Qualche birra e un po’ di crescita personale

Lo chiamano Gius per uno stupido errore commesso più di vent’anni fa durante una lezione di inglese. Non è il suo vero nome, ma tutti lo conoscono con questo pseudonimo e anche lui ormai si presenta così.

Lo incontro al Bull Bar tre volte a settimana, ma probabilmente lo incontrerei lì più spesso, se più spesso ci andassi anch’io. Quando si parla di locali io sono una puttana e ne provo sempre di diversi, mentre lui è un poligamo fedele: ha i suoi quattro posti preferiti e da lì non si schioda. Ognuno di essi ha una caratteristica fondamentale che lo rende meritevole. Uno ha le cameriere più gnocche della zona, l’altro ha una birra fantastica, e un altro fa i panini come piacciono a lui. Il Bull Bar, poi, ha tutte e tre queste caratteristiche, ma perfino lui deve variare ogni tanto, per quello si sposta anche in altri luoghi. I nostri incontri però avvengono sempre qui, davanti ad un bicchiere da mezzo litro di birra, sempre memori del fatto che la birra piccola è immorale.

Agli altri tavoli dei ragazzi urlano mentre guardano la partita alla TV. Da dietro il bancone il barista adocchia un paio di belle figliole appena entrate. Io e lui invece ci incrociamo davanti alla spina della birra, ma poi andiamo a sederci ad un tavolo. E beviamo.

“Per l’inizio del nuovo anno sono arrivato ad alcune conclusioni, sai?”

“Gius,” gli dico, “inizio anno è passato da un pezzo.”

“Chissene. Il nuovo anno lo decidi tu quando inizia. Il nuovo anno è qualcosa di interiore, è un nuovo inizio. Il mio è cominciato ieri. Passami le patatine.”

Gliele passo. Lui continua.

“Intanto ho deciso che non voglio più avere a che fare con ragazze nate dagli anni ‘90 in poi.”

“E perché mai?”

“È provato scientificamente che sono fuori di testa. Nel ‘92 in particolare ci deve essere stato un picco di qualcosa nell’aria, ma non escludo che questo valga anche per altri anni. Per non sbagliare ho deciso di evitare tout court qualsiasi ragazza che sia nata da quel decennio in poi.”

“Ma non è detto che siano tutte pazze. Me ne vengono in mente di sane e stabili quante ne vuoi!”

Mi fissa. Mette giù il bicchiere.

“Dai, quante?”

“’Spetta.”

Ci rifletto. Inizio a contare sulle dita. Dopo aver alzato tre dita, mi fermo. Non riesco più ad andare avanti.

“Forse c’è qualcosa di vero…”

“Certo che c’è qualcosa di vero! Guardati in giro e vedi subito che la stabilità mentale è stata fottuta in blocco dopo gli anni’80. Anche negli uomini, eh. Ma io quelli non me li devo portare a letto.”

Io ci sto ancora pensando su, per riuscire a trovare degli esempi con cui controbattere il suo ragionamento, ma non ne trovo. Di tutti i giovani che conosco, solo pochi possono essere davvero considerati “stabili”, per così dire. Ma di sicuro sono io che mi sono lasciato troppo influenzare. Mi trovo però incuriosito dalla sua idea di cominciare adesso un suo nuovo anno con dei nuovi propositi.

“Vabbeh, lasciamo perdere il discorso: a questo punto avrai anche altri buoni propositi, immagino. Non funziona così col nuovo anno?”

Sorrido mentre lo dico, ma lui non sorride mentre tira fuori di tasca un block notes e lo apre davanti a sé. Dal mio posto posso vedere solo la sua scrittura fitta e una serie di punti, ma non capisco cosa ci sia scritto.

“Ma ti sei fatto davvero una lista?”

“Certo. Non posso pretendere di ricordarmi tutte le idee che mi vengono, per cui me le segnavo ovunque quando mi venivano: nello smartphone, su post-it sparsi in giro… Ora li ho rivisti tutti e riuniti e mi sono creato i miei Comandamenti.”

“Tu sei fuori. Però sei così fuori che sono quasi affascinato dall’idea.”

Mi guarda, e non capisco cosa stia pensando. Lo sollecito ad andare avanti.

“Eh, ma allora, ‘sta lista? Quali sono i Comandamenti di Gius?”

Lui beve un altro sorso di birra, sembra quasi esitare, lui che non sembra mai essere scosso o stressato da nulla, lui che da fuori penseresti sia un Buddha, nel vedere la sua imperturbabilità agli eventi.

“Magari sembra strano, è vero, ma prova a pensarci un po’: che c’è di strano nel seguire una bussola, quando devi dirigerti da qualche parte? Se a uno va bene barcollare e vagare nella sua vita senza una minima idea di cosa stia facendo e nemmeno di cosa voglia fare, cazzi suoi. Io alcune idee ce le ho, e me le sono messe per iscritto per non dimenticarmele.”

Considero quello che ha detto e annuisco.

“Guarda che non volevo prenderti per il culo, solo che con il Comandamento di prima, mi hai messo un po’ in dubbio su ‘sta roba.”

“Ce ne sono di più importanti e di meno importanti, sai.”

“Dai, allora spara. Magari sono utili anche a me.”

“Ok. Però non sono in ordine di importanza, ricordatelo. Sono come li ho copiati, a caso.”

“Sì, va ben, dai, adesso parla.”

E lui parla.

“Intanto ho deciso che non guarderò più serie televisive oltre la quinta stagione. Se sono serie divertenti, dopo un certo tot di puntate iniziano a voler diventare troppo serie, a voler affrontare temi di un certo livello e rompono il cazzo. Guarda Will&Grace, guarda perfino Happy Days. No no, mai più guardare serie che di base vengono allungate solo per tenersi gli spettatori.”

“Eh beh, questo era uno dei punti importanti, eh.”

“Vaffanculo, li vuoi sentire o no?”

“Vai vai.”

“Ho deciso che in discoteca non mi vedranno più e nemmeno nei posti da fighetti dove va la gente prima di andare in discoteca. Già non ci andavo prima, ma d’ora in poi basta. A parte l’esorbitante numero di fighe di legno, hai mai fatto caso alla differenza tra chi va in disco e chi va ai concerti? Ora generalizzo un po’, preparati.”

“Sono pronto.”

“Quando vai in disco vedi tutti questi personaggi tirati a mille, che magari hanno anche “tirato” qualcosa e che sono alla ricerca di un divertimento che a me pare vuoto come pochi. E poi diventano cattivi di colpo, se anche solo li urti per sbaglio. Inoltre, diciamo la verità, la musica mi fa cagare. Se vai ad un live invece, la gente che trovi è molto più rilassata e si sta godendo molto di più la vita. Magari qualcuno beve, qualcuno si fuma uno spinello, ma sono felici e l’atmosfera è bella. Perfino ai concerti metal, in mezzo al pogo, la gente si comporta bene. Quante volte vedi quello che cade per terra e tutti attorno si allargano e smettono di pogare e lo proteggono e lo aiutano a rialzarsi, indenne? Cazzo, adoro la gente dei concerti.”

“Fin qui non posso darti torto. Io saranno dieci anni che non vedo una discoteca.”

“L’altro Comandamento è quello di semplificare. Ti butti a fare mille cose e alla fine ti trovi a girare come una gallina senza testa, non capendo più un cazzo di dove stai andando e disperdendo energie in cose che alla fine non ti interessano davvero. Da oggi riduco le cose a cui mi dedico e mi ci dedico meglio, con piena concentrazione. Persone, cose, momenti. Io adesso sono qui con te, e ci sono pienamente, non sto pensando ad altro o guardando WhatsApp della merda.”

Io tolgo la mano dal borsello, dove la stavo infilando quasi senza accorgermene per controllare se c’erano nuove notifiche sul mio Samsung.

“E questo si collega al Comandamento successivo: ridurre l’uso dello smartphone. Non vengo a farti prediche perché sono sicuro che sai già tutto sullo schifo che provocano quegli aggeggi sul nostro cervello e sulle nostre capacità mentali. Comunque ho intenzione di usarlo il minimo indispensabile. Se non c’entra il lavoro, mi sono dato mezz’ora al massimo al giorno di utilizzo.”

Inizio a pensare che forse potrebbe essermi utile seguire questa regola. Nel frattempo estraggo il Samsung e controllo WhatsApp. Fottuto tossico che non sono altro.

“Poi la mia intenzione è iniziare ad applicare per davvero l’idea di zero aspettative e zero rimpianti che ho letto da qualche parte. Sono due cose separate, ma devono stare insieme.”

“E che vuol dire?”

“Allora. Devo capire bene come dirlo perché è più facile farlo che spiegarlo. Intanto, zero rimpianti. Semplicemente smettere di pensare al passato e riflettere su tutto quello che avresti potuto o dovuto fare, alle occasioni perse, a quelle che avresti fatto meglio a perdere. È successo? Sì. Puoi farci qualcosa? No, ormai è passato. Bene, vai avanti, impara, e vedi di fare meglio che puoi con quello che hai. Più facile a dirsi che a farsi, lo so. Ma bisogna insistere ed eliminare i fottuti pensieri che ti perseguitano e ti ammazzano. E poi zero aspettative. Anche questo non è mica facile da applicare davvero. Devi smettere di aspettarti che accada qualcosa nel tuo futuro. Se ti aspetti che per il tuo compleanno ti regalino Capitan America e poi invece ti arriva un peluche, magari ci rimani male. Ma se non ti aspetti niente, anche solo il fatto di ricevere un pupazzo è qualcosa che ti rende felice. Se ti aspetti di fare tre mesi di palestra e perdere dieci chili e poi non succede, sei infelice. Ma se già ti rendi conto che il fatto di poter camminare sulle tue gambe e poter andare in palestra è una gran cosa, sei più felice della tua vita. Di base: non pensare al passato, che tanto non lo puoi cambiare, o al futuro, perché tanto non lo puoi prevedere. Al massimo è adesso che lavori per influenzare quello che accadrà ed è adesso che devi vivere. ”

“Ma scusa, quello del passato l’ho capito, ma questo delle aspettative non lo capisco. Se in pratica devi essere contento sempre di quello che hai, poi nemmeno ti impegni a migliorare, a fare qualcosa di meglio per te stesso o gli altri!”

“C’è il rischio, se non capisci qual è il punto fondamentale. Il punto infatti è questo: per esempio, se io voglio dimagrire, smetto di mangiare schifezze e inizio a fare più movimento, giusto?”

“E allora?”

“E allora tu devi farlo a prescindere. Non devi farlo aspettandoti di diventare Ryan Gosling o Scarlett Johansson in due settimane. Lo fai, continui a farlo e a farlo e ti impegni, e non pensi e non ti fai aspettative e alla fine le cose andranno bene. Magari non in un mese, non in un anno, ma alla fine tutta quella fatica ti farà bene. Hai un obiettivo? Ci lavori su e continui a lavorarci su, senza aspettarti risultati meravigliosi subito, senza aspettarti niente. Lavori e lavori e alla fine qualcosa di positivo ne viene fuori anche se non vuoi. Non è il discorso di non avere obiettivi, o di accontentarsi sempre e comunque. Ma di capire che non è che per essere felice deve accadere una certa cosa. Puoi essere felice lo stesso, anche se hai ancora quei tre chili in più, anche se sei ancora disoccupato, anche se non hai ancora raggiunto l’obiettivo che ti sei prefisso. Se tu stai registrando un album con il tuo gruppo tu devi impegnarti per renderlo il più bello possibile, ma senza aspettarti che poi diventi il successo dell’anno o che ti renda famoso e ricco e il top del mondo. Se succede, meglio, ma altrimenti tu devi essere felice semplice fatto di poter fare musica. Devi amare il processo, il lavoro che stai facendo, non il risultato che speri di ottenere. Altrimenti registri il tuo album e invece di essere felice di aver creato un’opera d’arte e di poter suonare in giro, ti senti una merda perché non siete diventati i nuovi Metallica. Capito? Questo poi porta ad un altro Comandamento da rispettare, che forse ti fa capire ancora di più cosa intendo. Anche questo l’ho letto da qualche parte in Internet. Si chiama No Zero Days.”

Si ferma e beve un sorso di birra.

“Dai, dimmi cos’è, non fare sempre queste pause di suspense inutili.”

Lui se la ride sotto i baffi e poi mi spiega.

“Significa appunto darti un obiettivo, che sia dimagrire, che sia imparare una lingua, scrivere un libro, disegnare un quadro, acquisire nuovi clienti. E lavorarci sopra ogni giorno. Nessuna pausa. Nessun week end. Nessuna scusa. Ogni giorno, almeno un poco, almeno dieci minuti, almeno due minuti, ci devi lavorare su, ti ci devi impegnare.”

“Mi sembra un po’ esagerato, no? Da fissati, quasi.”

“Forse. Ma chi ha ottenuto qualcosa nella vita ha dovuto fissarsi su qualcosa e impegnarcisi su come se rischiasse di trovarsi con il culo in fiamme se non lo avesse fatto. Se vuoi imparare a suonare la chitarra ti serve esercizio continuo, tutti i giorni, non una volta sì e una no e l’altra forse. Se vuoi smettere di fumare, questo richiede uno sforzo di volontà costante. Se vuoi dimagrire lo stesso. Questa è l’idea.”

“Se lo dici tu.”

“Certo, e tu dovresti fare lo stesso, cazzo. Parli sempre che vuoi fare questo e che vuoi fare quello e che vuoi scrivere le storie più fighe del mondo e poi ti perdi via sempre come uno stronzo. Dovresti stampartelo in faccia anche tu, il motto No Zero Days!”

Gius ha pestato su un tasto dolente e io nascondo la mia irritazione e il mio senso di colpa bevendo un altro sorso dal bicchiere di birra e facendo poi segno al barista di portarcene un altro paio.

“Non è mica facile, sai, trovare il tempo di fare tutte le cose che devo fare io. E poi non ho intenzione di diventare come quei superproduttivi rincoglioniti che lavorano venti ore al giorno e non hanno tempo nemmeno per vivere. Io voglio anche rilassarmi, voglio godermi la vita.”

“Qua non si parla di superproduttivi rincoglioniti. Si parla di una passione e di dedicarci il tempo che merita. Se è quello che ti piace fare, se è quello per cui sei nato, cazzo, devi farlo e basta. Niente scuse. Pensa a quelli che vogliono dedicarsi a fare musica, e che devono trovare gente che suoni con loro e andarci d’accordo, che devono registrare quello che fanno, che devono trovare locali dove suonare. Pensa a quelli che vogliono fare film, e a tutti i soldi che ci devono investire per attrezzature e altro. E pensa a te, che hai bisogno solo di te stesso per creare quello che vuoi. Volendo potresti scrivere su un quaderno e già così sarebbe abbastanza. Per raggiungere il mondo ti basta un PC e una connessione internet. Ti rendi conto di quanto fortunato sei?”

“Sì, lo so, ma…”

Non riesco ad andare più avanti di così. Non ci sono scuse che tengano.

Lui mi guarda, con simpatia stavolta, la foga del suo discorso lasciata alle spalle.

“Se fossi Mosè, il prossimo sarebbe il mio Comandamento più importante. Che poi io sono il Mosè di me stesso, perché queste regole sono per me, di base.”

“Dai, cos’è: ama il prossimo tuo come te stesso?”

“Non sono mica un predicatore, io. Cose come essere un gentiluomo con le donne e con gli amici, le considero la base di tutto. Non mi serve scrivermi di ricordarmele.”

In quanto amico suo, so bene cosa intenda quando parla di essere un gentiluomo. Lo è.

“E quindi qual è il tuo ultimo Comandamento?”

“Mai lamentarti. Se dovevi andare al mare e piove, non lamentarti. Approfitta della giornata per dormire un po’ di più e andare al cinema. Se dovevi prendere un aumento, ma quello non arriva, non lamentarti. Goditi i soldi che hai e spendine di meno, invece. Se ti spacchi una gamba e sei costretto a rimanere a letto, non lamentarti. Prendi il tempo che hai e fanne qualcosa di utile. E così via. Lamentarti, di cose o di persone, non serve a un cazzo. Ti migliora la vita? No. Aiuta a cambiare la situazione? No. E allora usa le energie che hai per cambiarla o, se non puoi, per fare il meglio che puoi con quello che hai e tieni chiusa quella bocca, che mi rompi le balle e basta.”

“Stai dicendo a me?” chiedo io, sorridendo.

“Sto dicendo a me stesso. E a quelli che si lamentano per il cazzo. Prendi la vita nelle tue mani e non fare la fighetta. Lo diceva già Shakespeare centinaia di anni fa: il destino mescola le carte e noi le giochiamo. Per cui se ti arriva un asso vedi di approfittarne, se te ne arriva una brutta, prendila e fanne il miglior uso che puoi.”

“Fai il saggio oggi, eh? Comunque finiti i Comandamenti, sicuro? Non siamo mica a dieci.”

“Per adesso. E poi chi ha detto che devono essere dieci? Eccotene qua un altro inventato al momento, allora: conformati solo a quello che rende felice te, a quello che è il successo per te, non a quello che pensano gli altri o pensa la società. Non è che perché tutti dicono che i Comandamenti devono essere dieci, io ne faccio dieci. A me questi nove bastano. Non è che perché tutti dicono che la felicità è avere un lavoro stabile e duemila euro al mese e la casa la famiglia la gita domenicale la batteria di pentole, per te debba essere lo stesso. Se lo è davvero, allora bene, cazzo, lavora per raggiungere quest’obiettivo. Ma se non lo è, non adattarti, e va in cerca di quello che va bene per te, non per gli altri. Sei tu che devi vivere con te stesso il resto della tua vita ed esserne soddisfatto, non gli altri. Soprattutto, sei tu che devi stare bene con le tue scelte, per cui scegli bene. Contento? Un altro Comandamento del cazzo. Intanto mi devo dare da fare con questi, che non è mica facile rispettarli. Poi magari cambieranno nel tempo, non è detto, eh.”

“Quindi magari tra un po’ ti trovo con una ragazza del ‘92 a guardarti la ventesima stagione di una serie?”

 “Mai dire mai. È questo uno dei segreti della vita: mai dire mai.”

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *