Nell’Oscurità

Mi hanno consigliato di meditare per aumentare il focus durante la giornata, calmare i pensieri, trovare il mio centro e così via.

Ho iniziato e mi sto impegnando, ma mi sa che sto sbagliando qualcosa.

La prima volta che ho meditato non sono stato capace di fare stare zitta la mia mente.

Guarda il buio. Vedi il buio. Non pensare. Ascolta solo le sensazioni che arrivano dal tuo corpo. Senti il tuo respiro. Non pensare alla cena. Non pensare alla cena. Cazzo, sto pensando.

Sono andato avanti così i cinque minuti più lunghi della mia vita, poi mi sono arreso.

Ci ho riprovato il giorno dopo. E quello dopo. E quello dopo ancora.

Ho iniziato a migliorare. Sempre più spesso, finalmente, sperimentavo solo il silenzio e le sensazioni del mio corpo seduto a gambe incrociate sul tappetino. Rimani al buio, scacci gentilmente i pensieri che si presentano alla tua mente e rimani concentrato sul tuo respiro e sulle tue sensazioni fisiche. Non dovresti nemmeno visualizzare il tuo corpo, mentre mediti, perché anche quella è una distrazione.

Da qualche tempo però, chiudo gli occhi, mi focalizzo sul respiro, e dopo un po’ inizio a vedere cose.

Inizialmente sono solo colori. Un azzurro cielo che esplode di fronte a me, un rosa pallido che appare in alto, un giallo acceso sulla sinistra, un rosso al centro. Poi questi colori cominciano a muoversi, a unirsi, a spostarsi, a danzare. Sembra di essere sotto l’effetto di un acido.

Alla fine appaiono dei luoghi.

A volte è una foresta. A volte è la piazza di un borgo antico. A volte la riva di un fiume. A volte una steppa. A volte un deserto in piena notte. Non ci sono mai persone, ma vedo le foglie agitarsi nel vento, avverto gli animali muoversi nel sottobosco, posso addirittura sentire il profumo di pane appena sfornato quando mi ritrovo nel borgo.

Mi dico che è la mia mente che si distrae, che raccoglie immagini e storie nella mia memoria e le condensa in visioni, il cui unico scopo è farmi distogliere dalla meditazione. Me lo dico e me lo ripeto, ma non basta a farmi sentire più tranquillo riguardo a questo fenomeno. La cosa divertente è che posso sentire sia il mio corpo dentro la visione che quello seduto sul tappetino e la sensazione è abbastanza spiazzante. Se è tutto frutto della mia fantasia devo dire che sono davvero bravo.

Se non lo è, mi sa che dovrei preoccuparmi.

Decido quindi che la meditazione non fa per me. Provo a sostituirla con lo yoga. Peccato che ci siano dei momenti in cui la maestra mi richiede di rimanere disteso e chiudere gli occhi, respirare, non pensare, ascoltare il mio corpo. E in pochi secondi io sono in un altro mondo e altro che rilassarmi.

Smetto anche con lo yoga.

Dopo pochi giorni le cose peggiorano. Ora basta che sia in doccia e chiuda gli occhi per trenta secondi mentre mi lavo i capelli per ritrovarmi altrove. Per adesso riesco ancora a dormire senza problemi, ma sto iniziando a chiedermi cosa succede mentre sogno. Io i sogni non me li sono mai ricordati in vita mia.

Deve passare più di un mese da quando è iniziato tutto, prima che mi decida a fare qualcosa.

Non vado dallo psichiatra e nemmeno dall’esorcista. Ho letto troppi libri e visto troppi film per non accettare la realtà di quello che sta accadendo. Forse anche questo è parte delle mie fantasie disturbate, ma ho deciso che prima voglio provare a vederci chiaro io. Ho sempre tempo per farmi rinchiudere in un manicomio, se proprio non riesco a risolvere le cose da solo.

Mi prendo il week end per fare quello che devo fare. Avviso amici e famigliari che non sarò raggiungibile per due giorni, mi chiudo nel mio appartamento, apro un pacchetto di patatine per farmi coraggio e vado a sedermi sul tappetino.

Sono un po’ agitato, ma quando chiudo gli occhi la magia si ripete immediatamente. Questa volta, dopo i colori, quello che vedo apparire davanti a me è una radura. Sono in mezzo ad una foresta, ma non una in cui mi aspetterei di vedere Tigro spuntare da dietro un albero. Questa sembra più quella della Spada nella Roccia, con alti pini scuri, nuvole a coprire il sole e ombre ovunque.

Non sento uccellini cantare, qui.

Rifletto un secondo, sto quasi per annullare la missione, poi invece mi convinco ad andare avanti. Tanto basta che apra gli occhi per ritornare subito in me stesso, se qualcosa dovesse andare male. Quindi, per la prima volta da quando hanno iniziato a capitarmi questi episodi, faccio un passo avanti e inizio a camminare.

La mia visione sembra d’improvviso prendere sostanza, ed è come se il peso della realtà mi piombasse sulle spalle. Tutto ha un’altra apparenza, ora, meno cartoonesca e più vera.

Per non sbagliare mi do anche un pizzicotto, come insegnano i film, ma il dolore non fa che confermare quello che già sapevo: sono qui e ci sono davvero.

Bene, è ora di guardarmi in giro. Avanzo tra gli alberi, che sono alti e sono scuri, ma per fortuna anche abbastanza radi da far entrare un po’ di luce. Ora sento gli animali muoversi e, finalmente, anche qualche cinguettio. Non sono precipitato in una foresta maledetta, allora.

Non so cosa cerco, so solo che devo provare ad andare avanti e scoprire se c’è qualcosa sotto in questi continui viaggi mentali.

Cammino per quelli che sembrano dieci minuti, prima di trovarmi di fronte ad una casa. O forse è un castello di pietra? O un forte circondato da una palizzata in legno? Quando guardo in quella direzione mi succede qualcosa agli occhi e l’immagine sembra sfocarsi, cambiare, sparire e riapparire diversa. Avanzo un po’ di più e finalmente sembra fissarsi in una forma sola: mi trovo davanti una casa di pietre e legno dall’aspetto massiccio, circondata da una piccola radura. Sembra uno di quei posti in cui potresti ritirarti a vivere quando vai in pensione. Se non fosse che si trova isolata da ogni cosa, in un’oscura foresta, e dentro un sogno ad occhi aperti, cioè.

In ogni caso non faccio nemmeno a tempo ad avvicinarmi per bussare alla porta che questa si spalanca ed esce Mago Merlino.

A dire il vero non so se sia lui, ma certo è che gli somiglia davvero. O comunque assomiglia all’idea che ne ho io dopo gli innumerevoli film, libri e serie TV in cui l’ho visto interpretato. Vestito blu lungo fino ai piedi, cintura nera, alto cappello a punta sopra la testa, un mare di capelli e una barba bianca che gli arrivano alla vita. Se ora da quella porta uscisse un gufo penso che mi verrebbe da ridere. È lui però a ridere per primo quando mi vede.

– Finalmente sei arrivato! Ti stavo aspettando da un po’! Entra, che ti preparo una tisana ai frutti rossi e qualche biscotto. –

Mi ci vuole un attimo per raccapezzarmi, ma poi gli dico:

– Non so chi sia tu, ma nessuno mi aspettava e di sicuro io in quella casa non ci entro, non bevo tisane e non mangio biscotti. Chi dovresti essere? Mago Merlino? –

Lui sembra rimanerci male e un po’ mi sento in colpa, ma davvero, se da tutto quello che ho letto non ho imparato che in questi casi non ci si avvicina e non si prende niente di quello che viene offerto, mi meriterei ogni tragedia possibile.

Lui sembra accantonare la mia maleducazione con un gesto della mano e un sorriso.

– Capisco, capisco. Ti trovi qua, tutto solo, ovvio che non sai di chi puoi fidarti. Però è vero che ti stavo aspettando. –

– Guarda che forse mi confondi con qualcun altro. –

– Non direi proprio. Thomas Trecalli, giusto? –

A sentire il mio nome mi casca la mascella a livello delle ginocchia e il suo sorriso si allarga.

– Eh, sì. Proprio tu. Sicuro di non voler entrare a sederti e bere qualcosa? –

Non riesco a parlare, ma faccio lo stesso segno di no con la testa. Va bene essere sconvolti, ma non mi farò fregare in un momento di debolezza. Non che sia certo che si tratti di una fregatura, ma meglio non rischiare. Lui riprende:

– Staremo qua fuori allora. Il sole splende e l’aria è fresca, dopotutto. –

Recupero lo spirito e riesco a parlare di nuovo. Sembro quasi calmo, e mi congratulo di questo con me stesso.

– Tu sai chi sono io, ma continui a non dirmi chi sei tu. –

– È vero, è vero, scusami. Nella fretta e nell’eccitazione me ne sono dimenticato. Beh, di sicuro non sono Merlino. Il mio nome è Saragas e questo che stai visitando da un po’ di settimane a questa parte è il mondo di Telroi. Abbiamo fatto fatica ad individuarti, perché ogni volta compari in un luogo diverso, ma alla fine siamo riusciti in qualche modo a prevedere dove saresti potuto arrivare, e quindi eccomi qui! –

– Ma eccomi qui cosa? Chi siete? Che volete? –

– Eh, qui le cose si fanno un po’ difficili. Io sono solo uno dei molti dislocati nei vari punti di questo mondo dove le pareti tra le dimensioni sono sottili, diciamo. Siamo quelli che tu potresti chiamare “stregoni”. –

– E cosa volete da me? Io sono qui per sbaglio, non per altro. –

Saragas diventa d’improvviso serio.

– Sei qui per adempiere a una profezia per cui attendiamo da lunghi e lunghi anni. Sei l’eroe che stavamo aspettando per sconfiggere il drago di Kardana, che sta distruggendo e devastando il nostro mondo ormai da troppo tempo.

– Ok, io vado a casa. Ciaoooo. –

E apro gli occhi sul mio vero mondo.

O almeno ci provo. In verità non succede niente perché ho già gli occhi aperti nel mezzo di una radura e non ci sono altri corpi con gli occhi chiusi che mi stanno aspettando dall’altra parte e non sento più nessun altro corpo dall’altra parte e ci provo e ci riprovo e apro e chiudo gli occhi come un pazzo e la situazione non cambia e io comincio ad aver paura e a balbettare e non riesco più a respirare bene e tutto attorno comincia a girare e io ho sempre più paura…

Mi blocco. Respiro a fondo. Un’altra volta. E ancora.

Sono fregato. Non posso più andarmene da qui. La disperazione mi invade e vorrei solo correre via, ma devo rimanere concentrato. Ora più che mai diventa importante andare a fondo di questa storia, e questo significa ascoltare Saragas, che nel frattempo mi sta guardando con faccia preoccupata.

– Tutto bene? Guarda che stavo scherzando, non ci sono draghi a Telroi, che io sappia. –

– Ma che razza di scherzi sono? –

– Eri troppo nervoso, volevo solo sdrammatizzare un po’ la situazione. –

Respiro a fondo un altro paio di volte, poi gli dico, con tutta la calma possibile:

– Non ha funzionato. –

– Scusami, ti prego. Dai, entra che ti spiego qual è la storia reale dietro a tutto questo. –

Continuo a non essere convinto, ma non posso più tornare indietro. Devo scoprire cosa c’è sotto, se voglio tornare a casa. Annuisco e lo seguo, mentre mi fa strada dentro una casa che sembra uscita dalle fiabe. C’è una stufa nell’angolo, un tavolo con delle sedie in legno e una credenza su cui stanno vasetti di spezie, pane e frutta. Una porta si apre su una camera da letto che riesco a intravedere solo in parte e ce n’è un’altra chiusa che sarà probabilmente quella della cantina o del bagno. Ci sono i bagni nelle fiabe?

Mi accomodo al tavolo e guardo Saragas affaccendarsi davanti alla credenza.

– Ti ho detto che non bevo nessuna tisana. –

– Beh, io la preparo per me. Tu fai quello che vuoi. –

– Direi. Mi spieghi che cosa vuoi, allora?

Saragas si siede davanti a me e inizia a parlare.

– C’è davvero una profezia che ti riguarda, in verità. –

– Oh, cazzo. –

– Parla della tua nascita, di te e di questo mondo. –

Poi inizia a raccontarmi la storia di Telroi, di famiglie regnanti e di maghi malvagi, di cavalieri coraggiosi e di una vittoria sul Male Oscuro. E di una profezia, però, che diceva che se il Male fosse tornato, sarebbe anche arrivato il Bene a contrastarlo da un’altra dimensione.

Lui racconta e racconta, e io sono avvinto dalle sue parole. Chi non sarebbe lusingato di essere il Salvatore del mondo, anche se non è proprio il tuo mondo? E però, mentre scende nei dettagli di ciò che è successo, mi trovo a distrarmi senza volere.

Il problema è che ha un alito mefitico. Ogni volta che respira verso di me devo trattenermi dal vomitare. Ovvio che mi ritrovi distratto, anche se quello che mi dice dovrebbe essere drammatico. Non so che problemi di digestione abbia, ma confido li risolva con la tisana che si sta per bere, perché sennò qui io ci lascio le penne.

Mentre Saragas continua a ciarlare di maghi, profezie, linee di sangue regale e così via, mi accorgo che non riesco più a concentrarmi su di lui. La mia attenzione vaga, si perde, e inizio a vedere alcuni dettagli che non mi piacciono molto.

C’è qualcosa nella disposizione degli angoli di quella cucina che mi disturba. Non mi è chiaro cosa davvero mi dia fastidio, però. So solo che mi sembrano sbagliati.

Se fossero sbagliati ‘sta catapecchia ti cadrebbe sulla testa, non pensi?

La mia mente tenta di farmi ragionare, ma i miei occhi continuano a vedere qualcosa che non va.

Mentre fingo di seguire attentamente il mago, che ormai parla da cinque minuti ininterrotti, comincio a notare altre cose inquietanti. I vasetti di spezie che sono sopra alla credenza sono pieni di cose che si muovono e che sembrano vermi. Al loro fianco noto solo ora che c’è quello che pare un grosso libro di ricette rilegato in pelle. È mezzo nascosto dalla pila di vasetti, ma riesco a leggere l’inizio del titolo e temo non sia proprio quello che uno utilizzerebbe per preparare ottimi manicaretti.

Qui c’è qualcosa di molto strano.

Interrompo Saragas mentre si sta dilungando a raccontarmi di come il mio ruolo sarà fondamentale per il ripristino dell’ordine, della giustizia e blablabla.

– Saragas, scusami. So che questo è tipo un sogno ad occhi aperti, ma sento come se mi scappasse la più grande pisciata dei secoli. Non è che c’è un bagno? Sennò vado fuori dietro ad un albero, nessun problema. –

Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra di intravedere un lampo di fastidio e rabbia attraversare gli occhi del mago, subito però mitigato da un sorriso a trentadue denti.

– Ma certo, abbiamo tutte le comodità, qui a Telroi! Lì, dietro quella porta. Serviti pure. –

– Grazie. Non volevo interromperti, ma davvero ne ho proprio bisogno. –

– Vai vai, io ti aspetto qui con la mia tisana. –

Faccio finta di non sentire l’ennesima zaffata del suo alito fetido, mi alzo e mi dirigo verso la porta chiusa che mi ha indicato. Quasi mi aspetto di trovarmi in una stanza oscura, piena di candele e libri e segni neri sul pavimento, ma no, è proprio un bagno. Entro, mi chiudo la porta alle spalle e tiro un sospiro di sollievo: finalmente posso respirare a pieni polmoni senza paura di morire.

Mentre mi svuoto la vescica in quello che è proprio uguale al WC che uso di solito, ho un secondo di sbilanciamento quando guardo fuori dalla finestra. Le proporzioni degli alberi che vedo, gli angoli del telaio, i colori all’esterno: ho un momento in cui mi sembra tutto sbagliato e mi vengono le vertigini. Mi tengo in piedi, ma a questo punto decido che ci sono troppe cose strane ed è meglio se me la filo.

Apro l’acqua del lavandino (sì, c’è anche un lavandino in questa casa nella foresta) poi spalanco la finestra del bagno e salto fuori. I colori e le proporzioni ora sembrano aver riacquistato un loro senso, ma io ho tutta l’intenzione di tornare indietro nel mio vero corpo il prima possibile. Come posso fidarmi di uno stregone con un libro come quello che ho intravisto sulla credenza? Il titolo era mezzo nascosto, ma non ci possono essere molti tomi in pelle con un nome che inizia con “Necronom…”.

Inizio a correre: il mio piano è quello di raggiungere la foresta e perdermici dentro, sfuggendo così a Saragas. Poi, in qualche modo, dovrò trovare il sistema di tornare nel mio mondo, ma intanto l’importante è far perdere le mie tracce.

Arrivo fino al bordo della radura prima di sentire la sua voce urlare:

– Thoooomaaaaasss! –

Non sembra molto felice.

Poi è dietro di me e lo sento correre con falcate che, non so come, fanno tremare il terreno. È troppo rapido e la mia unica chance è di perderlo tra gli alberi, sfuggendogli e usando le ombre come scudo.

Mi accorgo che è un errore dopo pochi metri, non appena anche lui arriva al limitare del bosco. D’improvviso tutte le ombre che dovevano servirmi da rifugio sicuro diventano più cupe e il sole che filtrava tra le foglie sembra sparire. Devo rallentare se non voglio schiantarmi addosso ad un albero. Continuo però ad avanzare, spostandomi da un punto all’altro e sempre guardandomi le spalle. Non vedo nessuno, ma inizio a sentire la voce di Saragas spuntare da ogni ombra, adesso. Non capisco costa stia dicendo, sembra uno che si sta strozzando con la sua stessa lingua, ma riconosco qualche parola e qualche nome.

Tsathoggua… Nyogtha… Nyarlathotep… Cthulhu.

La paura che pervade ogni fibra del mio corpo diventa terrore. Non sono così ignorante da non capire cosa sta succedendo e chi sta evocando lo stregone, e non so più cosa fare.

Thomas, vieni fuori e accetta il tuo destino. Sei stato chiamato appositamente per questo. È il tuo fato. –

– In culo tu e il fato. Col cazzo che esco! –

Thomas, è inutile che scappi. So benissimo dove sei. Questo bosco, questo mondo, è tutto mio. Ti posso far spuntare qui davanti a me anche ora, se voglio. Ma preferirei tu venissi di tua spontanea volontà: renderebbe il rito molto più efficace. –

– Lasciami andare! –

Oh, ma lo farò, assolutamente! Sei qui apposta per poi poter tornare nella tua dimensione… e per lasciare la porta aperta e fare entrare anche i Signori degli Spazi Esterni. –

Sto continuando a spostarmi, ma la sua voce continua a seguirmi. Se quello che dice è vero, vuole sfruttare il passaggio che si apre tra questa e la mia dimensione per portare sulla Terra le entità infernali di cui prima ho riconosciuto i nomi. E se quello che insegna un certo Lovecraft è vero, questa non sarebbe per niente una cosa buona e giusta.

Le ombre attorno a me si addensano sempre di più e anche se continuo a muovermi la voce sussurrante di Saragas mi perseguita. Ha ricominciato a parlare nella stessa lingua di prima e lo sento sempre più vicino.

È in questo momento che capisco che mi è rimasta un’unica via d’uscita, che lo voglia o meno. Non so neanche se funzionerà, ma non vedo altre strade. Affrontare Saragas è impossibile: non ho né le armi, né le forze per sconfiggere un simile stregone.

Però posso togliergli dalle mani il premio che aspetta con così tanta ansia.

Posso fare l’unica cosa che mi è rimasta, se voglio impedirgli di causare la fine del mondo.

Posso uccidermi.

Non so nemmeno se funzionerà, né come farlo, ma ormai mi sembra l’unica via di scampo. Attorno a me il bosco sta diventando sempre più buio e la voce strisciante di Saragas si è unita ora ad un coro di bestie sataniche che parlano e sussurrano e gemono. Quello di cui mi rendo conto è che morirò in ogni caso: meglio farlo come dico io.

Inizio a correre, anche se a malapena vedo davanti a me. Se riesco a trovare un burrone, posso lanciarmi da lì e, se tutto va bene, non sentire nulla al momento del mio trapasso. La sola idea mi mette addosso una paura infernale, ma continuo a ripetermi che non ho scelta. Peccato che non riesca a trovare burroni, in questo cazzo di bosco.

Dopo quelli che saranno almeno dieci anni di corsa senza respiro, mi trovo davanti a quella che è la mia ultima chance. Saragas e le bestie sataniche mi sono addosso e so che quello che vedo di fronte a me è la mia unica possibilità, però fa terribilmente paura.

Non ho trovato burroni, ma ho trovato un tronco caduto, e da questo tronco si levano diversi spuntoni di rami morti. Non posso buttarmi in un crepaccio, ma se ho abbastanza coraggio potrei lanciarmi addosso ad uno di questi rami e lasciare che la forza di gravità faccia il resto.

Più facile a dirsi che a farsi.

Mentre sono lì fermo, bloccato dalla paura, quello che mi fa decidere infine è la speranza. La speranza che qui funzioni un po’ come in Inception e uccidersi in questo mondo equivalga a svegliarmi nel mio.

Non so se è vero, ma lo posso sperare.

Attorno a me l’oscurità e le ombre avanzano, mentre i cori di voci urlanti mi riempiono le orecchie. Se voglio farlo, devo farlo ora, e confidare che davvero uccidermi in così malo modo sia la strada per tornare a casa.

Raccolgo il coraggio di una vita, prendo la rincorsa e inizio a correre. Quasi non vedo più il tronco e lo spuntone di ramo su cui ho deciso di porre fine alla mia esistenza, ma questo non mi ferma. Raggiungo la mia massima velocità e salto, a braccia aperte verso la morte.

Il dolore è indescrivibile.

Il ramo mi trafigge poco sotto lo sterno e lo sento trapassarmi oltre le scapole. Non mi va così bene da morire sul colpo, ma nell’agonia che riempie ogni fibra del mio essere sento la vita gocciolarmi via una stilla alla volta.

Poi, d’improvviso, ecco Saragas al mio fianco. Riconosco che è lui dalla veste che ancora indossa, ma il suo aspetto è cambiato, ed è raccapricciante. Tentacoli e occhi e denti e squame e marciume e ulcere. Non riesco a vedere molto di più, nell’oscurità e nella nebbia del dolore. Ma è lui e mi parla e mi sembra di sentire un sorriso nella sua voce.

Qui Thomas, proprio qui. Proprio così, proprio come doveva essere. E lo hai fatto volontariamente, che coraggio. Sarà ancora più facile, ora.

E mentre sento la mia vita spegnersi dopo ogni respiro, capisco la portata del mio errore, e capisco cos’ho appena scatenato sulla terra.

Morendo, sento il mio mondo aprirsi davanti a me, e sento la porta tra le dimensioni che sto varcando spalancarsi a forza sotto la spinta di esseri abominevoli e senza età che si fanno strada con fame orribile.

Quando apro gli occhi nel mio corpo reale, l’ultima cosa che vedo è l’oscurità tra le dimensioni che sto oltrepassando e l’ultima cosa che sento sono le voci urlanti dei demoni che stanno varcando la soglia insieme a me.

Poi c’è solo buio e dolore.

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