Verso un Sogno

Ho il sonno agitato, di questi tempi.

Trentotto anni, e l’unica cosa a cui riesco a pensare è Stephen King che parla di questa età come di quella che corrisponde a 19 x 2. E, in quanto tale, non una bella età. Quella in cui ti rendi conto che non stai più crescendo, ma invecchiando. Quella in cui trovi peli bianchi nella barba e ti chiedi dove sia andato quel giovane speranzoso che solo ieri ti fissava dallo specchio.

Trentotto anni e mi ritrovo a fare le mie riflessioni, magari sotto la doccia, visto che è uno dei pochi momenti di respiro che mi rimane. Mi ritrovo a guardare alla mia vita in modo più analitico, più duro. Cos’ho raggiunto? Cos’ho fatto?

Trentotto anni e dovrei essere soddisfatto di me stesso.

Ho una compagna, ho un figlio, ho anche una macchina e una ce l’ha la mia ragazza. Continuo a chiamarla “ragazza” esattamente come chiamo me stesso “ragazzo”, perché per me siamo ancora gli stessi di quando ci siamo conosciuti, anche se ormai sono più di quindici anni che stiamo insieme.

Ho un lavoro, che è anche decente: responsabile d’ufficio in una grande multinazionale, con prospettive interessanti di crescita. Prospettive che a me non sono mai interessate, ma che a quanto pare ci sono e sono state messe lungo la mia strada futura.

Ho una casa, e relativo mutuo. Un giardino non troppo grande e due garage, così nessuna delle due auto si deve ghiacciare di notte. Ho anche tutte le preoccupazioni relative al fatto di essere genitore e quelle non spariscono mai.

Ho amici, e serate al bar, cene a casa, incontri con altri genitori e “come sta il piccolo, ma guarda quanto è cresciuto, certo che ti assomiglia proprio, il mio ha iniziato l’asilo l’altro giorno, guarda che sono già amici” e avanti così.

Ho anche un hobby, sebbene ogni tanto mi venga il dubbio se guardare serie televisive rientri proprio tra gli hobby.

Mi impegno al lavoro. Dedico tempo alla famiglia. Faccio un po’ di sport. La mia compagna ora è anche entrata nel network marketing e passa le giornate sui social a tentare di fare soldi vendendo prodotti di bellezza.

Non posso lamentarmi.

Però ogni giorno alla stessa ora sono sveglio e ogni giorno faccio la stessa strada e mi siedo alla stessa scrivania, dove gestirò lo stesso tipo di problemi per otto o nove ore di seguito.

E ogni giorno torno a casa alla stessa ora e affronto le stesse cose e vivo le stesse cose in una sorta di dejà vu continuo.

Non sono annoiato, anzi. Ho troppe cose da fare, per essere annoiato. Ma ogni tanto, sotto la doccia, penso. Quando mi alzo al mattino, penso. Quando sono in coda per andare in ufficio, penso.

Sempre la stessa cosa: Tutto qui?

Immagino il me stesso diciannovenne che mi guarda dallo specchio e me lo chiede.

Tutto qui quello che sei riuscito a fare? Tu che dovevi girare il mondo, conoscere gente, diventare un famoso artista e guadagnarti da vivere con la tua arte? Tu che dovevi esplorare mestieri mentre esploravi il mondo, facendo esperienze pazzesche che poi avresti rappresentato su una tela con i tuoi pennelli? Tu che dovevi prendere la tua stessa vita e farne un’opera d’arte?

A me la tua vita sembra solo una scatola di minestra Campbell: forse cambia il colore, ma è uguale a tutte le altre.

E mi immagino a rispondergli, a spiegargli, a mostrargli come ogni bivio, ogni scelta, ogni passo abbia alla fine portato a quello che vede ora. A giustificarmi. A tentare di fargli capire che una vita come la mia ha valore tanto quanto quella di un Gauguin, anche se alla fine non ho dipinto capolavori come lui.

Sì, ma cosa hai fatto? Non dipingi nemmeno più, da anni. Hai lasciato indietro ognuna delle parti di te stesso che ti rendevano quello che eri. Esci al mattino e non sei neanche più in grado di apprezzare i colori dell’alba, il rosa, il viola, l’arancione, e di stupirti della bellezza del mondo.

Ti sei dimenticato chi eri.

E mi immagino tacere, perché a quello non ho risposta, a parte ammettere la mia colpa.

Ho dimenticato chi ero e cosa volevo, tutto per amalgamarmi meglio a ciò che era il mondo, che mi piacesse o meno. Ho lasciato perdere il mio senso dell’umorismo scemo, spento la mia voglia di vedere e fare cose sempre nuove. Ho lasciato morire quel poco di talento che avevo.

Domani dipingo! Tiro fuori le mie tele e dipingo. Vedrai!

Lo dico a me stesso con sfida, con rabbia, sapendo però benissimo dentro di me che quel domani resterà sempre e solo ipotetico, come i mille altri domani che hanno riempito la mia esistenza, mentre la lasciavo spegnere.

E la sento, la sento la fatica dell’anima, l’impigrimento dello spirito, la fine del mio entusiasmo verso la vita. La sento, la comodità della mia esistenza che mi trattiene con tentacoli morbidi e confortevoli, che mi chiede di non disturbare la routine, non cercare, non fare, che va tutto benissimo così.

E mi sento cedere, cadere ancora una volta nello stesso baratro delle abitudini ben assestate, della vita uguale a se stessa perché è più comodo, più facile, non disturbare il can che dorme, rimani nel tuo buco e stai tranquillo.

La sconfitta è una sensazione quasi fisica dentro di me ed è questo che infine mi sveglia.

Respiro forte nella mia camera, tentando di calmarmi.

È stato solo un incubo, ma di quelli che colpisce nel segno. C’era un realismo in quello che vedevo, in quello che sentivo, che mi ha riempito di ansia come non mai.

L’ansia deriva dal fatto che non ci è mancato molto, alla fine, a trovarmi in quella situazione. Situazione che, oltretutto, sarebbe quasi felice, se non fosse che, nel mio sogno, avevo dimenticato completamente chi ero. Mi ero lasciato trasportare via, un pezzo alla volta, da un mondo che non fa sconti a nessuno se non sei abbastanza forte da rimanere aggrappato a te stesso.

Mentre recupero la calma penso a come sarebbe se davvero avessi rinunciato ai viaggi, alle esperienze, alle sfide, ai sacrifici, al dolore, alle scelte scomode, a rincorrere sogni più grandi di me.

Penso a come sarebbe se avessi lasciato andare la pienezza di significato che sento ogni giorno dentro la mia anima per sostituirla con il vuoto di passatempi succhia-cervello, con false sicurezze, con il conformismo totale a quello che dicono e fanno tutti gli altri.

Penso a come sarebbe se avessi davvero rinunciato a chi sono, alle mie particolarità, ai miei modi di fare, al mio entusiasmo.

Rido di sollievo da solo, a letto, ma piano, per non svegliare la mia compagna e il bambino che dorme una stanza più in là. Domani si parte per il Perù, e hanno bisogno di tutto il sonno possibile.

Quello che ho sognato potrà anche essere stato ansiante, ma alla fine è stato anche un regalo per farmi apprezzare ancora di più quello che ho.

Anzi, il sonno adesso mi è perfino passato, per cui credo proprio che andrò a rimettere mano per un paio d’ore al dipinto che sto realizzando per uno dei miei clienti. Dormirò in aereo, tanto Dio sa che non mi manca certo l’esperienza.

Per adesso, sarà come sempre la pittura ad avere la priorità e in particolare questo quadro, che sento così affine.

Il suo titolo è: “Verso un sogno”.

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