Eroi e Caos

Avevano giocato a carte fino a tarda notte con gli altri, finendo le ultime scorte di rum rimaste nella nave. Poi, a uno a uno, tutti si erano diretti verso le loro brande, per riposare prima dell’arrivo in porto. Era stato un viaggio lungo, difficile e letale. I pochi di loro che erano rimasti, quelli della prima nave, erano indecisi se celebrare quest’ultimo giorno di mare oppure se rimanere vigili, in attesa di un altro possibile attacco o di un’altra decisione rischiosa del gruppo di comando.

Alla fine aveva vinto la voglia di rilassarsi, finalmente, dopo mesi e mesi all’erta. Avevano iniziato bevendo un bicchiere alla memoria di ogni loro amico scomparso, e poiché erano così tanti, quando avevano cominciato a giocare erano già ubriachi.

La partita non aveva portato a molto, era stata solo una scusa per bere ancora di più e lamentarsi. Lamentarsi del loro capitano, della loro sfortuna, ma soprattutto della loro missione e dei responsabili maggiori delle loro disavventure. Erano quest’ultimi che li avevano cacciati nei guai più grossi, portandoli su un’isola che a quanto pare non doveva esistere e su cui ci avevano lasciato la pelle in tanti.

Kalgoa e il mago senza nome che sempre lo accompagnava ne erano usciti senza un graffio. Loro invece erano gli ultimi sei rimasti di un equipaggio di quarantasette anime. Non erano stati presenti alle prime spedizioni verso l’interno dell’isola, e questo li aveva salvati.

La prima volta non era tornato nessuno.

La seconda volta erano tornati solo Kalgoa e il mago.

Non sapevano cos’era successo in quell’isola, ma sapevano che l’ultima volta si erano spinti al suo interno con tutta la nave, e quella volta avevano visto mostri di ogni genere, attraversato laghi sotterranei, scoperto città nascoste e si erano spinti fin nelle profondità più oscure della terra. Qui erano rimasti intrappolati e poi precipitati in un sonno magico, in attesa di qualcuno che li salvasse e che forse non sarebbe mai arrivato.

E invece erano stati fortunati. Prima che fossero i mostri a farsi strada verso la stanza in cui si erano rifugiati, erano stati tre guerrieri a trovarli e a portarli fuori. Avevano scoperto solo dopo che erano stati mandati da Hell Heaven, su richiesta del padre di Kalgoa, e che non erano propriamente dei guerrieri, ma un mago, un guaritore e un assassino. Chiunque fossero, erano stati loro a salvarli e si meritavano ognuno di quei chili di mithril che erano riusciti a portare con sé.

Arrivati sulla loro nave avevano invece fatto conoscenza nel peggiore dei modi con il loro compare, che era rimasto indietro e non aveva partecipato alla missione di salvataggio. Appena saliti sul ponte questo pazzo furioso li aveva infatti attaccati e aveva ammazzato due dei loro compagni con rapidi fendenti.

Solo che non erano loro compagni.

Quando erano caduti a terra, i corpi avevano iniziato a cambiare, a contorcersi, e si erano rivelati infine come due mutaforma che in qualche modo erano riusciti a intrufolarsi nel loro gruppo. In attesa probabilmente del loro momento, non avevano però fatto a tempo a fare nulla, subito individuati dal guerriero dagli occhi di pazzo.

Ed era di lui che ora stavano parlando, a bassa voce e con gli occhi fissi sulle carte con le quali però non stavano più giocando.

– Ho sentito che si chiama Roland… –

– A me sembrava dicessero un altro nome. –

– Ma tu da chi lo hai sentito? Io da Kalgoa che parlava con il mago, Shroud. –

– Io avevo sentito gli altri due, il guaritore, Mael, e The End, l’assassino. –

– Ah, ecco come si chiamava quello. Penso sia un nome d’arte, no? –

– Direi proprio. Comunque stavano parlando della sua situazione. –

– La sua situazione? –

– Sì, quando sono partiti per venire a salvarci lui era preda di qualche malattia o di qualche maleficio ed era totalmente inabile. Per questo lo hanno lasciato qui quando sono venuti in missione nell’isola. –

– A me sembrava abbastanza in forma quando ha ammazzato i due mutaforma. –

– Appunto, di questo stavano parlando. Non sanno se si sia recuperato del tutto e non sanno quanto fidarsi… a quanto pare è un Chaotic Lord. –

– Un che? –

– Un Chaotic Lord! Sono esseri spuntati direttamente dagli inferi, demoni figli di demoni e con al loro comando schiere di mostri infernali. –

– Ma che dici, si vede benissimo che è un uomo, per quanto grosso sia. –

– Sanno mimetizzarsi tra noi, ti dico! È per questo che ha riconosciuto subito i due mutaforma: il loro potere è lo stesso a cui anche lui attinge e questo li ha fatti scoprire. –

A quel punto, dietro di loro si udì una risatina e un altro marinaio si fece avanti. Non era del loro gruppo, ma era invece uno di quelli che erano giunti a salvarli.

– Pensi di avere capito tutto, dunque? Non ho mai sentito più stupidaggini in una sola volta. –

Offeso, il primo marinaio chiese:

– E tu che ne sai? Io ho sentito direttamente certe cose dal guaritore e dall’assassino. –

– Sono certo che tu le abbia sentite. Ma le hai anche capite? Io non credo… –

– E allora dicci tu quello che sai, visto che sei così informato. –

A questo seguì un momento di silenzio, poi il marinaio appena arrivato disse:

– Beh, magari potrei rivelarvi qualcosa di quello che so, e di quello che ho sentito, in cambio di un po’ di quel buon rum che vedo lì abbandonato vicino a voi, – e fece l’occhiolino.

Gli altri due si scambiarono uno sguardo, poi il primo si strinse nelle spalle e gli fece spazio.

– Vieni, beviti un bicchiere e dicci cosa sai, che questa è una notte adatta ai racconti. –

L’altro non si fece pregare e si accoccolò al suo fianco, prendendo al contempo la bottiglia.

– Allora, intanto un Chaotic Lord non nasce dagli inferi e non ha ai suoi ordini schiere di mostri e demoni. Lui, in particolare, era un uomo come me e voi fino a poco più di un anno fa. Allora, il gruppo che ora vedete qui era impegnato in una missione e lui, non so come, deve essere morto. –

Fece una pausa ad effetto e si bevve il suo bicchiere di rum, guardandoli di sottecchi.

Il secondo marinaio gli concesse la battuta che stava aspettando.

– Morto? A me sembra più che vivo. –

– Esatto! Perché per salvarlo e resuscitarlo lo hanno reso oggetto di un rituale magico in cui lo hanno fatto impossessare da un demone del Chaos. –

– Ma che dici? Non ci crede nessuno a queste storie! –

– Quindi tu eri pronto a credere alla storia di un essere nato negli Inferi, ma non di un uomo che effettivamente è posseduto da un demone? –

– È diverso… –

– Sì, infatti. La cosa diversa è che questa è la verità. E se vuoi saperla tutta, il demone che ora lo possiede non è nemmeno quello che aveva all’inizio, ma è un altro, con cui ha sostituito il primo per acquisire ancora più potenza. Ha dovuto subire un altro rituale che lo ha spezzato, ferito e quasi ucciso, ma è così che ha fatto. Ed è per questo che ora è così instabile. –

– E tu come faresti a sapere tutto questo? Sei solo un marinaio come noi. –

– Io ci sono sempre stato. E in più, io ascolto. Poi non è che sia un segreto, anzi. Così tengono a distanza la gente, sfruttando la paura che può suscitare questo tipo di storie. –

I due si guardarono, ma non sembravano molto convinti. Il terzo fece cenno di nuovo verso la bottiglia e l’altro gli riempì di nuovo il bicchiere. Poi, per non sbagliare, si riempì anche il suo e quello del suo compare, che disse:

– Io non sono molto convinto di quello che ci stai raccontando. Non mi suona giusta. –

– Dimmi, cosa vedi quando lo guardi? –

– Che domanda è? –

– Intendo, cosa vedi, cosa ti sembra, quando lo guardi? –

Il primo marinaio tacque un momento, poi disse:

– Io vedo quello che sembra essere un guerriero. È alto, forse più di due metri, ed è grosso. Io non so quanto pesi, ma ha delle braccia che sono grosse come una mia coscia, e un petto che sembra la prua di una nave. Ed è tutto solido, pare fatto di roccia. Gli sono andato addosso una volta, per sbaglio: mi è sembrato di sbattere contro un muro. –

– E poi? Mica puoi vedere solo questo. –

– Poi boh. È sempre a petto nudo, e sembra non avere bisogno di una corazza, ma neanche di qualcosa che lo tenga caldo. A volte però ha un mantello, a ben pensarci. Di solito ha dei pantaloni in pelle marrone, e a volte ha una tracolla in cui credo tenga le sue cose personali. Io però non ho mai avuto occasione di vederla aperta. Una volta mi è sembrato di vedere un pezzo di bastone e parte di un libro, ma non saprei davvero. Ha anche un amuleto appeso al collo, che però non ho avuto modo di esaminare da vicino. E poi è pieno di armi. Io non l’ho mai visto scendere dalla nave, per cui non so come se le tenga addosso, ma una volta l’ho visto pulirle e manutenerle. Di sicuro ha un arco lungo, un falchion e uno scudo dall’aspetto minaccioso. L’ho visto poi anche con altre due spade, una normale e una dalla foggia strana e dai colori che tendono al verdastro. –

Qui intervenne il secondo marinaio.

– Io credo sia la spada di un non-morto. Ne ho sentito parlare in uno dei miei viaggi, e dalla descrizione sembra proprio quella. E comunque ti sei dimenticato dell’altra spada. –

– Non me ne sono dimenticato, ci stavo arrivando! Ha uno spadone a due mani, enorme, che porta sulla schiena. L’ho visto esercitarsi sul ponte qualche volta e mi ha fatto desiderare di non esserci mai vicino, se dovesse incazzarsi. –

– Mi sembra un’idea intelligente, – disse il terzo. – L’ho visto tagliare a pezzi persone come se fossero steli d’erba, con quella spada. E sappi che l’ho sentito dire che vuole comprarsene un’altra, con i soldi che ha ottenuto in quest’ultima impresa. Forse gli sembra di non essere armato a sufficienza. –

Rise, poi continuò.

– Mi hai detto quello che vedi, ma non quello che hai capito da quello che vedi. –

Il secondo marinaio decise di intervenire:

– Beh, se devo provare a indovinare, il viso ha i tratti duri di un uomo del Nord, e anche il colore chiaro dei capelli sembra confermarlo. Non so se quella sia la foggia classica in cui si tengono i capelli così lunghi al Nord, ma potrebbe essere. Ho visto poi che ha anche diverse cicatrici su tutto il corpo, e anche in faccia. Alcune sono chiaramente di combattimenti, e questo mi fa capire che ha avuto un passato assai movimentato, mentre altre sono diverse, più frastagliate. –

– Ecco, ora facciamo qualche passo in più. Quel secondo tipo di cicatrici sono proprio quelle che derivano dai rituali di possessione del demone. Quando hanno fatto l’ultimo, per scambiare il primo demone con un altro, più potente, il primo ha dovuto uscire dal corpo di Roland…

– Ma allora si chiama Roland o qualcos’altro?

– Non mi interrompere! Roland è il suo nome originario, ma in diversi luoghi è conosciuto anche come Kallor. Comunque stavo spiegando. Quando il primo demone è uscito dal suo corpo, non è che sia venuto fuori dalla bocca, sapete. Gli è stato praticamente strappato via e per questo si è lasciato indietro una serie di ferite terribili, che sono quelle cicatrici che dicevi tu. E quando gli è entrato dentro quello che attualmente ha in sé, non è che l’effetto sia stato molto più piacevole. È arrivato ad essere in fin di vita e Mael ha dovuto lavorare come un dannato per riportarlo qui. –

Ci fu un momento di silenzio, poi il primo marinaio disse:

– Va bene tutto, ma devi ancora dirci niente di più di quello che ci hai detto all’inizio. Chi è davvero Roland o Kallor, come lo vuoi chiamare? –

Il terzo rispose:

– Quello che vi ho raccontato finora sono le informazioni che ho potuto appurare, nel mio tempo ad accompagnare quei quattro in diverse missioni. Il resto l’ho invece sentito. –

– E cos’hai sentito, allora? –

Ci fu una pausa, poi l’altro riprese.

– Quello che si dice è che una volta Roland fosse il figlio del capo di un villaggio su al Nord. Non so se sapete come si tirano su i bambini su al Nord… –

I due fecero una risata, poi il secondo rispose per entrambi:

– Non è proprio tra le aree di nostro interesse e mi sa che non lo sarà mai. –

– Beh, al Nord ogni giorno devi dimostrare di essere al mondo perché sei utile. Fino ai cinque, sei anni puoi vivere quasi come un bambino normale, o come farebbe un qualsiasi bambino che cresce in una società guerriera. Poi arrivato a quell’età devi iniziare a darti da fare e provare ogni giorno che sei vivo per qualche motivo. Devi essere utile alla tua società, devi essere forte, devi dimostrare il tuo valore. Non che tutti debbano diventare guerrieri, ma ognuno nel suo campo deve trovare il suo modo di aiutare. E per il figlio del capo è peggio che per gli altri: lui deve provare di essere abile in tutto. Se sei uno di quelli che non ce la fa, se sei troppo debole, se sei poco volenteroso, ti prendono e ti portano nel mezzo di una di quelle vaste foreste che coprono il Nord e ti lasciano lì. Sei difettoso e inutile, per cui non hai valore per nessuno. Succede a molti, sapete. In qualche raro caso, comunque, qualcuno riesce a ritrovare la via di casa, a salvarsi dai lupi e dalle altre bestie che infestano le foreste, e a ritornare al villaggio. In questi casi il ragazzo viene accolto di nuovo, e gli viene data una seconda chance. Se ce l’ha fatta a uscire dalla foresta e a tornare fino a lì sulle sue gambe, qualche valore deve pur averlo, no? –

– Sì, ma a noi che ci frega di come crescono i bambini al Nord? Noi vogliamo sapere di Roland. –

– Ci sto arrivando. Intanto versami un altro bicchierino, dai. Ecco. Così. Riempi, riempi, che aiuta a pulire le budella, quella roba. Bravo. Cosa stavo dicendo? Ah, sì. Allora, quello che si dice di Roland è che lui fosse appunto il figlio di un capo del Nord. Era cresciuto in questo villaggio, uno dei più grandi di quel territorio, ed era stato addestrato fin da piccolo a tenere in mano la spada. Il sangue di suo padre scorreva forte in lui, la sua abilità cresceva con i suoi anni, e la strada era spianata. Se non che… –

Fece un’altra delle sue pause ad effetto e stavolta fu il primo marinaio a immolarsi e dire la battuta che l’altro aspettava.

– Se non che, cosa? –

Il terzo marinaio si leccò le labbra, sorridendo.

– Se non che, come sempre, una donna fece la differenza. La moglie del capo divenne amante di uno dei suoi primi condottieri e questo organizzò i suoi uomini per prendere il potere. Una notte fecero fuori tutti i guerrieri più fedeli al capo, mentre fu proprio sua moglie a tagliargli la gola mentre dormiva. Qualcuno poi disse che fosse stata posseduta, qualcun altro ipnotizzata, ma l’effetto fu comunque lo stesso: il capo, il padre di Roland, fu ucciso e con lui tutti i suoi. Roland stesso, che ormai aveva circa otto anni, rischiò di fare la stessa fine, ma sua madre intercedette per lui e ottenne che almeno fosse lasciato vivo nella foresta, come uno degli scarti. Forse non erano questi gli accordi iniziali che la moglie del capo aveva preso con il traditore, forse il figlio doveva rimanere, ma quando compi azioni del genere, come puoi fidarti a tenerti vicino la prole di chi hai appena ucciso? Roland fu quindi lasciato nella foresta, solo e condannato così a morire di fame o tra le fauci di una bestia. Chissà cosa gli è passato per la testa, in quei momenti. Chissà cosa pianificava, se si disperava… –

– Eh, ma quindi? Poi sono tornati a prenderlo? Io lo vedo qui vivo e vegeto, per cui è inutile che mi crei la suspence, lo so che è sopravvissuto. –

– Tu non sai apprezzare un buon racconto, stolto. No, non lo sono andati a prendere. Quello che è successo, quello che dicono sia successo, è che per i successivi sette anni non si sia più visto e quindi tutti si erano convinti che fosse morto. Poi, una notte, lui ritornò. –

Questa volta fu lui a interrompersi. Indicò che voleva un altro bicchiere, poi, dopo averne bevuto un sorso, riprese.

– Non si sa come fece, ma la mattina successiva trovarono sua madre e il nuovo capo, il suo amante, nei loro letti, con le teste tagliate. E tutti i suoi condottieri, quelli che avevano contribuito a quella notte di tradimenti, anni prima, erano tutti morti allo stesso modo. Le loro mogli si risvegliarono al mattino, senza essersi accorte di nulla, solo per ritrovarsi a fianco i corpi dissanguati e decapitati dei loro mariti. Vi lascio immaginare la scena: le urla, il sangue, la confusione, la disperazione. –

Il primo marinaio intervenne:

– A parte che sono solo voci, in ogni caso se anche fosse vero, chi dice che fosse stato proprio lui? –

L’altro rise.

– Perché era ancora lì quando la gente si svegliò e iniziò a girare per il villaggio. Seduto davanti a quella che una volta era stata anche la sua abitazione, coperto di sangue e lerciume. Gli abitanti del villaggio lo riconobbero immediatamente, anche se erano passati anni, tanto grande era la somiglianza con il padre. Sembrava uno di quei fantasmi delle foreste di cui ogni tanto si raccontava nelle loro leggende: vestito solo di pelli, i capelli lunghi, incolti, e le armi di selce, affilatissime. L’espressione del viso era rilassata in quel momento, ma le rughe premature e le cicatrici la raccontavano lunga su quello che aveva dovuto passare negli anni trascorsi dal suo abbandono. Nessuno dei suoi vecchi compatrioti si avvicinò, ma si radunarono tutti lì davanti e alla fine uno di loro, uno dei condottieri ancora rimasti in vita, ebbe il coraggio di farsi avanti. Non fece a tempo a dire nulla, però. Fu in quel momento che Roland si alzò e li fissò negli occhi uno ad uno. Dicono che ognuno di loro fu preso da una paura atavica, sotto il suo sguardo, e nessuno riuscì a continuare a guardarlo, ma abbassò gli occhi a terra. Poi parlò, e la sua era una voce che tradiva gli anni in cui mai era stata usata, anni in cui i suoi soli compagni erano stati le belve e gli altri animali della foresta. Disse: “Niente rimane impunito. Non con me.” E poi se ne andò. –

– Come se ne andò? Cioè, era rimasto là solo per dirgli ‘sta roba? Non riprese il comando del suo villaggio? E gli altri non lo fecero fuori, dopo tutto quello che aveva fatto? Era da solo, lo avrebbero sopraffatto prima di fare dieci passi! Questo non ha senso! –

– Tu non hai capito la paura che era riuscito ad instillare in loro. Non hai capito cosa vuole dire trovare il capo del villaggio in cui vivi ucciso nella notte e così tutti i suoi più vicini condottieri, e tutto ad opera di quello che sembra un ragazzo, ma che allo stesso tempo non lo sembra più. Un qualcosa che sembra un uomo, e che lo è, quasi, ma forse non lo è più del tutto. Qualcosa che sembra uscire dritto dalle storie di paura che ti raccontavano quand’eri piccolo. Nessuno di loro riuscì a rompere l’incanto che la sua sola presenza aveva loro imposto e lui se ne andò, passando in mezzo a loro, intoccato. Sono convinto comunque, e sono certo che fosse quello che pensavano in quel momento, che se anche avessero provato ad attaccarlo, sarebbe stato come tentare di fermare un colpo di spada con le mani. Sarebbe sgusciato tra di loro lasciandosi dietro una scia di sangue, budella e morte e se ne sarebbe comunque tornato nella sua foresta. –

I due marinai lo stavano guardando con tanto d’occhi, convinti e non convinti, spaventati e non spaventati. Erano voci, dopotutto, no? Non era detto che fossero vere. Il primo marinaio riprese la parola.

– Ma tu questo come fai a saperlo? –

Il sorriso dell’altro fu amaro come pochi.

– Me lo raccontò mia moglie, che lo vide e lo riconobbe poco prima di morire. Lei veniva da quel villaggio, era presente, e seppe poi tutta la storia da sua madre. Ti basta come fonte? –

Gli altri rimasero senza parole, per un secondo, poi lui riprese.

– Le voci vere, quelle che ho raccolto qua e là nel corso degli anni, quelle di cui ho potuto verificare solo in parte l’affidabilità, sono quelle su ciò che fece negli anni successivi. Sembra che dopo che se ne andò da quel villaggio non tornò più nella foresta, ma si diresse verso una delle città portuali del Nord, credo Lireigh. Lì si arruolò e si imbarcò con uno squadrone di mercenari e fu lì che completò il suo addestramento. Prima allevato dagli uomini del Nord, poi dalla foresta stessa e dalle bestie che ci vivono, e finalmente da un sergente istruttore che veniva dall’Ovest. Crebbe nel diventare la grossa e terribile macchina da guerra che vedete ora, anche se non divenne mai un condottiero. Troppo strano, troppo solitario, troppo feroce. In battaglia anche i suoi alleati dovevano stare attenti a lui, perché nella furia del momento era successo spesso che facesse fuori anche chi non era suo nemico. Non tutte le cicatrici che vedete sul suo corpo sono state causate dai demoni. –

– Ma com’è finito in questo gruppo, se era mercenario in un altro esercito? –

– Perché è stato scelto personalmente da Hell Heaven. Io c’ero quel giorno. –

– Tu c’eri dove? –

Il marinaio si fece zitto per un po’, perso nei suoi pensieri, poi finalmente rispose.

– Non sono sempre andato per mare, sapete. Prima ero anch’io un combattente, anche se solo per la guardia cittadina di Belverus. È stato in quel periodo che siamo stati attaccati da uno dei popoli predoni che abitano il deserto. Un condottiero era riuscito a riunire le tribù sotto il suo comando, e stava depredando tutte le città-stato su cui riusciva a mettere le mani. Noi non eravamo i primi, anzi. Per questo il nostro consiglio cittadino era riuscito a mandare in tempo una richiesta d’aiuto ai nostri alleati delle altre città, per schiacciare una volta per tutto questo predone… e per salvarci la pelle, ovviamente. A questo scopo avevano anche assoldato un piccolo esercito di mercenari, che fu l’unico ad arrivare in tempo, prima del nemico. –

Tacque di nuovo, e nessuno degli altri due osò parlare.

– I nostri alleati non erano così alleati come avrebbero dovuto. Se la presero comoda, e fecero in modo di arrivare quando Belverus stava già per cadere. Avevano probabilmente visto l’occasione per liberarsi in un colpo solo di una rivale nel commercio e anche dei predoni. Giunsero alle loro spalle, dopo che per noi erano stati giorni e giorni di combattimenti devastanti, e li colpirono di sorpresa e con forza, annientandoli. Noi però nel frattempo eravamo giunti quasi allo stremo, combattendo casa per casa, piazza per piazza. Eravamo rimasti poche centinaia, e tra noi anche i mercenari che, nonostante le perdite, non ci avevano abbandonato come avrei pensato, ma anzi avevano continuato a combattere come furie. Uno di loro era proprio Roland, che sembrava il diavolo in persona. Inesauribile, faceva pagare con il sangue ogni passo che i nostri nemici facevano avanzando verso di noi. Il nostro gruppetto di guardie cittadine si era stretto attorno a lui e ad altri suoi commilitoni che stavano resistendo in una delle piazze principali della città. Fu lì che mia moglie poté vederlo, prima di morire colpita da una freccia vagante. E fu lì che ci trovò Hell Heaven con la sua compagnia, giunto al soldo dei nostri alleati per aiutare a liberare Belverus. –

– Hell Heaven, sul serio? – lo interruppe uno dei due marinai – Non sapevo avesse mai combattuto così a Nord. –

– E invece lo fece. Stiamo parlando di anni e anni or sono. Fu lui a raggiungerci per primo e a salvarci dalla morte. Poi, quando tutto fu finito e stavamo contemplando la distruzione della nostra città, venne da noi a farci una proposta. Ci aveva visto combattere, disse, e aveva bisogno di rimpinguare la sua compagnia di mercenari. Noi guardie eravamo rimaste in poche, e anche il gruppo di Roland era stato decimato: avremmo potuto unirci a lui, se avessimo voluto. Il suo invito era rivolto a tutti, ma sapeva già chi avrebbe accettato e chi no. Io non fui l’unico tra la guardie a scegliere di seguirlo, ma lo stesso uno dei pochi. Gli altri avevano qualcosa a cui ritornare, qualcosa da ricostruire, ma io ormai non avevo più nulla. I mercenari invece accettarono tutti, e con loro anche Roland. Il loro esercito praticamente non esisteva più, e per uomini come loro, la guerra era l’unica cosa a cui tornare. Passami un altro bicchiere, vuoi? –

Il primo marinaio versò, senza parlare. L’altro bevve, poi riprese.

– Ci unimmo tutti a Hell Heaven e da allora abbiamo marciato, navigato e combattuto per lui. Io dopo un po’ ho richiesto di passare a servirlo sulle navi, ed è qui che voglio rimanere. Ho scoperto che il mare può darmi almeno un po’ di quella pace che tanto cercavo. Roland invece quella pace la trova solo combattendo, a quanto pare. –

– E quindi lui da allora ha sempre fatto questo? –

– Sì, sempre al servizio di Hell Heaven, in diverse battaglie. La sua furia e la sua abilità gli hanno permesso di farsi strada, anche se mai come condottiero. Saper condurre uomini non è cosa da lui. Però è riuscito a entrare nel gruppo che ora vedi, e viene spedito in missioni speciali che richiedono pochi uomini. È proprio in una delle ultime che è stato ucciso e poi resuscitato con la possessione del demone. Non so se sia stata una grande idea, ma quel che è fatto, è fatto. –

– Dici che sia cambiato, dopo quel rituale? –

– Non lo so, non lo capisco. Inizialmente sembrava totalmente fuori dal mondo, poi si è ripreso ed è tornato ad una quasi normalità. Era sempre stato un solitario e un po’ particolare, per cui la sua normalità non è mai stata la nostra, comunque. Ma dopo l’ultima missione era rimasto con la mente intrappolata da qualche parte, persa, e per questo non è riuscito a partecipare al recupero di Kalgoa dall’isola. Ora sembra ritornato in sé, e quello che ha fatto prima, liberandovi dei due mutaforma, dimostra che almeno un po’ è tornato a capirsi. Ma chi lo sa? Avere un demone dentro non è certo un buon presupposto per la stabilità mentale. Dipende da quanto è forte e quanto riesce a piegarlo alla sua volontà, mentre allo stesso tempo il demone tenta di piegare lui. Ma ho fiducia, ho fiducia. –

Gli altri due marinai si guardarono.

– Speriamo per te. Noi appena arriviamo ce ne andremo per la nostra strada. Sarete voi a rimanere con lui. –

Il terzo marinaio li guardò, e sorrise.

– Esatto. Una missione alla volta, un giorno alla volta. Come sempre e come vale per ogni uomo sulla faccia della terra. Datemi un altro bicchiere che poi torno in branda. Il mattino si avvicina e domani scenderemo a terra. –

Bevve, mentre alle sue spalle si iniziavano a vedere i primi raggi di sole e all’orizzonte si scorgeva il profilo della terra in avvicinamento.

Sarebbe stato un giorno alla volta, come sempre. E andava bene così.

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