Il Serial Killer delle Tibie – pt. I

Lui suona, entra, e mi sta già sul cazzo prima ancora di parlare.

Non so cosa farci, è proprio un discorso di “pelle”. Tutto il suo atteggiamento dice “sono uno stronzo”, e quando apre bocca mi conferma istantaneamente che la mia è una deduzione corretta.

– Ma non ha la segretaria? Pensavo che un investigatore del suo livello ce la dovesse avere sempre, quasi d’obbligo. –

Se avessi un panama in testa, me lo aggiusterei e farei un cenno d’assenso in modo misterioso e laconico, ma il panama non ce l’ho, e se anche ce l’avessi non lo indosserei in ufficio. Mi limito quindi al cenno e poi mento spudoratamente:

– La mia è in vacanza. –

– Ah, allora è tutto chiaro. Sono Carlos Delgado. –

– Piacere di conoscerla. Il mio nome suppongo lo sappia, visto che è venuto qui. –

– Certo, tu sei Argo Dupont. Posso darti del tu, vero? –

Forse dovrei dimostrarmi entusiasta, ma non lo sono molto.

– Naturalmente. Mi dica, come posso aiutarla? –

– Dammi del tu senza problemi, eh. Sono venuto per mio padre, capisci? Gli hanno spaccato le gambe. –

Ero già pronto ad ascoltare la richiesta di un marito geloso, o al massimo di un figlio con problemi di eredità. Questo non me lo aspettavo, ma rimango impassibile.

– Cosa vuol dire che gli hanno spaccato le gambe? –

– Vuol dire che una settimana fa, mentre tornava a piedi da una seratina al bar, uno stronzo lo ha bloccato a poche centinaia di metri da casa, lo ha portato in un vicolo sotto la minaccia di un coltello e quando è stato lì gli ha spezzato tutte e due le tibie con una mazza da baseball. –

Mi guarda come se fossi un rincoglionito che non capisce quello che mi si dice. Io inizio a chiedermi se il padre assomiglia al figlio: in tal caso la lista di chi avrebbe voluto spaccargli le gambe sarà davvero lunga.

– Ok, chiaro. A questo punto facciamo un attimo un passo indietro e capiamo bene chi è tuo padre, cosa fa, che contatti ha, e poi da lì potremo partire per lavorare al caso. Immagino voglia che io scopra chi è stato. –

– E certo, sennò che ci venivo a fare, qua? La polizia è una manica di imbecilli che non mi sta a sentire, per cui, come al solito, se vuoi una cosa fatta bene, devi pagare. Mi hanno detto che tu sei un professionista e che posso fidarmi del tuo lavoro, per cui sono venuto direttamente. Quando inizi? –

Penso seriamente di sbatterlo fuori dall’ufficio, poi mi ricordo che l’unica cosa che incarno dello stereotipo del detective è che sono ad un passo dalla bancarotta. Mi stampo un sorriso in faccia e dico:

– Ma subito! –

Carlos Delgado ovviamente ha poco tempo per me e pensa che io possa dedurre le cose dall’aria, ma riesco a trattenerlo abbastanza da accordarci sul prezzo, farmi dare un anticipo e scoprire un po’ dei dettagli della storia.


Suo padre si chiama Esteban ed è un imprenditore del luogo. Ha fatto i soldi dopo i trent’anni, grazie ad un mix di fortuna e spregiudicatezza. È il classico “trafficone” che si è trovato in mezzo ai giri giusti quand’era il momento giusto. Ha fondato e chiuso aziende, procurato contatti, gestito transazioni, fatto “cose”. Carlos non è molto chiaro sul passato di suo padre anche se io lo spingo a dirmi il più possibile, e deduco quindi che ci siano di mezzo storie non proprio pulite. In ogni caso ora, almeno di facciata, Esteban è solo il proprietario di un paio di aziende, una che opera nel tessile e una nelle costruzioni. Oltre a questo continua la sua attività di intermediario e (ma questo lo penso io) probabilmente traffica ancora in qualche affare losco.

Quella sera il caro paparino era andato a trovare il solito gruppo di amici con cui si incontrano ormai da anni il mercoledì sera. Si erano bevuti qualcosa, aggiornati sulle novità ed erano rimasti lì fino a poco prima di mezzanotte. Esteban era stato il primo ad andarsene, e questa era stata anche la sua fortuna.

Uscito dal locale si era incamminato verso casa, avvolto nel suo cappotto. La serata era fredda, per essere metà novembre. Aveva un paio di chilometri da fare, ma quella passeggiata era una delle poche attività fisiche a cui si dedicava, e per questo non ci rinunciava mai. Quella volta non era però riuscito a fare nemmeno un chilometro, prima che dall’ombra di un vicolo uscisse un uomo in passamontagna, armato di coltello da macellaio e mazza da baseball. In verità la mazza Esteban l’aveva vista solo dopo, perché a quanto pareva il delinquente la teneva fissata alla schiena.

Con una voce simile ad un grugnito gli aveva intimato di entrare nel vicolo. Il padre di Carlos non aveva resistito, ben sapendo che quello che aveva in portafogli non valeva il rischio. Una volta lontano da occhi estranei, l’uomo gli aveva ordinato di dargli i soldi. Poi, quando Esteban aveva tirato fuori il denaro e aveva allungato la mano per darglielo, l’altro aveva estratto all’improvviso la mazza da baseball nascosta dietro la schiena e aveva colpito la mano tesa come se volesse fare un fuoricampo. Il portafoglio era volato dall’altra parte della strada e praticamente tutte le ossa della mano erano state disintegrate dal colpo.

Esteban non aveva nemmeno fatto a tempo a sentire il dolore che l’altro gli era saltato addosso con la mazza e lo aveva picchiato fino a farlo cadere a terra. Lì poi, sistematicamente, gli aveva spezzato prima una tibia e poi l’altra. Mentre il padre di Carlos si dimenava e iniziava a urlare di dolore, l’uomo gli aveva poi lanciato addosso la mazza da baseball e se n’era andato di corsa.

– L’ultima cosa che gli ha sentito dire mio padre, è stata qualcosa come: “Tu e i tuoi fottuti soldi”. Non so che volesse dire, ma non sembra una dichiarazione d’amore, soprattutto dopo che ti hanno spezzato le gambe. –

– E molto altro, almeno dal suo racconto. –

– Sì beh, un paio di costole e la mano. Ma è la sinistra, almeno, per cui non va così male come sarebbe potuta andare. E poi è stato ritrovato quasi subito da uno dei suoi amici che se n’era andato dal bar poco dopo di lui, quindi non ha nemmeno preso tanto freddo, lì per terra. –

La mancanza di empatia per il dolore del padre non mi colpisce molto, non dopo aver già capito che tipo di persona ho davanti. Gli chiedo qualche altro dettaglio, l’indirizzo del bar e del vicolo e poi lo lascio andare. A dire la verità più o meno già so cosa c’è da scoprire in questo caso. La cittadina in cui viviamo non è proprio una metropoli, ma un attacco del genere sembra proprio una vendetta in stile mafia per qualche sgarro o qualche affare finito male. L’unica cosa che non mi torna è la frase finale del malvivente, ma può essere che sia stato un criminale con simpatie anti-capitaliste. Dio sa che di questi tempi non sarebbe la cosa più strana che vedo in giro.

Impiegherò le mie ore per fare delle ricerche molto accurate, scoprirò quello che c’è da scoprire e buonanotte al secchio. Sono un professionista e sono anche bravo, ma se dovesse venire fuori che si tratta della mafia, non andrò di sicuro a mettermici in mezzo. Non se ci tengo a vedere le prossime Olimpiadi.

Vedremo come va, intanto è già bello poter pagare l’affitto del mese di casa e ufficio senza dover rinunciare a qualche pasto.


Dopo aver pranzato e aver chiuso per un po’ gli occhi buttato sul divano di casa (ho scoperto che fare una siesta è molto meglio di un caffè, per la produttività), inizio le mie ricerche nel più classico dei modi. Chiamo un mio contatto in polizia e gli chiedo informazioni riguardo a tutta questa storia. Anzi, le chiedo, visto che si chiama Erica ed è una donna, sveglia come il demonio e in grado di trovare tutte le informazioni di cui posso avere bisogno.

Quello che viene fuori è che in effetti Esteban sembra fuori dai giri loschi da un bel po’, e che comunque indizi su quell’attacco in stile così vendicativo non ce ne sono. La mazza era una di quelle che puoi acquistare in qualsiasi negozio di articoli sportivi, impronte digitali non ce n’erano e, vista l’ora, non c’erano nemmeno testimoni oculari. Il padre di Carlos, poi, era stato ancora più inutile: l’unica cosa che ricordava sul suo aggressore è che aveva il passamontagna, un giubbotto scuro e una voce roca. Sarebbe stato difficile avere un identikit più generico e senza valore. La polizia si era quindi impantanata e, nonostante le proteste di Esteban e di tutta la sua famiglia, non aveva fatto passi avanti da giorni. Difficile fare peggio di così, mi dico.

Il passo successivo rientra sempre nei canoni della vecchia scuola, ed è andare a parlare con un mio amico che nei giri loschi ogni tanto il naso ce lo mette. Non è un vero criminale, ma è più che altro un intermediario tra domanda e offerta, sia di beni che di manodopera. Non è stato mai beccato, e questo anche grazie a me, per cui mi ripaga con informazioni interessanti, di quando in quando. In questo caso, essendo la mia teoria quella di una vendetta della mafia, lui è di sicuro la fonte migliore per avere qualche conferma.

Lo incontro in un bar del centro in orario aperitivo, tra frotte di fighetti appena usciti dall’ufficio. Mi aggiusto meglio il giubbotto addosso, mi faccio largo tra pantaloni ad acqua alta (siamo in novembre, cazzo, non hanno freddo?), cappotti che valgono quanto l’affitto di casa mia, e un mix di profumi e deodoranti che mi fa salire la nausea. Arrivo al bancone senza aver picchiato nessuno e questo è quasi un record per me. Quando arriva Thomas non posso trattenermi:

– Ma di tutti i posti, proprio qua? –

– Intanto ciao, eh. E poi per uno come me, questo è uno dei pochi posti sicuri dove posso farmi vedere senza nessuno che mi riconosca e che mi veda insieme ad un mezzo sbirro, oltretutto. –

– Sì, ma cazzo. Guardati intorno, non ti si scatena la violenza a vedere ‘sta gente? Quello ha l’orlo dei pantaloni che gli arriva quasi alle ginocchia! Stanno offendendo qualsiasi logica di stile o di comodità possibile. –

– E a te che ti frega? Ti chiami Armani? –

– No, lo so. Ma probabilmente è l’età che avanza, allora. –

– Credo anch’io sai. Tra un po’ ti comprerai il cappello e andrai a controllare come lavorano nei cantieri. –

Rido, anche se un po’ amaramente. I quarant’anni sono dietro l’angolo, ma non pensavo la cosa mi avrebbe infastidito così tanto. Non quando ne avevo ancora venti. O trenta.

Ordiniamo da bere, facendoci strada tra cocktail con più zucchero che alcol e birre quasi analcoliche. Quando ci arriva l’ordinazione abbiamo finito anche i convenevoli e io posso spiegare a Thomas tutta la situazione per chiedergli se ha informazioni a riguardo. Lui sembra rimuginarci per un po’.

– Allora, non mi risulta che questo Esteban sia più in affari con nessuno. Che abbia fatto qualcosa ogni tanto, per conto suo, non lo posso sapere, perché non sono lì a registrare tutti i crimini del circondario. Ma che stia facendo business con uno dei gruppi principali di “brava gente” lo escluderei. –

– Speravo di no. Visto il modo in cui lo hanno aggredito pensavo a uno screzio con qualche “famigghia” e me la vedevo già a lavorare poco e risolvere il caso dicendogli di smettere di fare affari loschi. –

– Ti piacerebbe! – ride un po’ tra sé, poi sembra ricordarsi qualcosa. – C’è però, forse, qualcosa di interessante che posso dirti. –

– E dimmela allora! –

– Mmm. Non so se sia collegata, non so bene neanche i dettagli, ma puoi chiedere ai tuoi amici in polizia di tirarti fuori qualcosa, semmai. Quello che ho sentito è che, in questi ultimi tre mesi, questa cosa di avere le tibie spezzate sembra essere quasi diventato di moda. –

– Di moda? –

– Sì, il tuo cliente non è il primo che ultimamente viene aggredito mentre è fuori da solo, gli vengono spaccate le gambe e lasciato lì. –

– Stiamo parlando di un certo tipo di criminali o… –

– Beh, in verità saranno tre o quattro mesi che l’ho sentito raccontare la prima volta e in quel caso era il mio vicino di casa. –

Se la ride sotto i baffi e continua:

– Lui è uno sfigato, ma di sicuro non è un delinquente. E poi mi sembra di averlo sentito di altre tre o quattro persone, che stavolta però non conoscevo personalmente. Mi pare che qualcuno fosse un imprenditore, altri gente normale, ma in generale niente di particolare. –

Rifletto, poi chiedo:

– E la modalità era sempre la stessa? Nessun altro minimo denominatore comune? –

– Non che io sappia, ma come ti dicevo sono solo cose che ho sentito qua e là, e non so niente di preciso. –

– Beh, almeno è qualcosa. Una piccola pista, ma sempre una pista. –

Concludiamo la serata poco dopo, con un passaggio discreto di denaro che rende un po’ più vicina la soglia di povertà per me, e un po’ più vicina la prossima vacanza ai Tropici per Thomas. Mi ha dato di che riflettere, però, e ne è valsa la pena.

Aspetto di tornare a casa prima di richiamare Erica, alla polizia: stavolta so cosa cercare con precisione e la sguinzaglio alla ricerca di casi simili al mio. Le istruzioni sono precise, e dopo un paio d’ore di attesa lei mi ricontatta per darmi una lista di sette nomi.

– Argo, qui la storia è più grossa di quello che pensavi. Cercando nei dintorni delle casistiche che avessero somiglianze col tuo, ho trovato tutti questi nomi. Nessuno li ha ancora collegati, perché in effetti sono abbastanza lontani geograficamente l’uno dall’altro e le vittime non hanno nessun tratto comune, ma la modalità in cui sono avvenuti è quasi uguale. –

– Intendi il fatto di spezzare le tibie? –

– Tutto quanto, a dir la verità. Quello più lontano da un punto di vista cronologico, e che a questo punto potrebbe essere visto come il primo della serie, è quello leggermente diverso, ma alla base ha gli stessi elementi. –

– E com’è diverso? Dai, non farti togliere le parole di bocca, dimmi i dettagli. –

– Beh, nel primo caso che sono riuscita a scovare, e che è a una trentina di chilometri da qui, la vittima era un operaio di una fabbrica di poco conto, quindi niente in comune col tuo Esteban. Padre di famiglia, mai avuto a che fare con la legge, in pratica, amato da tutti i vicini e conoscenti, quasi un santo da quello che scrivono nel rapporto… –

– Io non credo ai santi. –

– E neppure io, ma questo non ha nulla di registrato, perlomeno. Comunque, a parte questo, anche lui è stato preso dopo essere stato al bar, sebbene in questo caso lui ci fosse andato subito dopo lavoro, sulla via di casa. –

– Ed era un abitudinario di quel posto e di quell’ora? –

– In effetti sì, ed esattamente come nel tuo caso, all’uscita è stato “prelevato” sotto minaccia di un coltello e portato in un vicoletto poco lontano. Poi, appena appartati, solita scena di violenza con la mazza da baseball e finale con tibie spezzate e arma lasciata lì a terra. –

– A lui ha detto qualcosa? –

– No, non una parola, a parte all’inizio quando gli ha detto di seguirlo senza fiatare. Ovviamente voce irriconoscibile e nessun tipo di accento. –

– E questo non ha mai, mai avuto a che fare con la mala, o con Esteban o fatto nient’altro nella sua vita. –

– Guarda, non ho controllato bene, ma penso abbia preso due multe, una per velocità e una per qualcos’altro, ma niente di che. Se vuoi controllo meglio… –

Si vede che me lo dice anche se non avrebbe voglia di farlo, ma io me ne frego e la prendo in parola. Tra favori e scambi di denaro è in debito con me, e lo sa. Le dico di approfondire tutta la storia criminale di ognuna delle vittime, prendendo nota anche della più piccola infrazione, di controllare ogni spostamento e se potessero essere in qualche modo legati. Non ci credo che ci sia in giro un serial killer delle tibie, che colpisce a caso e senza motivo. Anche i serial killer hanno i loro modus operandi e cercano sempre un certo tipo di vittima, dopotutto. Io invece penso che mi farò il giro di ognuno di loro per interrogarli e capire se ci sono cose che non hanno detto alla polizia.

Partirò dal padre del mio cliente, anche se probabilmente Carlos non ne sarà molto felice.

To be continued –

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