Topolino – In the Dark III

Andare a Paperopoli non sarebbe stato facile. Topolino sapeva bene a cosa andava incontro: se qualcuno lo stava tenendo d’occhio si sarebbe subito accorto delle sue intenzioni e allora sarebbe stato un problema uscire dalla città. Decise che la soluzione migliore sarebbe stata tornare a casa per la notte e poi l’indomani mattina ripensarci a mente riposata. E sobria.

Quando il giorno seguente si svegliò, per la prima volta da molto tempo si alzò senza provare nausea e senza nessun dolore alla testa. Topolino accolse la novità con un sorriso. Era un bel pezzo che quelle sensazioni lo aspettavano ad ogni risveglio, ed era un bel pezzo che le scacciava tirando fuori una birra dal frigo e attaccandosi alla bottiglia, cominciando così un nuovo ciclo di bevute.
Questa volta fece una vera e propria colazione, tirando fuori una scatola di cereali nascosta in mezzo al casino della sua dispensa e imburrandosi un po’ di pane tostato. Aveva bisogno di energie per rimettersi in pista, oltre che di un piano.
Si sedette alla sua scrivania, quella a cui aveva lavorato su migliaia di casi, e sperò di riuscire a ritrovare un po’ del suo acume per capire cosa fare. Estrasse un blocco e scrisse.
1 – Faccio la valigia, prendo la macchina e parto. Punto. Se mi seguono li semino, se tentano di ammazzarmi, li ammazzo.
Molto da duri, ma forse un po’ difficile da realizzare.
2 – Faccio la valigia, prendo la macchina e vado al bar, come al solito. Bevo qualcosa, poi esco dal retro e vado all’aeroporto, dove prendo il primo volo per Paperopoli.
Fattibile. Sarebbe stato difficile evitare di essere scoperto, ma se entro la fine della giornata fosse stato in grado di partire, forse sarebbe riuscito a non farsi uccidere. Non quel giorno, almeno.
Finito di scrivere il secondo punto si rese conto di non riuscire a pensare ad altre possibilità. Cercò in internet che volo avrebbe potuto prendere e scoprì che uno era in partenza verso le dieci di quella sera. Perfetto. Non lo prenotò, in caso stessero tenendo sotto controllo anche le compagnie aeree, ma si assicurò che ci fosse posto. Poi preparò la valigia e tirò fuori un po’ di contanti dal suo nascondiglio segreto, il cassetto dei calzini. Si fermò per riflettere, poi rimise a posto valigia e vestiti. Le sue intenzioni sarebbero state troppo evidenti se fosse uscito di casa con un trolley. Scelse invece di tirare fuori tutti i soldi che aveva nascosto e di arrangiarsi con quelli. Prese la giacca, il portafoglio e il revolver e uscì nel sole accecante di quella che prometteva di essere una giornata molto interessante.

Decise di recarsi in uno dei suoi soliti bar, dalla parte opposta rispetto all’aeroporto. Gli avrebbe reso le cose più difficili dal punto di vista logistico, ma avrebbe nascosto le sue intenzioni. Si rese conto di non aver pianificato benissimo le cose quando, seduto al suo tavolo, si accorse che avrebbe dovuto abbandonare lì la macchina, se avesse voluto davvero andare all’aeroporto senza essere individuato da nessuno. Per fortuna non era ancora mezzogiorno: avrebbe dovuto camminare e prendere mezzi pubblici per arrivare a destinazione.
Si concesse un sorso di aranciata, guardando di sottecchi il gin tonic che aveva ordinato per camuffare la sua strana richiesta di un analcolico. Era difficile averlo lì davanti e non berne nemmeno un po’, ma doveva mantenersi lucido se voleva arrivare vivo a quella sera.
Scolò la Fanta e usò il gin per annaffiare la pianta in condizioni già miserevoli che adornava quell’angolo del locale. Poi andò al banco, ordinò una vodka, pagò e disse al barman di portargliela al tavolo, che lui nel frattempo sarebbe andato al bagno.
Così fece, svuotando la vescica prima di uscire dalla finestra. Per fortuna era piccolo, anche se questo non tolse che rischiò di perdere un pezzo di orecchio, strisciandolo contro un angolo. Non si sarebbe mai perdonato se avesse perso un pezzo così importante di sé e della sua identità. Oltre al fatto che avrebbe fatto un male cane, ovviamente.
Si spazzolò i vestiti e si incamminò verso l’aeroporto, seguendo viuzze laterali e salendo e scendendo dai bus che andavano nella sua direzione. Non poteva perdere molto tempo, era troppo lontano, ma si permise di entrare e uscire da un paio di centri commerciali e di passare per alcune vie centrali, in maniera da rendere più facile lasciare indietro eventuali inseguitori.
Fu solo quando si guardò indietro durante uno di questi giri che si accorse di un paio di brutti ceffi che lo stavano fissando e sembrava proprio lo stessero seguendo. Ma come diavolo hanno fatto a starmi dietro? Sono stato attentissimo… E poi: cazzo, il cellulare!
Era davvero arrugginito. Si era dimenticato completamente di buttare via lo smartphone, e sicuramente stavano usando quello per tracciarlo. Sarebbe stato impossibile altrimenti. Controllò l’impulso di lasciarselo cadere dalla tasca e invece fece finta di niente. Doveva trovare il sistema per liberarsene, ma senza farsi accorgere.
Si diresse verso il punto più centrale della via e si fermò al semaforo pedonale come se dovesse attraversare. Non guardò dietro di sé, ma sentiva lo stesso sulla nuca gli sguardi dei due ceffi che lo seguivano. Facendo finta di niente estrasse il cellulare di tasca e lo tenne in mano. Quando il semaforo diventò verde si mosse in avanti e mentre camminava si avvicinò ad un altro uomo e gli infilò il telefono nella tasca della giacca. Lui non si accorse di niente e nessun altro lo vide. Topolino si buttò allora in mezzo alla folla e fece perdere le sue tracce. La sua altezza era un aiuto, da questo punto di vista, e quando riemerse per un attimo, affacciandosi dalla finestra al primo piano di un negozio di cappelli, riuscì a vedere chiaramente i due uomini che stavano seguendo il tipo con il suo cellulare in tasca. Si concesse un sorriso, poi rientrò nel negozio e uscì da una porta laterale, giusto per non sbagliare. Continuò a dirigersi verso l’aeroporto, sempre cambiando strada e adottando tattiche di depistaggio, ma ormai più tranquillo riguardo alla riuscita del suo piano. Ce l’avrebbe fatta, e quando fosse stato a Paperopoli sarebbe stato lui il cacciatore e Macchia Nera la sua preda.

Arrivò infine al terminal 3, da dove sarebbe partito il suo aereo. Mancavano però ancora quattro ore al decollo, e inoltre aveva anche il problema del revolver dal risolvere: come avrebbe fatto a portarlo con sé? Non aveva valigie da imbarcare e in cui nascondere la pistola, sperando non fossero controllate. Non aveva nemmeno amici tra le guardie aeroportuali che lo potessero aiutare. Avrebbe dovuto abbandonarlo?
Il destino decise di aiutarlo a risolvere il suo dubbio.
Andò a prendersi un caffè e un panino in un bar, poi andò a comprarsi il biglietto per Paperopoli. Pagò sempre in contanti, riducendo pericolosamente le sue scorte, ma almeno restando al sicuro da eventuali controlli sulla sua carta di credito. Poi si diresse alla sala d’aspetto più deserta che riuscì ad individuare e lì rimase per più di un paio d’ore, annoiandosi a morte, ma almeno rimanendo al sicuro. Ne uscì una volta sola per andare al bagno, e fu lì che incontrò il suo destino.
Entrò nel gabinetto centrale, chiuse la porta alle sue spalle e fece quello che doveva fare. Uscì e andò ai lavandini per lavarsi le mani. Lì c’era già un altro uomo. Topolino non lo conosceva, ma quando l’altro lo vide avvicinarsi dallo specchio, ebbe un moto di sorpresa, subito celato. Topolino però lo aveva visto e sapeva già cosa sarebbe accaduto dopo.
Fece finta di niente e si lavò le mani. Era stato riconosciuto, e probabilmente da qualcuno che non sarebbe stato molto amichevole nei suoi confronti. Era completamente all’erta, e quando vide l’uomo allungare una mano verso la tasca della giacca, mentre sembrava stare per uscire, era già in movimento. Il tipo era alto, molto più alto di Topolino, ma questo non fu un problema. Si appoggiò al lavandino e saltò, calando un pugno dall’alto sulla nuca indifesa dell’uomo. Questi non si fece però sorprendere: si stava già muovendo anche lui, così che il colpo lo prese sul lato del collo, facendo male, ma non stordendo la vittima come avrebbe dovuto. La mano che si stava infilando nella giacca ne uscì, stringendo un’automatica. Topolino non gli permise di sparare, però, colpendo l’arma con un calcio che la fece finire al di là della porta di uno dei gabinetti. L’altro tentò di prendergli la gamba, ma non fu abbastanza veloce. Topolino era un fulmine. Aveva appena ritirato il piede che stava già saltando di nuovo, colpendo l’uomo in faccia con un gancio dalla forza esplosiva. L’addestramento che aveva ricevuto molti e molti anni prima aveva preso il sopravvento sulla sua mente cosciente e il suo corpo sapeva esattamente cosa fare. L’unico pensiero che attraversava la sua testa in quel momento era non mi fermerai ora, non mi fermerai ora. Non gli lasciò il tempo di reagire ma lo colpì ancora e ancora, mirando al plesso solare e alla trachea. Nemmeno trenta secondi dopo l’inizio del combattimento, l’uomo era per terra, incosciente. Non era ancora entrato nessuno nei gabinetti, fino a quel momento, ma la sua fortuna non sarebbe durata per sempre, per cui doveva sbrigarsi. Spostò l’uomo all’interno di uno dei bagni e lo sedette sulla tazza. Raccolse la sua pistola e gliela mise in tasca, poi nell’altra gli mise il suo revolver. Non fu una scelta facile, quell’arma era stata una parte di lui per molto tempo, ma era qualcosa che doveva essere fatto. Portarsela dietro era un rischio troppo grande, e l’occasione che gli era appena capitata doveva essere sfruttata.
Si allontanò in fretta dalle toilette, stando attento ad eventuali telecamere di sorveglianza, dopodiché fece una chiamata da uno dei telefoni pubblici nell’atrio. Poco dopo di là passarono due poliziotti aeroportuali e dopo qualche minuto ancora li vide ripassare, facendo camminare a forza tra di loro l’uomo del gabinetto, ammanettato. Questi aveva la faccia di uno che si fosse appena svegliato dopo la sbronza più colossale della sua vita, con i postumi peggiori mai sperimentati. Le sue prossime ore non sarebbero state molto più facili, dovendo spiegare che ci faceva svenuto in un bagno con due armi da fuoco in tasca. Ci sarebbe voluto tempo prima che si venisse a scoprire che una delle due apparteneva a Topolino, e per allora lui sarebbe stato a Paperopoli. Quello che sarebbe successo dopo non lo preoccupava: il suo unico pensiero era Macchia Nera, e dopo di quello niente aveva abbastanza importanza da preoccuparlo.
Libero dall’unico bagaglio pericoloso che avrebbe potuto fermarlo si diresse finalmente verso l’aereo che lo avrebbe portato a destinazione. Continuò a fare attenzione a chi aveva attorno, ma i colpi di sfortuna sembravano essersi esauriti: la gente che popolava l’aeroporto lo ignorava completamente, persa nei propri impegni e urgenze. Meglio per lui. Si mise in coda al gate e si preparò mentalmente al lungo viaggio e a quello che lo aspettava dopo.

Non sapeva precisamente come avrebbe potuto muoversi, una volta lì, ma forse sarebbe riuscito a scovare qualche contatto. O qualche vecchio amico.

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