Il silenzio di una mattina d’estate

Il sole si alza e io lo ammiro dal mio giardino. In lontananza sento passare un treno.

Il silenzio questa mattina ha una profondità che da tempo non sperimentavo. Il periodo ferragostano in Italia regala momenti di calma tutta da gustare, per chi sceglie di non andare a imbottigliarsi nel casino delle ferie forzate di questi giorni.

Non che quest’anno sia come gli altri anni, ovviamente. Però la fuga dalla routine è quella, il tentativo di ridare colore ad un’esistenza grigia con pochi giorni di vacanza è quello. Poi ti ritrovi tutti negli stessi posti, ad ammirare le stesse cose, a rilassarti negli stessi modi, a incastrarti in mezzo alla stessa gente, ma quello è un altro discorso.

Non parliamone, fingiamo sia sempre tutto spettacolare, e quando lo raccontiamo evitiamo di ricordare quei piccoli particolari che potrebbero rovinare l’immagine che vogliamo trasmettere. Per piacere, fai la foto un po’ più a destra così non si vede la folla lì dietro e sembra sia qui da sola in un posto incontaminato.

Immagine, apparenza: direi che non sono il primo a vedere come tutto ciò si scontra con quello che è la vita reale.

Vi sembra mai di stare giocando con l’aria? Come se quello che state facendo non siano altro che movimenti passivi, vuoti, di nessun conto? Come se steste perdendo qualche cosa di più vero, di più reale? E non capite cosa sia, ma avete solo questa sensazione?

Non è solo una sensazione: è proprio così. È ciò che prova chi sta sbattendo sulla superficie delle cose, ma non sta davvero vivendo nulla, non sta davvero entrando in profondità di niente. Come sassi fatti saltare sull’acqua, che proseguono però all’infinito a rimbalzare sulla superficie e mai entrano davvero nel lago.

Finché non sprofondi con tutto te stesso nelle profondità di quella che è la vita, sarai solo un sasso che salta e che non vive davvero. Ed è più facile a dirsi che a farsi.

Curioso però come qualche momento nel silenzio di una mattina d’estate possa tirare fuori certi pensieri.

Magari è proprio quello il segreto. Mollare la corsa, fermarsi, godere il momento, stare nel silenzio.

Tutte cose sentite migliaia di volte e che dopo un po’ stufano, no? Eppure perché, se ascolti davvero, c’è un leit motiv di sottofondo a tutti i discorsi che si fanno in giro?

Sì, la paura per la malattia. Sì, la paura per l’economia. Sì, tutto quello che si è perso, tutto quello che si perde ogni giorno, tutto quello che si perderà.

Ma anche una sorta di nostalgia per il periodo passato in quarantena, un sentire la mancanza di quei momenti quando tutto era fermo, nessuno doveva rincorrere niente, ogni cosa era quieta, ogni ansia bloccata. Una sensazione diversa da ogni altra avessimo mai sperimentato: non solo noi fermi, ma anche tutto il resto.

Un momento di pausa vera in una corsa continua che ci prende da quando nasciamo a quando moriamo.

Nasci. Asilo. Nonni. Scuola. Scegli bene che ne va del tuo futuro. Altra scuola. Lavora, presto. Cambia lavoro, resta a casa disoccupato, trova un altro lavoro. Sposati. Famiglia. Stai dietro ai figli e immettili sulla tua stessa strada. Corri, presto che stai perdendo il treno.


Ma quale treno? Quale vita? Continui a saltare di momento in momento e non li stai vivendo.

Ed è questo che, sotto sotto, ci ha fatto scoprire la pausa forzata che abbiamo vissuto.

È da questa rivelazione che ora il sistema ci sta spingendo via con tutte le sue forze. No, non guardare di là, non c’è nulla di interessante, guarda di qua, guarda quanti begli oggetti scintillanti, guarda quante belle distrazioni avvincenti.

E continua a correre, stronzo.

Forse è a questo che il silenzio ci spinge. E forse è da questo che continuiamo a fuggire. Fa paura, è difficile, affrontare i momenti di vuoto con se stessi, essere presenti e consapevoli in ciò che si è e si fa. Meglio correre, distrarsi, anche se significa la morte dell’anima.

E però.

E però magari ti svegli a 50, 60, 70 anni e ti rendi conto di non aver mai davvero vissuto.

E però ti rendi conto che non era tutto lì. Che forse, a cercare meglio, a fermarsi, c’era altro lì sotto da provare, da sentire, da sperimentare. Sì, sotto il fondo pensione e il matrimonio da favola e la macchina nuova ogni quattro anni, forse c’era qualcosa di più che avresti potuto fare, forse c’era una profondità maggiore a cui avresti potuto aspirare, una vita diversa che avresti potuto vivere.

Forse, senza tanti aggettivi, avverbi, cazzate, avresti potuto semplicemente vivere. Che per ognuno di noi poi ha un significato diverso, implica cose diverse, ha valori diversi, ma non può prescindere in nessun caso dall’esserci davvero.

Ma ormai (che sia vero o no) è troppo tardi per cambiare. Meglio nemmeno provarci. Per cui ti compri la spider nuova, ti fai l’amante, provi a ritrovare in altro modo il brivido di cui non hai mai saputo godere prima.

E continui a correre.

Contento tu.

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