avvisare le persone. Blocco i pensieri inutili con un certo sforzo, e mi concentro sull’arrivare alle macchine al più presto e senza spezzarmi una gamba per le scale.
Arriviamo all’uscita e mi fermo. La mia auto e quella di Davide sono nel parcheggio dei visitatori, non in quello interrato riservato ai condomini, il che è un vantaggio e uno svantaggio insieme. Da una parte non abbiamo portoni e cancelli di cui preoccuparci, dall’altra abbiamo centinaia di persone in arrivo proprio su quella strada su cui ci affacceremo. Respiro a fondo, poi mi lancio fuori, seguito a ruota dagli altri. Sembra che al momento ci sia ancora tempo: si sentono i folli in avvicinamento, ma da qui non si vedono ancora e questo forse significa che ce la possiamo filare indisturbati.
Poi da dietro una delle macchine parcheggiate lì vicino escono i due uomini che ci avevano attaccato all’appartamento. Senza emettere un suono si lanciano su di noi. Mi impedisco di avere paura e mi paro davanti agli altri. Sventolo la mazza come se fosse la spada di un samurai, prima a destra e poi a sinistra, colpendo alla bocca dello stomaco prima uno e poi l’altro. A differenza di prima, questa volta sembrano accusare il colpo e si accasciano a terra, anche se ricominciano ad alzarsi subito. Tenendo spento il cervello mi avvicino ad entrambi e comincio a calare la mazza prima sulla testa di uno, poi sulla testa dell’altro, con tutte le mie forze.
Mi fermo solo quando ormai non rimane altro che poltiglia sanguinolenta e i due corpi non si muovono più. Sono senza fiato e probabilmente sotto shock, ma non ho tempo per essere traumatizzato.
Mi giro verso gli altri, mi pulisco la faccia dal sudore e dagli schizzi di sangue e dico:
– Andiamo, cazzo! –
Sembrano più scioccati di me, ma mi seguono verso le macchine. Il mio LandRover attende impaziente e sembra già agognare la strada. Se lo definisco un carrarmato non è per esagerare: questa è una macchina pesante e potente, e il bull bar davanti lo rende più che adatto a quello che temo potremmo trovarci ad affrontare.
Due posteggi più in là c’è anche la Honda di Davide. Saliamo in corsa, dopodiché esco in retromarcia, aspetto che gli altri siano dietro di me e mi avvio verso la strada. Dovrei girare a destra per dirigermi verso casa mia, ma da quella parte c’è l’incrocio su cui sbocca la strada che arriva dal centro, e proprio in questo momento iniziano ad arrivare i folli. Una frazione di secondo mi basta per decidere: sono troppi. Non posso permettermi di rischiare, dovrò fare il giro dell’isolato e imboccare solo dopo la via giusta.
Svolto a sinistra e accelero, seguito da Davide. All’incrocio giro di nuovo a sinistra, e anche a quello successivo. Ora sono sulla via parallela a quella che dovrei prendere, ma voglio proseguire un po’ per togliermi dal pericolo, prima di prendere la strada verso casa. Tento di non correre troppo, anche se la Honda dietro mi sta incollata al posteriore, come a volermi spingere ad andare veloce. Mi chiedo se Davide abbia mai guardato un film dell’orrore. Quando i protagonisti scappano in auto se la filano sempre con l’acceleratore a tavoletta, e dopo poco li vedi schiantarsi da qualche parte a causa della pioggia o di un ostacolo improvviso. Io non ho intenzione di fare questo errore, e lui dovrà ingoiare la sua impazienza. Le mie mani sul volante sono ferme, i miei pensieri determinati, e se anche la vista del sangue su di esse mi stesse provocando dei fremiti nell’anima, li ignoro e fingo con me stesso di stare bene. Fake it ‘til you make it, dicono. Ci spero e fisso la strada, continuando a fare finta che uccidere due persone non mi abbia fatto il minimo effetto.
La mia prudenza si rivela utile quando da una delle laterali sbuca fuori un gruppo di folli in piena corsa. Non hanno esitazioni e non hanno paura, e si gettano contro le nostre auto, sperando forse di farci sbandare e schiantare. Io però vado piano e anche se il LandRover scarta per un secondo sulla destra, non perdo il controllo dell’auto e nemmeno di me stesso. Mantengo il volante in posizione e adesso sì che accelero, investendo chi mi si para davanti senza esitazione. La morsa che mi stringe lo stomaco diventa sempre più forte, mentre sento i corpi dei folli passare sotto le ruote del fuoristrada, e perfino respirare diventa difficile, ma non mollo. Non posso permettermelo, anche se sento la mia mente vacillare. Quello che sto facendo è l’unica maniera per salvarci tutti, ma quello che sta pagando la mia anima per tutto ciò è qualcosa da cui non potrò più tornare indietro.
Sul sedile posteriore Sandy sta gridando isterica, coprendo perfino il rumore delle botte sul metallo e il parabrezza che si incrina. Jonathan, che è seduto davanti, tenta di girarsi e di calmarla, anche se nemmeno lui sembra stare molto bene. Il LandRover vacilla sulle sospensioni mentre altri folli suicidi ci si lanciano contro, ma ormai li stiamo lasciando indietro. Alle mie spalle Davide sembra essere riuscito a passare quasi indenne dallo scontro, anche se un faro ora è fracassato e uno degli specchietti è sparito. Mi arrischio a guardarlo però solo per un secondo, poi riporto l’attenzione sulla strada. Mantengo la velocità per un po’, poi rallento di nuovo. Meglio non perdere le buone abitudini. Nel frattempo, dietro di me, finalmente Sandy sembra essersi calmata, e il mio amico la consola meglio che può.
La mascella serrata e le nocche bianche sul volante, io continuo a guidare. Dentro di me qualcosa grida e grida.

Ci lasciamo la città alle spalle, mentre davanti a noi inizia a spuntare il sole di un nuovo giorno.

***

Quarantotto ore dopo

Adesso siamo barricati a casa mia. C’è ancora elettricità, ma non so quanto durerà. In ogni caso ho un generatore a gasolio e un paio di taniche di carburante. Ho delle provviste e ho delle armi. Ho legna per scaldarci e ho perfino un orto, ma questa non è una fortezza e non sono nemmeno così isolato come vorrei. Vivo in collina e il primo paese è a una decina di chilometri da qui, ma questo non significa essere al sicuro, e di questo ce ne rendiamo conto tutti.
La televisione trasmette sempre il solito messaggio e anche da Internet ormai arrivano poche notizie. Niente di utile o che porti speranza, comunque. Gli attacchi continuano ad avvenire ovunque nel mondo e le poche persone che trasmettono qualcosa sono quelle barricate in appartamenti in città o in luoghi isolati come il mio. Le cose sembrano peggiorare e non si capisce ancora cosa stia davvero succedendo. In particolare quello che non si capisce è come avvenga il contagio e se ci si possa difendere. O se si possa guarire.
La paranoia è in agguato e sebbene ci diciamo di stare tranquilli vedo bene ognuno di noi che controlla di sottecchi chi gli sta vicino, chiedendosi se qualcuno si trasformerà in un folle e inizierà ad attaccare ed ammazzare gli altri. Nessuno di noi riesce a riposare davvero e nessuno sembra a suo agio. Io ho lasciato le mie armi nell’armadio blindato, giusto per sicurezza, ma ciò non basta a farmi sentire più tranquillo. Le prospettive non sono rosee, questo è certo. Si parla di andare ancora più in alto e barricarci in una baita di montagna. Forse questo è il piano migliore per il momento, ma io mi sto tenendo fuori da tutte le discussioni e i ragionamenti. Ho fatto la mia parte e adesso l’unica cosa che riesco a fare davvero bene è rimanere seduto a guardarmi le mani, che sembrano ancora sporche di sangue, anche dopo averle lavate mille volte.
Chiudo gli occhi e vedo i corpi dei due uomini che ho ucciso, vedo i folli che ho investito e a cui sono passato sopra. Chiudo gli occhi e posso ancora sentire la mazza colpire e colpire. Li riapro e scaccio i ricordi, ma quel che vedo è peggio.
Guardo ad uno ad uno i miei compagni, chiedendomi chi sarà il primo tra noi a mutare e chiedendomi se sarò in grado di fare di nuovo quello che ho già fatto, per salvare me stesso e gli altri.

Chiedendomi se questo incubo avrà mai fine.

Chiedendomi se non sarò io, il primo a mutare.

***

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