Il Serial Killer delle Tibie – pt. III

Il mattino dopo mi sento ristorato e pronto a una giornata di indagini e di idee brillanti che risolveranno d’un colpo i miei problemi e quelli del mondo intero.

In verità la notte non ha portato consiglio e io sono a mani vuote tanto quanto prima. Faccio colazione nel mio bar preferito con brioche e cappuccino mentre leggo i file che mi ha mandato Erica, poi mi metto a gironzolare per la città, tentando di lasciare i pensieri scorrere e le idee brillanti arrivare.

Non arriva nulla: probabilmente tutte le mie idee si sono perse in circonvallazione.

Continuo a camminare, ma l’unica rivelazione che il mio subconscio si decide a regalarmi è il rendermi conto che nessuna delle vittime mi fa pena. Quello che hanno fatto denota un modo di pensare egoista e incentrato sulla fame di denaro e normalmente quando vieni scoperto per una cosa del genere, quella è solo la punta dell’iceberg.

No, non mi fanno pena, mi fanno rabbia. Quanta miopia mentale devi avere per non capire che bruciare rifiuti, inquinare le falde acquifere, buttare nei fossi la tua immondizia ti porta forse un effimero vantaggio economico, ma poi rovina per sempre l’ambiente stesso in cui vivi tu, vive la tua famiglia, vivranno i tuoi figli?

Scaccio questi pensieri. Delgado mi ha pagato per trovare chi ha spaccato le gambe a suo padre e questo è quello che farò, che mi trovi d’accordo o meno con la vittima.

Nel frattempo, incazzarmi mi ha fatto venire un’idea e decido di richiamare Erica.

– Guarda ti rispondo solo per dirti che sei stato proprio uno stronzo a riagganciarmi così il telefono in faccia. E io che ti mando anche tutte le informazioni come se fossi un cazzo di fattorino. Ciao bello , ti saluto… –

– No no, aspetta Erica. Scusami per ieri, è che sono stato preso da un raptus creativo e dovevo immediatamente mettermi giù a pensare al caso. Scusami davvero, prometto che per farmi perdonare il bonus te lo faccio avere sul serio! –

Chissà perché quando nomini i soldi, tutti si addolciscono.

– Mmm, vabbeh. Che cosa vuoi allora adesso? Altro ancora? –

– In verità sì, ma dovrebbe proprio essere un minimo sforzo da parte tua. –

– Parla, non farmi aspettare che non ho tempo da perdere. –

– Mi servirebbe sapere in tutta la regione chi è stato scoperto a fare questo stesso tipo di reati, senza però essere mai condannato. –

C’è un momento di silenzio, poi Erica mi assorda un timpano.

– Ma tu lo sai che razza di lavoro è questo? Non è che io adesso vado al PC, scrivo due robe e mi saltano fuori i nomi così! C’è un lavoraccio dietro per tirare fuori questi dettagli. E poi, a che ti servono? –

– Voglio vedere quanti sono e voglio capire se riesco sorvegliarli. Dai, non penso sia così difficile per una che ne sa a pacchi di tecnologia come te, e che conosce tutti, dentro la polizia. Una ricerca qua, un paio di chiacchiere là. Dovresti riuscire a scoprire tutto abbastanza facilmente. –

Erica non si fa più addolcire, però.

– Non mi interessa quello che che pensi tu. Per fare una cosa del genere serve un impegno molto maggiore di quello solito. Mettiamoci d’accordo subito sul bonus di cui si parlava, perché la prossima volta che ci vediamo lo voglio subito. –

Impreco mentalmente poi sparo una cifra. Lei ne spara un’altra. Io un’altra ancora. Dopo un paio di questi scambi arriviamo ad un accordo, di quelli che spero si accolli il mio cliente, altrimenti si torna a mangiare scatolette di tonno. Rimaniamo d’accordo anche per quando risentirci, cioè già il giorno dopo, e io allora decido che è di nuovo il momento di camminare. Primo, per nascondere a me stesso il fatto che Erica mi ha probabilmente fregato facendo le cose più grandi di quello che sono (un giorno e ha già tutte le informazioni?) e secondo per provare a trovare testimoni nel circondario del bar Eden che abbiano visto qualcosa quando hanno aggredito Delgado.

La camminata mi è molto utile per farmi venire fame, meno per trovare gente che abbia visto qualcosa, ma dovevo provarci. Nel frattempo arriva sera, io decido di cenare con un kebab in vista della mia imminente povertà e poi me ne vado a letto.

Il giorno dopo Erica mi procura una lista di nomi e reati, divisi per zona. Io ringrazio e provo a ritrattare sul prezzo, vista l’evidente facilità con cui li ha reperiti, ma in risposta ricevo solo un ringhio di avvertimento. Lascio perdere il discorso e mi dedico tutta la mattina a studiare casi e profili, per poi selezionare quelli più vicini alla zona dove sono successe le aggressioni precedenti. Mi ritrovo con cinque nomi, tutti probabili colpevoli di cose come incendi, sversamenti, frodi e corruzione legati all’inquinamento ambientale, e nessuno che sia mai stato condannato.

Mi viene quasi voglia di spaccargli le gambe io stesso, a dire la verità.

Mi attengo però al piano che ho escogitato e inizio a seguirli, uno ad uno. Mi ci vogliono giorni e mi ci vuole pazienza, e mi ci vogliono anche altri soldi, che però Carlos Delgado mi allunga senza problemi quando gli spiego cosa voglio fare. L’idea è intelligente, vedremo se porta anche risultati concreti.

In questi giorni di appostamenti scopro così tutte le abitudini di ognuno di loro, scopro chi ha l’amante e chi no, scopro chi lavora, chi beve, chi gioca ai videopoker. Scopro in particolare chi è vulnerabile e quando, chi magari frequenta luoghi solitari, chi rischia di più un agguato e dove. E poi inizio a seguirli solo in quei momenti, alternando giorni e orari e sperando di riuscire a essere al posto giusto nel momento giusto.

Se non si era capito, la mia idea è di sorvegliare le possibili prossime vittime e vedere se il criminale si fa avanti in uno dei loro momenti “scoperti”, per poi incastrarlo anche per tutte le sue altre aggressioni. Non sono davvero sicuro abbia senso, e dà per scontate tante cose che in verità sicure non sono, tipo il fatto che l’aggressore rimanga sempre nello stesso raggio d’azione, o che io possa dimostrare la sua colpevolezza per i tutti gli altri suoi crimini. Non ho però molte opzioni, visto che indizi non ce ne sono, testimoni non ce ne sono, e nessuno ha deciso di costituirsi alla polizia risparmiandomi la fatica.

È così che iniziano le settimane più impegnative della mia vita: sveglia alle cinque per seguire a piedi il salutista che vuole andare a lavoro camminando, poi via di corsa a controllare l’imprenditrice che ama andare al bar da sola a fare colazione prima di spararsi dodici ore di ufficio nella sua azienda, poi via dall’altra parte della città a controllare quello che ogni pausa pranzo la passa per conto suo in un locale di periferia. E avanti così fino a sera, coprendo tutti i momenti in cui potrebbero essere più esposti perché in giro in solitaria. Devastante.

La parte difficile è che non solo non devo ovviamente farmi accorgere da loro, ma nemmeno da un eventuale aggressore che li stia tenendo d’occhio e di cui non so le fattezze né l’obiettivo principale.

Dopo un po’ inizio ad instaurare una certa routine e non sento più la fatica. Non così tanto, almeno. Comincio a conoscere i miei sorvegliati speciali, a fare caso a com’è la loro vita e a vedere chi ne fa parte. Inizio anche a capire chi potrebbe essere una possibile vittima, basandomi semplicemente su chi mi sta più sulle palle. Scherzo. Intendo che vedo chi ha dei comportamenti che continuano ad essere sbagliati verso l’ambiente e chi invece ha imparato la lezione, oppure a suo tempo davvero non era colpevole.

Sono quattro e con loro inizio a rafforzare la sorveglianza. Ormai sono passate due settimane e Delgado mi sta addosso perché non ho ancora portato risultati, ma io sono convinto che la strada sia quella giusta. Devo combattere per continuare a venire finanziato in questa difficile impresa, ma penso che ne valga la pena. Prima o poi il criminale si farà vedere, lo so.

Vengo esaudito finalmente a metà della terza settimana. Vedo la stessa faccia spuntare in più momenti, mentre seguo due dei miei obiettivi. Poi smette di apparire dietro a uno di loro, e intensifica invece la sua presenza alle spalle di un altro, Herbert Danzig. È uno di quelli che ha sfuggito la condanna per aver sversato inquinanti in un fiumiciattolo vicino alla sua azienda di vernici, causando anche l’inquinamento delle falde sottostanti. Il candidato perfetto per il mio amico vendicatore ecologista.

Tenermi nascosto ora è doppiamente difficile e un paio di volte temo di essere stato notato. Per fortuna tutta la mia vita è stata, deliberatamente o meno, uno sforzo ad essere il meno notevole possibile, per cui la mia mimetizzazione tiene. Spesso mi trovo a pensare che potrei appoggiarmi ad un muro e la gente mi scambierebbe per la parete.

In ogni caso vedo il possibile vendicatore che inizia a presentarsi sempre più spesso nei momenti della giornata in cui Herbert è più vulnerabile. Immagino già quando sceglierà di colpirlo, perché è quello che farei io.

Danzig è uno che ci tiene a restare in forma, e tre volte a settimana si fa un’ora di nuoto in piscina. Parcheggia sempre nello stesso posto, vicino alla struttura, in una zona tranquilla e con spazi larghi. Dopotutto ha un SUV di qualche tonnellata da posteggiare, lui. Tra la piscina e il parcheggio non ci sono vicoli o altro, ma lì vicino c’è un parchetto con pochi alberi e due giostre per bambini.

Sarà quello il posto, ne sono certo.

E la quarta sera in cui lo seguo dopo nuoto, accade. Io sono a distanza, ma vedo Herbert arrivare alla sua auto e aprire il bagagliaio per metterci la borsa. Quando lo chiude, al suo fianco si è materializzato quello che ritengo sia l’uomo che ho tenuto d’occhio fino ad oggi. Non posso esserne certo, perché stasera ha un passamontagna e un coltello da macellaio in mano.

Danzig, lo vedo anche da lontano, è terrorizzato e sembra paralizzarsi. L’altro lo spinge e alla fine si sblocca, per poi dirigerlo verso il parco, come prevedevo. Devo sbrigarmi.

Esco dal mio nascondiglio tra due auto e comincio a correre tenendomi basso e inseguendo i due uomini che ormai sono entrati nel parchetto. All’entrata dei giardini mi fermo, mi nascondo dietro ad un albero e lancio un’occhiata veloce.

Sento che uno dei due sta dicendo qualcosa e li vedo in piedi vicino allo scivolo. Herbert dà le spalle all’uomo col passamontagna ed entrambi sono girati dall’altra parte rispetto a me. Il criminale ha il coltello puntato su Danzig e dal tono sembra lo stia arringando. Sulla schiena, in una specie di faretra, ha una mazza da baseball.

È lui, ora ne sono certo.

Mi avvicino silenziosamente, e comincio ad estrarre la pistola, l’unica cosa da vero detective che ho con me. Sento all’improvviso la voce dell’uomo col passamontagna alzarsi di volume:

– … e per tutti questi crimini sei giudicato colpevole e condannato seduta stante. La pena sarà eseguita immediatamente. –

A quel punto le cose accadono contemporaneamente.

Io mi faccio avanti urlando, come nei migliori film:

– Fermi tutti! –

Danzig fa per girarsi, ma l’uomo lo spinge a terra con una mano sola, mentre si volta verso di me lasciando cadere il coltello, afferrando la mazza e alzandola come se si apprestasse a tirare un fuori campo. Io gli punto la pistola in in faccia e gli urlo:

– Che cazzo pensi di fare? –

Nel frattempo, a terra, Herbert Danzig approfitta del momento per strisciare via e poi scappare tenendosi basso e veloce come un furetto. Il tipo col passamontagna se ne accorge e fa per girarsi, ma io gli agito la pistola avanti agli occhi e urlo di nuovo:

– Che cazzo pensi di fare?

Lui sembra finalmente arrendersi, abbassando arma e braccia e rimanendo lì, fermo a fissarmi.

– Buttala a terra, lontano da te. – gli intimo.

Lui esegue, poi ritorna in posizione e riprende a guardarmi.

– Togliti il passamontagna, che tanto sono giorni che vedo in giro il tuo brutto muso. So chi sei. –

Non sembra molto felice né di una cosa, né dell’altra, ma scopre il viso e si lascia guardare bene.

Da vicino sembra un volto ancora più anonimo di quando lo seguivo da lontano. Solo la rabbia che gli anima gli occhi è qualcosa di notevole. Bruciante, costante. Se non avessi la pistola, con quella mazza non si limiterebbe a spezzarmi le tibie.

A questo punto io dovrei scortarlo alla mia auto, ammanettarlo, e portarlo dagli sbirri. Invece mi ritrovo a parlare.

– È mettersi al loro livello se fai il giudice, giuria e carnefice, lo sai vero? E senza nemmeno spiegargli perché lo fai, non ottieni nemmeno di insegnare a loro la lezione. –

Faccio una pausa.

– So tutto, tra parentesi, se non si era capito. –

Non sembra molto in animo di rispondere, poi però gli scatta qualcosa e pare incazzarsi ancora di più.

– Quanti cazzo di stereotipi. Se lo meritano, e nel loro caso il giudice e la giuria erano dei corrotti. E loro lo sanno benissimo perché lo faccio, perché glielo dico ogni volta, guardandoli negli occhi. Ma non lo raccontano a te, sbirro, perché sennò si fotterebbero con le loro mani. –

È più un ringhio di un discorso.

– Non sono uno sbirro. Ma tra poco quelli veri arriveranno. –

– E allora che cazzo vuoi? Vattene per la tua strada. Ognuno di loro si è meritato quello che gli è capitato, e se sai davvero tutto, sai anche il male che hanno fatto. –

– So che ti ergi a vendicatore ecologista, ecco quello che so. E so quello che hanno fatto, ma non… –

Ride, amaramente.

– Andrete avanti tutta la vita a usare la parola “ecologista” come se fosse questa cosa strana che non serve a nessuno e che nessuno capisce? Voi stronzi, lo vedete che questa è una fottuta casa e che questa gente la sta mettendo a fuoco sotto i vostri piedi, mentre state a giocare sul divano col vostro smartphone e tutto va all’inferno attorno a voi?

Non ride più, ora. Urla.

– Nessuno di loro ha mai pagato per quello che ha fatto! Sai quante malattie, deformazioni, vite e famiglie rovinate ha causato chi ha inquinato l’acqua che la gente beveva ignara? Sai quanti tumori, a causa dell’aria impestata di diossina di chi bruciava i rifiuti? È meglio chi spara ad un uomo, perché almeno quello ne ammazza solo uno. Loro hanno menomato la vita delle persone, oltre a quella dell’ambiente stesso, e ancora se la spassano in giro. Ognuno di loro ha qualcosa per cui pagare, e se il tribunale non lo fa, lo devo fare io. –

Ascoltandolo, penso di capire, finalmente.

– È capitato anche a te? Hai perso qualcuno che amavi? –

Lui sembra voler ridere, poi incazzarsi ancora di più.

– Ancora stereotipi? Perché uno deve perdere qualcosa di caro per mettersi ad agire come sto facendo io? Devo perdere una moglie per incazzarmi nel vedere lo scempio che questa gente sta facendo? Devo perdere una figlia per arrivare al punto di dire che questi schifosi sono solo degli assassini e vanno puniti? No, non ho perso nessuno. Ma ho visto quello che hanno fatto e quello che alcuni di loro continuano a fare. Devono pagare. Devono pagare ogni cosa. –

Non gli rispondo perché sto pensando e perché sto ricordando. Ricordo ogni volta che vedo sacchi dell’immondizia svuotati nei fossi pur di non… cosa? Di non pagare la tassa sui rifiuti che comunque si pagano lo stesso? Ricordo la rabbia che assale anche me, quando vedo quelle scene e ricordo di aver pensato a quanto avrei avuto piacere di spaccare la faccia a chi lo aveva fatto. Ricordo l‘ira impotente quando vedo in TV gli sversamenti nei fiumi, le petroliere che affondano, le isole di plastica negli oceani.

Ricordo l’atteggiamento dei Delgado, da padroni del mondo. Lo stesso atteggiamento che probabilmente avrà ognuno dei responsabili di quegli abomini. Forse non sono poi così diverso da quel “serial killer di tibie”, sebbene in teoria io sia dall’altra parte.

E all’improvviso è lì, la decisione che avevo già preso e che il mio cervello stava elaborando perché non la capivo.

Mi faccio mostrare i documenti per sapere dove abita e come si chiama, poi abbasso la pistola e gli dico di andarsene e che d’ora in poi deve smetterla. La polizia starà di sicuro arrivando e in ogni caso la sua avventura con le mazze da baseball è finita. Se ci sono arrivato io ad unire i puntini, non sarò l’unico, e se continua così sarà solo questione di tempo prima che venga preso.

Protesta e bestemmia, ma a quel punto sa che è il momento di togliersi da lì se vuole continuare a stare fuori di prigione. Gli dico che so chi è e che lo controllerò, quindi che si renda conto che non ha scelta.

Poi ce la filiamo entrambi, uno da una parte e uno dall’altra.

Sono passati cinque giorni.

Delgado non l’ha presa bene quando gli ho detto che le indagini erano finite in un vicolo cieco. Non gli avevo detto i nomi di chi stavo seguendo, per cui l’aggressione a Danzig non gli ha fatto suonare nessun campanello. Questo non toglie che io non sia riuscito a fare ciò per cui sono stato pagato, e per questo non vedrò mai la mia ultima parte di compenso. Gli ho raccontato una storia di probabile vendetta dal passato, di gente che ha covato odio per anni, prima di lasciare sfogo alla violenza, ma era chiaro che non ci credeva.

Spero solo che quello che ho lasciato scappare si renda conto della fortuna che ha avuto e che non ci riprovi, sennò ci farei la figura dell’incapace.

A questo proposito, mi sa che andrò a trovarlo.

Continuo a pensare a quello che mi ha detto. Continuo a pensare a ciò che quella gente ha fatto e a come l’abbiano fatta franca, e ogni volta che ci penso la rabbia monta dentro di me. Non sono diventato un investigatore perché volevo spiare amanti e manager d’azienda, lo sono diventato perché volevo scoprire ingiustizie e regolare conti. E vedere cose del genere passarmi sotto gli occhi e non poterci fare niente mi fa incazzare ed incazzare ogni giorno di più.

Quello che il serial killer di tibie ha fatto era forse sbagliato, ma tutto il resto dei suoi ragionamenti sono sensati e sensate sono anche le sue conclusioni.

C’è gente che la fa franca. E continua a farla franca. E continua a farla franca.

In un modo o nell’altro, io non posso più continuare a fare finta di niente, a fingere che non sia un problema mio.

In un modo o nell’altro è ora di farli smettere.

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