Once Upon a Time in Veneto

– Dove viviamo noi il 1958 non era mica così. –

– Beh, chiaro. Ma questo è un libro ed è ambientato in America. –

– Ma chi è ‘sto Stephen King? È famoso? –

– Sì, papà, è abbastanza conosciuto, direi. –

– Lo è o non lo è? Sempre con ‘sta indecisione, quando parli. Impara a tenere la schiena dritta e ad avere sicurezza delle tue opinioni, Giovanni! –

– Va bene, sì. È molto famoso, ecco. –

– Mmm. Non mi è dispiaciuto, il libro, comunque. Non è il mio genere, ma non mi è dispiaciuto. –

– Bene. Se vuoi te ne porto qualcun altro i prossimi giorni. –

– Magari più avanti. Adesso sto leggendo uno di quelli di tua mamma, di quelli storici in cui costruiscono cattedrali e roba simile. Mi sto un po’ annoiando, ma le ho promesso che ci provavo. –

– Ok, nessun problema. Vuoi che ti avvicini il telecomando della TV? –

– No, no, per carità. Tua mamma insiste per cenare insieme guardando il telegiornale e già quello mi basta. Piuttosto, dopo mi mostri come si attacca quella cosa. Netflix, là. –

– Netflix? Ma ci vuole l’abbonamento e mi sa che non ce l’hai. –

– Beh, è per questo che ci siete voi giovani. Fammi l’abbonamento e poi fammi vedere come funziona. Tanto non è che abbia tanti altri modi di spendere la pensione, bloccato qua. –

– Non dire così, papà. Sarà questione di poco, ormai. Devi rimetterti e sarai di nuovo in piedi e operativo in un paio di settimane, vedrai. –

– Mah, non lo so. Ormai ho i miei anni, e dopo l’infarto li sento tutti. –

– Non dire così. Fidati che a breve tornerai ad essere un leone. –

– Sì sì, va bene. Comunque leggendo il tuo amico Stephen King mi hai fatto tornare in mente quello che facevamo noi nel 1958… –

– Andavate per i campi? –

– Scemo. Certo che sì, e nemmeno avevamo tanto tempo per le stupidaggini o i libri a quei tempi. Altro che cinema e feste. Qui era già tanto se potevamo andare a scuola. Quando l’hanno messa obbligatoria non sai quanti hanno provato a tenere a casa i figli lo stesso. –

– E perché mai? –

– Perché dovevamo lavorare! Non c’era tempo per cose come la scuola. I carabinieri dovevano passare per le case a riportare i ragazzi in classe. –

– Ma anche a te è successo? –

– No, da me avevano rispetto per chi “era studiato” e mi mandavano volentieri a scuola, anche se gli avrei fatto comodo per i campi. E, alla fine è stato bene che sia stata così, anche se mi sono cacciato un po’ nei casini per colpa di quelle lezioni. –

– Casini? –

– Mmm. Sì, non sempre le cose vanno come devono andare. –

– Hai intenzione di raccontarmi o continui a fare il misterioso? –

– Non è fare il misterioso. È che sto pensando se ha senso che ne parli, dopo tutti questi anni. –

– Ormai hai tirato fuori il discorso… –

– Sì, lo so. Boccaccia mia… –

– Dunque? –

– Dunque aspetta! Devo capire da dove partire. Ecco. Ci sono. Beh, era il 1958 e la nebbia non era quella che c’è oggi. Era densa, soffocante, e c’era molto più spesso… –


È il 1958 e in pianura la nebbia è densa, soffocante e c’è molto più spesso di quanto uno vorrebbe.

È il 1958 e quando cala il buio, cala davvero. Non ci sono molti lampioni in giro, in questo periodo e in questa zona. Nei centri dei paesi magari c’è qualche lampadina appesa ad un filo tra una casa e l’altra, ma tutto il resto è campagna e quando scende la notte, è notte sul serio. Se c’è un po’ di luna riesci perlomeno a scorgere qualcosa, ma quando arrivano l’autunno e la nebbia potresti trovarti in un altro pianeta, per quel che riesci a vedere.

Non che in quel periodo ci sia molta gente che gira di notte. La grande maggioranza della gente lavora nell’agricoltura, pochissimi su terreni di loro proprietà, molti sugli appezzamenti dei signorotti locali. La sveglia al mattino è alle cinque, e quando si va a letto alle undici è già tardissimo. In osteria si va più che altro di domenica pomeriggio o sera, ma il posto più frequentato è la chiesa, ed è attorno a questa che gira la vita del paese. Il tempo è scandito ancora dal sole e, in minima parte, dai rintocchi del campanile e dalle messe.

Qui non è ancora arrivato il futuro. Arriverà, sta arrivando, ma per il momento la vita è quasi la stessa di quella che è stata da centinaia d’anni a questa parte. Un prete, un dottore, il farmacista, qualche negoziante, una o due osterie, il fabbro, il calzolaio e poco altro. Il resto del paese è composto da contadini ed è così per tutti i paesi della regione e, se è per questo, della nazione.

Quell’autunno Marco ha undici anni e inizia la quinta elementare. È in ritardo di un anno rispetto ai suoi compagni: quel tempo lo ha passato quasi sempre ammalato, tra un’influenza, una bronchite, una mezza polmonite e via così. Per un certo periodo i suoi hanno quasi pensato di chiamare il prete per dargli l’olio santo, poi si era ripreso ed era tornato più forte di prima. L’anno di scuola però ormai è perso e ora si trova in classe con bambini tutti più piccoli di lui. I suoi amici sono già fuori e tornati a lavorare nei campi: per ben pochi di loro l’istruzione andrà avanti. Qualcuno farà le medie, nessuno che lui conosca vedrà mai le superiori o l’università.

Nel 1958 non esistono i capricci, non tra le persone normali. Forse i ricchi hanno il tempo e la possibilità di farli, ma qui i ricchi li conti sulla punta delle dita. Di una mano.

Marco quindi va a scuola senza fare capricci e scopre che alla fine conosce ben più di metà classe e, dopo un po’ di tempo, che gli piace quello che sta facendo. Non sarà mai uno studioso, e lo sa, ma ciò non gli impedisce di appassionarsi alle storie che la maestra gli racconta e gli fa leggere su posti ed epoche lontane. Libri a casa non ne ha, in famiglia non hanno nemmeno i soldi per comprare quelli di scuola, ma lì riesce a trovare mondi che mai avrebbe pensato esistessero.

Sono proprio le storie però a cacciarlo nei guai.

La sua maestra è una grande appassionata di racconti di viaggi e del fantastico, ma non si limita a far loro scoprire Jules Verne o Emilio Salgari. Lei porta libri di Guy de Maupassant, porta Edgar Allan Poe, porta Shelley (Mary, non Percy) e una volta porta persino Lovecraft. Quella volta le espressioni sconcertate sulla faccia di tutti i bambini le fanno realizzare che è meglio non ripetere l’esperienza. Continua però con Conan Doyle, con Wallace, con Hawthorne, con Howard. Scrittori che forse i suoi ragazzi non vedranno mai più nella loro vita, e che nemmeno i suoi colleghi spesso conoscono, ma che lei usa come grimaldelli per aprire le menti dei suoi giovani allievi sperando, chissà, che possa portarli a qualcosa di diverso. O magari lo fa solo perché adora i loro racconti e vuole condividerli.

In ogni caso sono questo tipo di storie che svegliano l’immaginazione di Marco e che lo ispirano. Il fascino del gotico e del fantastico sono manna dal cielo per un ragazzino che è abituato a preoccuparsi solo di vacche, campi e della prossima marachella. Ascoltando i racconti di quei pionieri della scrittura, Marco inizia a viaggiare con la mente in lande prima inesplorate. È una scoperta continua, che a volte lo riempie di meraviglia, a volte di gioia, a volte di paura.

È quest’ultima emozione e la voglia di sfidarla che lo spingono a proporre ai suoi nuovi amici di scuola una piccola avventura.

Sono tre i compagni che decide di coinvolgere. Ognuno di loro è figlio di contadini, e quando si ritrovano dopo le lezioni, per ognuno loro è già quasi ora di tornare a lavorare, dopo un pranzo veloce.

– Ragazzi, stasera andiamo ad esplorare la vecchia casa abbandonata dei Gingeri, ci state? –

Una casa abbandonata, in quei luoghi e in quel periodo, è qualcosa di assai strano. Normalmente sarebbe stata presa dal padrone della terra e data a qualche altro mezzadro. I Gingeri però erano una delle poche famiglie ad essere proprietarie dell’abitazione in cui vivevano e dei campi che lavoravano. Non erano ricchi, ma erano indipendenti, e in questo periodo era già una rarità. Da quel che aveva sentito Marco, c’erano di mezzo dei problemi con l’eredità, per via di lontani parenti difficili da contattare e ancora più difficili da mettere d’accordo. Quello che rimane è quindi una casa abbandonata in attesa di padrone e dei campi incolti in cui ogni tanto i ragazzini come lui vanno a giocare alla guerra.

Dire che i suoi amici lo guardano male sentendo la sua proposta, è dire poco. Poi parla Giuseppe.

– Stasera? Dopo fiò? –

– Sì! Fingiamo di andare a letto e invece poi usciamo e andiamo alla casa. –

– Non so se sia possibile, sai. Ci vedrebbero uscire… e poi la mattina abbiamo la sveglia presto, che abbiamo le vacche da mungere… –

– Sì sì, anche io, però è solo un’oretta. Non staremo via tutta la notte. E se state attenti, nessuno vi vedrà. –

Intervengono quasi all’unisono Giorgio e Antonio.

– Ma io dormo con i miei fratelli, tutti in uno stanzone! Si accorgono di sicuro! –

Tutti dormiamo in uno stanzone con altra gente. Io ho anche mia nonna, e lei ha sempre un occhio aperto. Ma se aspettiamo un pochino, dopo che siamo andati a letto, ce la possiamo fare. –

– Non lo so… –

– Non ditemi che avete paura della casa dei Gingeri! Questa è la verità, allora! –

I suoi tre amici si guardano le punte dei piedi, ma solo Antonio parla.

– Beh, le conosci anche tu le storie. Sono sicuro che non sono vere, però… –

– Appunto, non sono vere! –

– Però è comunque una mancanza di rispetto ai morti! – continua Antonio.

– Ma noi andiamo solo ad esplorare la casa, a vedere se c’è qualcosa di interessante, mica a scoperchiare le tombe. –

– Beh, se lì il vecchio Gingeri ha perso la testa e ammazzato tutta la famiglia, qualcosa di strano deve esserci. Non sono sicuro sia tanto intelligente andare a disturbare quella casa. –

– Era il vecchio ad avere qualcosa di strano, non la casa. Aveva cominciato subito dopo la guerra a perdere la testa… –

– Sì, ma è anche lo stesso periodo in cui lui e tutta la famiglia hanno iniziato ad abitare lì! Io non lo so, non mi sembra una bella idea. –

Antonio sembra trascinare anche gli altri, per cui Marco è costretto a spingere un po’ di più.

– Allora ditemi subito che avete paura e basta. Saprò che ho degli amici che si cagano sotto di fronte a una semplice casa e a posto. Non vi disturberò più e troverò qualcun altro che abbia il coraggio di fare qualcosa di avventuroso! –

La tattica è vecchia, ma i suoi compagni sono giovani. Li vede capitolare prima ancora che aprano bocca. Meglio così, perché lui in verità non ce l’ha qualcun altro con cui andare.

Si parlano uno sopra all’altro.

– Non è paura… –

– Io non ho paura, che cavolo dici? –

– Mai avuto paura di niente in vita mia… –

Li interrompe.

– Ne ero sicuro, sapete. Per quello mi sembrava impossibile che non voleste partecipare. Allora, come ci organizziamo? –

Si organizzano che seguiranno tutti la solita routine di lavoro nei campi, ritorno a casa, cena, fiò nella stalla tutti insieme e poi via di corsa a letto. Gli orari delle famiglie sono più o meno simili, per cui aspetteranno di essere sicuri che tutti stiano dormendo e sgusceranno fuori dalla loro camera il più silenziosamente possibile. Nessuno di loro ha un orologio, anche se il nonno di Antonio possiede un vecchio cipollotto, ma abitano tutti a circa un quarto d’ora a piedi dalla casa dei Gingeri. Se seguono bene il piano dovrebbero riuscire ad arrivarci prima di mezzanotte, l’ora delle streghe, da quel che ha letto Marco.

L’ora perfetta per visitare una casa che forse è davvero stregata.

Uscire di casa è più facile di quello che sembrava. I suoi fratelli hanno il sonno così pesante che dovrebbe scoppiare un’altra guerra perché si sveglino, e sua nonna questa notte sembra più stanca del solito. Non si gira nemmeno, quando le passa vicino per uscire dalla stanza. Marco è fuori di casa in cinque minuti e davanti alla casa dei Gingeri nel giro di poco più di dieci. Stasera è fortunato, perché il cielo e sgombro e la luna è alta in cielo. Nonostante l’autunno sia abbondantemente iniziato, non c’è nebbia e questo è già un miracolo. Se ci fosse stata sarebbe stato impossibile anche solo pensare di arrivare intero da qualche parte. Senza illuminazione per le strade e con solo la piccola lampada ad olio che si è portato si sarebbe trovato davanti ad un muro impossibile da penetrare.

Arrivato alla casa, si sistema sotto ad un albero, poi si mette ad aspettare gli altri.

E aspetta.

E aspetta.

E alla fine, dopo quello che sembra un anno, ma saranno probabilmente venti minuti, lui è ancora lì da solo.

Aspetta un altro po’, poi deve accettare a malincuore la realtà delle cose: non arriverà nessuno.

Che sia per il sonno, che sia per la paura o che siano stati scoperti, nessuno dei suoi amici si è presentato. Il suo lavoro di convincimento è fallito, alla fine.

Marco pesta un po’ i piedi, in parte per il freddo delle notti di ottobre, in parte per lo sconforto. Ci teneva davvero a vivere quest’avventura con i suoi amici. Sarebbe stato proprio come nei libri con i ragazzini detective, gli Hardy Boys di cui aveva letto nemmeno una settimana prima: avrebbero finalmente fatto qualcosa di diverso, di avventuroso.

– Beh, io vado dentro lo stesso. –

Non sa nemmeno di volerlo fare, finché non gli escono le parole di bocca. Si guarda attorno per vedere se qualcuno lo ha sentito, ma non c’è nessuno nel raggio di un chilometro, per cui l’unica cosa che vede è la strada sterrata, i campi, e la casa di fronte a lui.

È deciso, non si torna indietro. Se gli altri non hanno voluto accompagnarlo, sarà lui da solo ad andare a scoprire i segreti dei Gingeri. E si porterà via anche un souvenir, così da mostrare poi ai suoi cari amici che almeno qualcuno tra di loro ha coraggio.

Si guarda di nuovo attorno, trova conferma che non c’è nessuno, e comincia ad avvicinarsi.

La casa lo fissa al di là della piccola corte che la separa dalla strada. Sulla sinistra si può vedere il casotto in legno per le galline e poco distante il cagauro e il letamaio.

Marco nota tutto questo di sfuggita, mentre guarda la casa, che lo guarda a sua volta. Non ha niente di diverso rispetto a quelle in cui vivono lui e i suoi amici. Due piani di pietre e malta, imposte che iniziano a mostrare segni di trascuratezza, un’unica porta di entrata dall’aspetto solido. Guardandola pensa che forse, alla fine, nemmeno lui riuscirà ad entrare.

In un paese di contadini come il loro c’è poco spazio per altro che non sia il lavoro. A malapena la religione è tollerata, e più dalle donne che dagli uomini, preoccupati dei loro campi e del prossimo bottiglione di vino, piuttosto che di un lontano e ipotetico paradiso. Eppure, che la casa dei Gingeri sia infestata è un fatto accettato da quasi tutto il paese. Nessuno lo dice ad alta voce, ma molti lo sussurrano, tra una ciacola e l’altra mentre si fa fiò in stalla con amici e vicini. Dopotutto, non sono molti i posti in cui una persona ha ammazzato tutta la sua famiglia per poi uccidersi in maniera orribile.

È a questo che pensa Marco, mentre si avvicina alla casa e si chiede se, dopo tutti quegli anni, riuscirà a vedere ancora le macchie di sangue sui muri. Si chiede se le avranno tolte. Si chiede se davvero sentirà o vedrà qualcosa. Si chiede perché sia accaduto quello che è accaduto.

Poi è davanti alla porta e ogni pensiero svanisce. È solida come sembrava da lontano, e pare anche ben chiusa. Ha il tempo di pensare a quali finestre potrebbe provare a forzare, in caso sia sbarrata, poi abbassa la maniglia, spinge, e la porta si apre senza nemmeno un cigolio.

Hanno lasciato tutto aperto. Marco non sa quasi cosa fare davanti ad una sorpresa simile, ma alla fine si guarda intorno un’ultima volta e poi entra.

Solo quando è certo di aver chiuso bene la porta accende la sua lampada a olio, tenendo il lumino basso per non essere visto da fuori da ipotetici passanti che comunque sa benissimo non esserci. E anche se ci fossero, è molto probabile che scambierebbero la sua luce per la conferma dell’esistenza dei fantasmi, più che per la presenza di un intruso. In ogni caso sceglie di fare attenzione e di fare piano, che non si sa mai. L’idea è di esplorare un po’ e poi di prendersi un ricordino, qualcosa di riconoscibile che possa far schiattare di invidia e di vergogna i suoi amici fifoni. Una bella foto di famiglia, magari con qualche schizzo di sangue. Un soprammobile. Un capo di abbigliamento con le iniziali incise. Un ricordo di guerra. Marco non sa cosa aspettarsi, ma è sicuro che qualcosa troverà.

Nella casa è freddo tanto quanto fuori, anzi forse qualcosa di più. Anni di solitudine e di incuria l’hanno lasciata alla mercé del tempo: ora le mura sono gelide e restituiscono questo gelo a tutto l’ambiente circostante. Marco può quasi vedere le ondate di freddo emanate dalle pareti, ma ci si tiene ben distante. Ora che è dentro all’abitazione tutti i dubbi che non gli erano venuti prima iniziano ad affollarglisi nella testa e a renderlo più timoroso.

Ma te lo ricordi cos’hanno detto del vecchio Gingeri? Che quand’è tornato dalla guerra era posseduto. Che quando lo avevano spedito in Africa non aveva trovato solo qualche “faccetta nera”, ma qualcosa di peggio, e che se l’era portato a casa. Che era stato maledetto per quello che aveva fatto…

Finiscila!

Se lo intima da solo, mentre passa in quella che sembra fosse la cucina. Gira per la stanza, guardando, illuminando, esplorando. Non trova nulla di interessante, a parte un cucchiaio abbandonato in fondo ad un cassetto e una cornice vuota. Si sposta di stanza in stanza, alla ricerca, ma quello che vede sono solo vecchi mobili, polvere e muffa. Qualcuno è passato prima di lui e ha fatto razzia di quello che poteva esserci stato qui dentro. Forse i Bertani, che dicevano sempre di essere mezzi parenti dei Gingeri e di avere diritti di successione su quello che avevano lasciato.

Marco inizia ad essere nervoso, ma non se ne andrà senza un souvenir. Gli manca il piano di sopra, dove di solito ci sono le camere. Qualcosa riuscirà a trovare, almeno lì.

Il freddo sembra aumentare, mentre sale le scale. Non sembrano molto solide: le assi di legno mostrano segni di cedimento in diversi punti, dove muffa e umidità si sono concentrate maggiormente. Lui vede di stare bene alla larga da quei gradini marcescenti e prova a salire dove sembra più sicuro. La scala cigola, scricchiola, ma tiene.

Quando arriva di sopra prova a guardare a destra e sinistra, ma lassù la luce della luna non penetra nemmeno un po’ dalle imposte e la sua lampada illumina un’area troppo piccola per capire dove potrebbe essere meglio dirigersi. Fa la conta e poi va a destra, sperando di trovare una stanza interessante in cui ci siano almeno un po’ di possibili souvenir. È dentro da nemmeno dieci minuti e già vorrebbe essere tornato a casa sua.

Continuano a riaffiorargli alla mente i pochi dettagli che sa a riguardo delle uccisioni avvenute in quel luogo. Come avevano trovato i corpi, proprio al piano di sopra, quasi tutti ammazzati nei loro letti. Come il vecchio Gingeri avesse infierito sui cadaveri, pugnalati più e più volte fino a farli diventare ammassi di carne sanguinolenta. Come invece i due figli più piccoli fossero stati trovati morti in uno sgabuzzino, forse in cerca di nascondersi dal loro padre impazzito.

Inutilmente.

Marco ricorda tutto questo mentre entra piano in una stanza, la più grande, dove può vedere almeno sei letti. Ci sono macchie marroni sia sulle lenzuola, ancora sfatte, sia per terra, sia sui muri. Prova a far finta che sia muffa, e tenta di non guardarle troppo, ma sono ovunque e sa benissimo cos’erano. Lo stomaco gli sale in gola e il respiro gli si fa corto, mentre si rende finalmente conto di cosa sta facendo e di dove si trova.

Lì una famiglia è stata assassinata. Vite sono state spezzate. Persone come lui, con pensieri, sogni, preoccupazioni, sono state ammazzate in maniera brutale.

Non c’è niente per cui abbia senso fare giri turistici o raccogliere souvenir. Qui c’è stata la morte, e qui l’unica cosa che può rimanere è il rispetto per chi ora non c’è più.

Improvvisamente risoluto, Marco si gira di colpo, deciso a uscire di lì e lasciare che questa casa riposi in pace, come è giusto che sia. Mentre si volta, però, la lampada illumina brevemente un angolo della stanza e proprio lì gli sembra di vedere una figura in piedi che lo fissa.

Sposta subito indietro la lampada, ma l’angolo ora è vuoto.

Di sicuro è stato un gioco di ombre. Di sicuro non era il vecchio Gingeri che stava aspettando di ammazzare anche lui. Dopotutto era stato proprio lui l’ultimo corpo ad essere portato via da quella casa, suicidatosi dopo aver ucciso tutta la sua famiglia. Sua moglie. I cinque figli. La suocera. Uno dopo l’altro, in una notte di ottobre proprio come quella, quando la nebbia scende e la mente vacilla. Non aveva lasciato messaggi, ma il vecchio non sapeva scrivere, per cui niente di strano in questo.

Marco esce dalla stanza e si convince di aver visto solo ombre. È meglio così, qualsiasi sia la verità.

Pensa di dirigersi verso le scale e andarsene di lì con la coda tra la gambe, ma quando arriva ai gradini vede che dalla stanza dall’altra parte esce un po’ di luce. O la luna si è spostata e ha iniziato a penetrare dalle imposte, oppure qualcuno dei suoi amici è arrivato e si è diretto di sopra di nascosto per fargli uno scherzo. Forse questa opzione è un po’ tirata per i capelli, ma questo non gli impedisce di voler andare a vedere cosa c’è. Tutto il suo essere si ribella a questa decisione, ma la volontà di vedere, di sapere, è più forte di tutto.

Piano piano, e poi ancora più piano, si avvicina alla porta della camera che sembra quella padronale, con il letto matrimoniale che si intravede da fuori. Marco non fa rumore, avanza lento e scherma parzialmente la sua lampada. Se davvero c’è uno dei suoi amici lì sopra, sarà lui a fargli prendere un colpo e non viceversa.

Arrivato alla soglia riesce solo a a vedere di fronte a lui un vecchio armadio appoggiato al muro in fondo, mentre la stanza si apre verso destra, dove si trova il letto e da dove arriva la luce. E dove lui per il momento non ha ancora visuale.

Stanco di tutte le precauzioni, si butta dentro senza aspettare altro.

Non trova quello che si aspetta. Nemmeno un po’.

Non ci sono i suoi amici in quella camera. C’è il letto matrimoniale. C’è l’armadio. C’è un’unica finestra, da cui però non filtra alcuna luce. C’è però una lampada sul comodino dalla parte opposta alla sua, e quella lampada illumina una figura nera e altissima che stringe un coltello tra le mani e lo pianta ripetutamente nel petto di una donna distesa a letto, che sembra già morta.

Marco rimane paralizzato da quello che vede e si rende conto solo in parte di non udire alcun rumore. La figura continua a pugnalare imperterrita il corpo, ma non si sente nemmeno un sospiro. Dopo quattro secondi di paralisi, i quattro secondi più lunghi della storia del mondo, Marco riesce finalmente a muoversi per arretrare, e tenta di farlo nel modo più silenzioso possibile. Appena sposta la lampada, però, la figura nera smette di pugnalare il corpo e si gira di scatto a fissarlo. Lui non riesce a vederne la faccia, perché la luce non è abbastanza forte, ma se ne sente gli occhi addosso.

Basta movimenti lenti, è ora di volare.

Marco si volta di colpo e corre fuori dalla porta, diretto alle scale. Dietro di lui, un soffio d’aria gli rivela che anche qualcos’altro è in movimento, ma lui non si gira a guardare.

Corre, corre come un furetto in fuga da un predatore, e quando arriva alle scale si schianta contro il corrimano in legno. Non sente nemmeno la botta con tutta l’adrenalina che ha in corpo, e continua la sua corsa giù per i gradini. Riesce a dare uno sguardo dietro di sé, in quel momento: la poca luce che ancora arriva dalla stanza padronale non gli permette di vedere molto, però vede che la figura nera è ora sulla soglia, brandisce il coltello e non sembra intenzionata a fermarsi. È veloce ed è terribile, e il suo terrore aumenta ancora.

Riesce ad arrivare intero in fondo alle scale e anche alla porta principale. Fino alla fine è convinto che non si aprirà, ma quando ci arriva addosso, la tira e questa si spalanca senza problemi. Poi è fuori, finalmente, e dopo aver corso qualche altro passo, si gira a guardarsi indietro.

Dalla porta non arriva luce, ma riesce a intravedere gli interni dell’entrata della casa. Marco comincia ad arretrare, piano piano, continuando a guardare fisso davanti a sé. Poi vede comparire sulla soglia di casa la figura nera e subito dopo succedono due cose che gli tolgono il poco respiro che gli rimane.

La figura mette un piede fuori casa e inizia ad avanzare verso di lui. Nello stesso momento, la nebbia cala d’improvviso, grigia, fitta e impenetrabile alla sua piccola lampada.

Marco non ha mai urlato, finora, ma adesso urlerebbe, se avesse qualche utilità. È fuori dalla casa, dovrebbe essere salvo! Le regole delle storie che ha letto sono chiare! Perché sta uscendo, adesso? Cosa vuole?

Torna a girarsi verso la strada e ricomincia a correre. Con la sua piccola luce vede a malapena oltre la punta dei suoi piedi e deve quindi andare molto più piano di quello che vorrebbe. Attorno a lui la nebbia lo spinge da tutti i lati e gli unici suoni che sente sono il suo respiro affannato e i tonfi dei suoi passi. Riesce appena a capire in che direzione muoversi, e ogni cinque metri si deve fermare per guardarsi attorno. Non vede nulla e non sente nulla, ma ogni tanto gli sembra di scorgere un’ombra nera che gli si avvicina dal fianco, e allora si accuccia, scatta, si sposta lateralmente, avanza a zigzag. Dopo un poco perde anche l’orientamento e ad un certo punto si convince che non uscirà mai più da quella nebbia, che continuerà per l’eternità a vagare nella foschia, braccato e terrorizzato. Poi invece va a sbattere contro un muretto di pietra e capisce finalmente dove si trova: è il confine del campo dei Berti con la strada principale. Nel panico ha preso una direzione sbagliata, ma nemmeno così tanto. Ora più sicuro, Marco si rimette a correre, stavolta senza mai fermarsi, senza mai girarsi, senza mai perdersi. Non bada più alla nebbia, perché adesso è arrivato in una zona in cui sa davvero a memoria ogni sasso della strada. E se anche con la coda dell’occhio vede qualcosa di nero sfrecciare al suo fianco, continua a correre e basta.

È solo quando entra nella corte di casa sua che finalmente la nebbia si alza, di colpo. Marco si blocca e si guarda attorno, stupito. La notte è tornata chiara, illuminata dalla luna, e non si vede nulla in strada, né nel suo cortile. Dov’è finita la foschia? E il fantasma?

Marco ricomincia a muoversi verso casa, continuando a guardarsi alle spalle, ma non salta fuori niente dall’oscurità ad attaccarlo e lui riesce ad aprire la porta ed entrare senza nessuno che lo disturbi. Richiude senza fare rumore e si appoggia all’uscio tirando il fiato.

Rimane appoggiato allo stipite per un tempo che gli sembra lunghissimo, incapace di pensare, incapace di muoversi, ancora preso dalla morsa del terrore. Sussulta ad ogni scricchiolio della sua vecchia casa, ed è solo dopo almeno mezz’ora che riesce a mettere in fila un pensiero coerente.

Non sa cosa sia successo, non sa nemmeno cosa abbia davvero visto, ma quel che è certo è che l’ha scampata per un soffio. Forse l’ombra nera era il vecchio Gingeri, forse era il demone che lo aveva posseduto, forse non sa nemmeno lui.

Si alza piano e torna a letto, stando attento ad ogni passo, ma senza essere notato da nonna e fratelli nemmeno questa volta. Mentre si distende sul materasso di paglia, la sua mente inizia a correre. Pensa all’ombra nera. Pensa ai morti. Pensa al vecchio Gingeri. Pensa alla casa. Pensa a cosa fare ora.

Infine pensa che dovrebbe parlarne con il prete, o almeno con la maestra. Non gli passa nemmeno per la testa di parlare con i suoi genitori, anche se forse potrebbe raccontarlo ai suoi amici. Qui però c’è bisogno di qualcuno che possa aiutarlo, non che lo prenda per pazzo o pensi che stia scherzando.

Alla fine, mentre inizia a precipitare nel baratro del sonno, si ripromette di parlarne con la maestra, il giorno dopo. Lei capirà, ne è sicuro, e saprà dirgli cosa dovrebbe fare e se rivelare quella storia a qualcun altro, magari al prete, appunto. Dopotutto, in quei giorni, il prete è non solo il rappresentante di Dio, ma anche lo stregone del villaggio, quello che si interpella pure per scacciare i temporali, oltre che per confessarsi.

Con questa risoluzione in mente, Marco finalmente cade addormentato.

Il giorno dopo c’è il sole e l’avventura di quella notte sembra quasi irreale, un sogno ad occhi aperti. Marco va lo stesso a scuola risoluto a raccontare tutto alla maestra. Lei però quella mattina trova uno dei suoi compagni con i pidocchi e la giornata, da normale che era, diventa assai indaffarata e non ha tempo per lui.

Rimanda il discorso al giorno dopo, ma il giorno dopo è domenica e scuola non c’è, quindi si va a lunedì.

Nel frattempo però il ricordo della notte nella casa del vecchio Gingeri si fa sempre più irreale, e Marco inizia a faticare a crederci perfino lui. Forse se l’è davvero sognato. Forse non ci è nemmeno mai entrato, ed è rimasto tutto il tempo a letto, rapito da un incubo più realistico del solito.

Il lunedì non parla con la maestra, e nemmeno con il prete. Quando qualcosa va così oltre quello che pensiamo essere “reale”, facciamo fatica ad accettarlo. Preferiamo far finta che non sia davvero successo, che magari ci siamo sbagliati, che forse non c’era niente davanti ai nostro occhi.

Marco passa giorni a pensarci. Da una parte lo sa di non esserselo sognato, dall’altra dover affrontare il fatto che una cosa del genere non sia solo un sogno, e addirittura dirla ad un adulto, lo riempie di dubbi.

Alla fine si sta per decidere a dire comunque quello che ha visto alla maestra, non fosse altro perché sbarrino quella porta e che nessuno possa più entrare in quella casa, quando una notte arriva un temporale fuori stagione.

Ad ottobre non arrivano temporali, non di solito. È capitato che arrivasse la neve, una volta, ma i temporali sono cose primaverili, estive, non autunnali. Quella che però arriva in una notte di metà ottobre 1958 è la madre di tutte le tempeste e una cosa del genere nessuno di loro avrà occasione di vederla mai più.

Non che vedano molto. L’intero paese è raggomitolato sotto le coperte, in case chiuse e sbarrate, con le imposte che si scuotono e gli ululati del vento che fanno rabbrividire anche il più duro degli uomini. La pioggia cade a scrosci addosso alle case, mentre i tuoni si susseguono uno dopo l’altro. Il vento è la cosa peggiore, colpendo con una forza mai vista in quella regione.

Quando la mattina seguente i paesani escono dalle loro case per controllare i danni, vedono che i loro campi e le loro case sono stati colpiti dalla pioggia e dal vento, ma hanno resistito bene, tutto considerato. Ci sono tegole e alberi a terra, e tutti gli attrezzi o il materiale che non erano legati o al coperto sono stati sparsi in giro, ma non è successo niente di irreparabile.

Girando per il paese vedono che invece i campi dei Gingeri sono stati flagellati senza pietà. Inoltre, scoprono che la vecchia abitazione non c’è più.

La casa del vecchio Gingeri, che così tanto aveva inquietato tutti i paesani e che sembrava ormai una parte del panorama, è stata tirata giù dalla potenza della tempesta. Rimane solo un ammasso di macerie, simile a quelli causati dai bombardamenti di solo pochi anni prima.

Il dottore e il prete racconteranno loro più tardi che era stata una tromba d’aria a fare tutto questo. Nessuno degli abitanti del paese ne ha mai vista una, ma da quel momento cominceranno a temere questo fenomeno. Qualcuno di loro nutre dei dubbi sul fatto che un temporale abbia potuto avere una tale potenza da tirare giù una casa, ma se li terranno per sé. Dopotutto il prete e il dottore sono gli unici veramente “studiati” e se sono loro a dire una cosa del genere, deve essere vera, per quanto difficile da credere. Loro stessi sembrano provati dalla tempesta della notte prima, come se avessero dovuto subirla in prima persona, ma nessuno chiede nulla. In quegli anni il dottore è rispettato per le sue conoscenze mediche e il prete ha ancora addosso un’aura mistica e stregonesca. Chissà che cosa avranno fatto, quella notte, per proteggere il paese.

Nessuno chiede niente e nessuno esprime dubbi, mentre da parte sua Marco tira un sospiro di sollievo. Se la casa non c’è più, non ha nemmeno senso che lui vada a raccontare la sua storia e rischiare di essere preso per pazzo. Riflette che l’ombra che la abitava deve essere certamente svanita, ora, e i pericoli di cui doveva avvisare il resto del paese non esistono più. È così che da quel momento Marco decide che la cosa migliore è non pensarci più e provare a dimenticarsene, senza parlarne mai ad anima viva.

E così sarà: non racconterà mai quella storia, e nemmeno ci penserà, almeno fino a quando non si ritroverà bloccato in un letto, più di sessant’anni dopo e con suo figlio al fianco.


– E adesso non pensi che sia stato solo un sogno? Adesso sei tornato a crederci? –

– Adesso sono più vecchio, ho visto più cose, ho imparato di cosa posso fidarmi e di cosa no. E quella notte, qualcosa ho visto. –

– Non so cosa pensare… –

– Non devi mica pensare niente. Non è obbligatorio avere un’opinione su tutto, sai? Dillo pure anche ai tuoi amici dell’Internet: si può anche vivere senza dare un’opinione su ogni cosa che senti. Io ti ho raccontato questa storia, tu l’hai ascoltata. Punto. –

– Ma tu pensi che il prete e il dottore, quella notte della tempesta…? –

– Che siano stati loro? Che c’entrassero qualcosa con la distruzione della casa? Non lo so, non ho mai chiesto. So solo che, chiunque o qualunque cosa sia stata, ci ha liberato di una presenza maligna che prima o poi avrebbe fatto ben di peggio di spaventare un ragazzino delle elementari. –

– Chissà… –

– Ormai nessuno potrebbe dirti di più. Questo però è quello che è successo nell’ottobre del 1958, e questo è quello che ti ho raccontato. –

– Quindi la vita a quei tempi non era solo campi e vacche e messe e funerali… –

– Qua non è mai stato solo campi e vacche e messe funerali: anche questo era il 1958 in Veneto. Altro che il tuo amico King. –

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