Halloween Party

Ai miei tempi, Halloween aveva appena iniziato a farsi notare in queste zone. OK, c’erano stati tutti i film americani dell’orrore dedicati a quella notte, ma per noi adolescenti furono le feste quelle che cambiarono le cose. Quando i locali dei paesi attorno al mio iniziarono a fare degli eventi a tema Halloween, fui uno dei primi a fiondarcisi. Party in maschera con cocktail dai nomi truci, shottini senza limiti e ragazze sconosciute con cui ballare: come sarei potuto mancare?

A volte andavo in discoteca in motorino, ma per questi eventi c’erano anche le navette gratuite organizzate dai locali. Dato il tasso alcolemico tipico di quelle serate, io e i miei amici ne approfittavamo sempre.

Quell’anno, si era poco prima del cambio di millennio, la festa di Halloween andò particolarmente bene. Altre volte avevo passato la notte a vomitare in una siepe, oppure a farmi buttare fuori dalla discoteca perché troppo “vivace”. Questo giro, invece, ero perfino riuscito a limonarmi una tipa.

Salendo sulla navetta che mi avrebbe riportato a casa già pregustavo come mi sarei vantato della serata con gli amici. Non guardai nemmeno l’autista, ma se è per quello non guardai neppure gli altri passeggeri. Mi diressi verso l’ultima fila, dove già si trovavano quelli della mia compagnia, urlanti e schiamazzanti. Mi buttai a sedere al loro fianco, iniziando subito a raccontare la mia serata a Bronco, che non pareva preso molto meglio di me. Lui annuiva mentre gli riassumevo quanto avevo bevuto e soprattutto la mia tattica vincente per conquistare la tipa (ricontrollai il telefono, si chiamava Rebecca), ma non sembrava molto presente. Neppure io lo ero, a dir la verità, per cui continuammo a scambiarci i dettagli sulle nostre serate fino a che, dopo un bel po’, non iniziammo a capire che qualcosa non andava per il verso giusto.

– Ma non dovremmo essere già arrivati da un po’? –

– Ma non stiamo correndo troppo veloce? –

Ci volle un attimo perché connettessimo le due cose. Ce ne vollero di più per far connettere anche il resto della compagnia.

– Che cazzo sta succedendo? –

Ero io quello un pelo più sobrio. Fui io quindi che mi diressi dall’autista, che stava nascosto dietro ai pannelli di vetro di protezione del posto di guida, per chiedergli dove stavamo andando. Lui però non mi rispose, come se fosse troppo concentrato sulla strada.

Solo dopo un paio di momenti mi resi conto che non era vestito propriamente da autista. E solo dopo un altro paio di momenti mi resi conto che anche l’espressione sul suo viso non era quella di una persona concentrata sulla guida.

Quella che inizialmente avevo scambiato per una divisa era invece un abito nero, sopra a cui indossava un pastrano chiuso da un fermaglio d’oro con una pietra rossa. I capelli scuri erano lunghi dalle spalle e quello che pensavo fosse gel per tenerli fermi era semplicemente unto. La faccia con cui fissava la strada era tesa in un ghigno a metà tra il disperato e il pazzo. Mentre guardavo lui mi resi conto inoltre che non riconoscevo niente di ciò che vedevo passare fuori dal finestrino.

Mi guardai intorno, ma a parte i miei amici poco distanti, nessuno sembrava rendersi conto di cosa stava accadendo. Feci cenno ai ragazzi di venire a darmi una mano, poi iniziai a picchiare sul vetro.

. Autista! Autista! Ehi, autista! Dove stiamo andando? Puoi fermarti? Guarda che stiamo sbagliando strada! –

Fu come parlare ad un muro. Non si girò nemmeno a guardarmi.

Nel frattempo anche i miei amici arrivarono lì e insieme cominciammo a picchiare sulla parete di vetro che ci separava dal pilota.

– Ma come cazzo è vestito? –

– Autista, fermati! –

– Oi, coglione, ma ci senti? Fermati! –

Non si può certo dire che la diplomazia fosse un nostro pregio. Per lui però sembrava nemmeno esistessimo. Nel frattempo anche la velocità era aumentata, costringendoci ad afferrarci ai pali per non venire sbattuti a terra. Finalmente anche quelli dietro di noi si accorsero che qualcosa non andava e qualcuno iniziò a vociare e ad avvicinarsi.

Fu solo allora che, mentre noi picchiavamo sul vetro con tutte le nostre forze, l’autista finalmente si girò verso di noi, togliendo totalmente gli occhi dalla strada.

– Voi sarete il mio sacrificio a Satana. –

Rimase a fissarci ancora un secondo, mentre sotto di noi la strada scorreva a velocità sempre più folle, poi riportò gli occhi davanti a sé e riprese ad ignorarci. Noi ci eravamo zittiti appena aveva parlato, ma in quel momento ricominciammo subito ad urlare e a battere sul vetro che però, a quanto sembrava, era antisfondamento.

Ci fermammo dopo dieci secondi di casino. Non riuscivamo a forzare quella porta e nemmeno a spaccare le porte. Che fossimo o no diretti verso un sacrificio satanico, di sicuro correndo a quella velocità eravamo diretti verso un incidente stradale.

Fu allora che il nostro amico Thunder, ancora disteso su di un sedile, si svegliò dal coma alcolico. Ci vide tutti lì in piedi e, barcollando come un marinaio in porto, si avvicinò a noi per sapere cosa stava succedendo. Man mano che gli spiegavamo la storia e che lui si rendeva conto della situazione, lo vedevamo sempre meno sbronzo e sempre più incazzato.

Thunder non era soprannominato così per la sua voce forte, ma per la stazza e il temperamento simili a quelli di un certo Dio del Tuono. Lui non si spaventava mai, non si intristiva mai. Lui si incazzava: con se stesso, con i professori, con il mondo.

– Non ho tempo da perdere in un film horror di serie B con questo coglione. –

Provò a pestare il pugno anche lui sul vetro, ma vide subito che era inutile. Si girò, si guardò intorno, poi si allontanò di due passi e iniziò a prendere a calci uno dei pali di sostegno per chi stava in piedi.

– Non. Ho. Tempo. Da. Perdere! –

Ogni parola era un calcio e a fine frase aveva divelto il palo dalla sua base. Lo prese tra le mani e lo tirò e torse finché non lo ebbe staccato anche dal supporto sul soffitto. Poi si girò di nuovo verso di noi e verso l’autista.

– Fatemi spazio. –

Noi ci togliemmo da lì, per poi ammirarlo mentre imitava Babe Ruth e usava il palo di acciaio come una mazza da baseball contro i pannelli di vetro che proteggevano l’autista.

Questi ressero il primo colpo, e ressero anche il secondo. Al terzo si aprì una crepa a metà della porta e l’autista non sembrava più così imperturbabile. Al quarto la porta si infranse in un milione di pezzi, coprendolo di vetri taglienti. A questo punto Thunder mollò giù il palo, infilò la mano all’interno, si aprì la porta, gli si avvicinò e iniziò a stringergli la spalla.

– Ora tu fermi ‘sto cazzo di pullman. –

L’espressione sul viso dell’autista non era più di fissa concentrazione, ma di disperato terrore. Poteva solo scuotere ancora e ancora la testa.

– No, no! Ormai ci siamo, ci siamo! –

– Beh, vaffanculo. –

Detto questo Thunder lo tirò fuori di peso dal posto di guida, e nel giro di otto secondi prima lo schiantò a terra come un wrestler e poi si sedette dietro al volante.

Dopo poco eravamo fermi a lato della strada, con tutti fuori dal pullman a tentare di capire dove fossimo. Non sapevamo quale dovesse essere la meta finale verso cui ci stava portando il pazzo, e lui cooperava ben poco, ma di sicuro per il momento eravamo persi in mezzo alla campagna.

Alla fine sbattemmo l’autista nel bagagliaio del pullman e, con Thunder alla guida, ci infilammo di stradina in stradina fino a spuntare in una via un po’ più grande. Arrivati lì girammo verso destra avanzando fino al primo paese con un minimo di segnaletica e, finalmente, capimmo da che parte dirigerci. Da lì, porre fine ad una delle serate più strane della nostra vita e tornare a casa fu quasi un gioco da ragazzi. Spiegare alla polizia un diciassettenne alla guida di un pullman e l’autista nel bagagliaio fu un po’ più difficile, ma alla fine la pazzia di quell’uomo fu abbastanza evidente da scagionarci da qualsiasi problema.

Il resto di quello che accadde a noi e a lui è storia per un altro giorno.

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