Topolino – In the Dark V

Timothy gli aveva detto che forse Paperinik avrebbe potuto aiutarlo, ma non aveva saputo dirgli come mettersi in contatto con lui. Come fai a chiedere di parlare con un supereroe? Punti al cielo un segnale luminoso? Ti metti ad urlare in mezzo alla strada in piena notte? Fingi di commettere un crimine per attirare la sua attenzione? Topolino non aveva la minima idea di come fare per contattarlo e, dopo aver salutato il suo amico, si ritrovò quasi allo stesso punto di prima. Quasi, perché dalle nebbie alcoliche del periodo appena passato si iniziò a profilare un ricordo, o almeno qualcosa che però poteva essere anche solo immaginazione. Passare la maggior parte del tuo tempo ubriaco ti fa perdere la concezione di quello che può essere reale o meno: dopotutto è anche questo il suo fascino letale. Quello che però gli sembrava di ricordare era di aver sentito che Paperino era un grande amico di Paperinik. Forse era quella la sua via verso Macchia Nera. Dopotutto lui e Paperino si conoscevano quasi dalla nascita, anche se poi la vita li aveva portati ad abitare in due città separate da un intero continente. Se davvero conosceva Paperinik e se avesse potuto aiutarlo, lo avrebbe fatto. Con questa nuova risoluzione in testa, Topolino si incamminò verso quella che pensava fosse la direzione giusta verso la casa del suo amico.

Due ore e due vesciche dopo, finalmente riuscì ad arrivare di fronte a quella che ricordava essere l’abitazione di Paperino. Si aspettava di trovare il suo amico con i nipoti, magari disteso sulla sua amaca. I suoi problemi a trovare un lavoro fisso non erano una novità, ma questo non l’aveva mai fermato dal godersi un meritato riposo in giardino. L’amaca però penzolava desolata e sola tra i due alberi che la sostenevano. Anche il giardino sembrava più triste del solito. L’erba era ingiallita e secca, e in un angolo c’era addirittura un lavandino appoggiato al muro della casa. Non vedeva nessuno dei ragazzi giocare all’aperto, come si sarebbe aspettato vista la giornata di sole, e non si vedeva nemmeno la macchina fuori dal garage. Forse aveva sbagliato indirizzo, ma era abbastanza sicuro che non fosse così. Suonò il campanello e attese. Dopo un paio di minuti senza ricevere risposta lo suonò di nuovo. Questa volta la porta si spalancò verso l’interno, facendogli venire un colpo. Ed eccolo lì il suo antico amico, giusto al limite tra il sole che penetrava attraverso la porta e l’oscurità che sembrava abitare la sua casa. Per un momento Topolino credette di vedere qualcosa nel viso di Paperino, qualcosa che non aveva mai visto prima, ma poi quest’ultimo si illuminò di un sorriso e tutto andò al suo posto.
– Topolino! Ma che ci fai qua? Che piacere vederti! Quanto tempo dall’ultima volta! –
Quasi le stesse parole di Pippo un paio di notti prima. Aveva trascurato tutti i suoi amici, a quanto pareva.
– Ciao Paperino! E’ un piacere anche per me vederti. Sono qua in missione, diciamo, ma ne ho approfittato per venire a trovare un vecchio amico. –
– Entra, entra. Non guardare la confusione, sono solo in questo periodo e non ho avuto molto tempo di riordinare. Sai, tra un riposino e un lavoro con lo zione… –
Paperino ammiccò e sorrise mentre gli diceva questo, ma Topolino non aveva ancora perso le sue rinate capacità di osservazione e sentì qualcosa di falso in questa scusa. Preferì però lasciare perdere: dopotutto non erano affari suoi se il suo amico pennuto non aveva voglia di fare le pulizie. Ed in effetti la casa era trascurata e sembrava ancora più abbandonata del giardino: tutte le persiane erano chiuse e l’oscurità regnava ovunque, mentre l’aria era stantia e dappertutto spuntavano lattine e cartoni di pizze d’asporto. Paperino accese qualche luce e fece un po’ di spazio in salotto, in modo da potersi sedere, ma Topolino iniziò a preoccuparsi nel vedere come la sua casa fosse simile a quella in cui abitava lui. Qui c’è qualcosa che non va, si ritrovò a pensare.
– Come stai, Paperino? E dove sono i tuoi nipoti? Stanno bene? –
– Ah, io bene, bene, grazie. Qui, Quo e Qua sono da Nonna Papera in questo periodo. Sai, ci sono le ferie scolastiche e ho deciso di mandarli fuori città a prendere un po’ d’aria fresca. Ma tu come stai? Che fai di bello qui a Paperopoli? –
– Anch’io bene, grazie. Sono qui in cerca di una persona che potrebbe essere coinvolta in un caso di cui mi sto occupando. –
– Mi sembrava strano fossi qua solo per venire a trovare me… –
Paperino rise, ma Topolino continuava a sentire una nota falsa in tutto quello che diceva. Non riusciva a capire da dove gli derivasse quella sensazione, ma non spariva, anzi diventava più forte. Accantonò il pensiero e tentò di lasciarsi andare. Continuarono a parlare, si raccontarono aneddoti passati, risero ancora e dopo un po’ sembrarono finire gli argomenti. A questo punto Topolino si fece coraggio e decise di fare la sua domanda a Paperino. Quando questa uscì dalla sua bocca era però un’altra cosa.
– Amico, sei sicuro di stare bene? Non posso non vedere com’è presa casa tua. Ci sono problemi? E i nipoti stanno bene davvero? –
Paperino rimase zitto a guardarlo per un paio di secondi, prima di sorridere di nuovo.
– Ma certo che va tutto bene. Mi sono un po’ lasciato andare perché appunto sono da solo e sono un po’ pigro, come sai. Ma tutto è a posto, non ti preoccupare. Anzi, tra un po’ dovrei anche andare, perché lo zione ha bisogno di me per lucidare monete, oggi. Avevi qualcos’altro da dirmi per caso? –
Topolino non smise di sentire puzza di bruciato, ma decise di rinunciare e procedere invece con il motivo principale per cui era andato lì.
– In verità sì. Come ti dicevo sono qui per ritrovare una persona che dovrebbe essere qui, ma che nessuno sa dove sia. Ci sono indizi che mi fanno essere abbastanza sicuro che debba essere in città, però questo non basta. Ho bisogno dell’aiuto di Paperinik per riuscirci. –
– E perché sei venuto da me e non dalla polizia? Loro avranno sicuramente più possibilità di aiutarti. Chi stai cercando? –
– Sto cercando Macchia Nera. E la polizia non può aiutarmi, perché la mia missione è abbastanza…informale, diciamo. Devo parlare con Paperinik, perché credo che solo lui possa aiutarmi. –
– Capisco, ma perché vieni da me, allora? –
Ah, allora ce la vogliamo giocare così?
– Paperino, guarda che lo so che sei un grande amico di Paperinik. Ho solo bisogno che mi ci metta in contatto, poi ne parlerò direttamente con lui e ti lascerò in pace. –
– Ma cosa ti fa pensare che io lo conosca? –
– Guarda che è risaputo. Se lo so io che vivo a Topolinia… –
Il suo amico rimase zitto per un po’, poi parlò di nuovo.
– Prima dimmi perché sei alla ricerca di Macchia Nera e cosa ti fa pensare che sia qui. –
– Non so se ti interessa davvero. Ne parlerei direttamente con Paperinik, se non ti dispiace. – Topolino stava cercando di essere gentile, ma non vedeva motivo di parlare di quella faccenda con lui. Per quanto fossero stati sempre amici, non era di sicuro qualcuno con cui avrebbe potuto condividere gli avvenimenti e i pensieri che lo avevano colpito ultimamente.
Paperino però si era fatto serio, e non sembrava voler fare marcia indietro.
– No, Topolino, se vuoi parlare con lui, prima devi parlare con me, e solo allora vedremo se posso aiutarti o meno. –
Ci fu silenzio nella stanza per qualche secondo, poi Topolino si decise.
– E sia. –
Fu difficile e allo stesso tempo fu liberatorio, ma gli raccontò tutto, da quando l’anno scorso Minni era morta a causa di Macchia Nera, al periodo che aveva passato annegando nell’alcol i suoi pensieri e agli ultimi sviluppi, che lo avevano, almeno per il momento, tirato fuori dal baratro. Gli disse anche di come sembrava che ci fosse qualcuno a Paperopoli che dietro le quinte stesse facendo la guerra al crimine organizzato della città, e di come pensava che le due cose si incastrassero. Quando finì si rese conto che il suo amico non aveva mai detto una parola, ma che sembrava essere più attento che mai.
– Allora, mi aiuterai? Ho bisogno di parlare con Paperinik: solo lui può avere un’idea di cosa stia succedendo in questa città e di dove potrebbe essere Macchia. –
Cercò di non fare trasparire la disperazione dalla sua voce, ma non pensava di esserci riuscito.
Paperino disse:
– E tu sei disposto a fare tutto quello che c’è da fare, per andare a fondo di questa faccenda, o mi sbaglio? –
Topolino rimase perplesso da questa domanda, ma rispose:
– Certo, sono qui per questo. –
Paperino si alzò dal divano e gli disse:
– Vieni allora, ho qualcosa da mostrarti. –
Lo condusse alla sua camera da letto, poi aprì l’armadio e gli disse di entrare.
– Io verrò dopo, non ci si sta in due. –
Topolino non era molto certo di voler entrare nel guardaroba, ma decise di fidarsi, anche se nemmeno lui sapeva bene perché. Forse era l’atteggiamento serio del suo amico, mai visto prima. Ad ogni modo non ebbe molto tempo di pensarci. Paperino gli sbatté le porte in faccia e d’improvviso il pavimento iniziò ad abbassarsi sotto i suoi piedi, mentre attorno a lui i vestiti rimanevano appesi in alto. Al primo momento di panico seguì subito la comprensione di trovarsi in un ascensore. Questo però non gli impedì di rimanere a bocca aperta quando, finita la discesa, le porte dell’armadio si spalancarono da sole. Davanti a lui si apriva quello che sembrava essere il rifugio di qualcuno impegnato in guerra. Diverse armi pendevano dai muri, assieme a quelli che sembravano essere travestimenti, marchingegni tecnologici e mappe, mappe su mappe. C’era Paperopoli, c’era quello che pareva essere il sistema fognario, c’erano diversi progetti di edifici, c’era tutto il continente e c’era perfino Topolinia, e tutto era pieno di frecce e note varie.
Senza rendersene conto aveva iniziato ad attraversare il rifugio, notando tavoli ingombri di computer e poi armi e ancora armi, alcune dalla forma improbabile, altre semplicemente assurde. Dietro di lui, inascoltato, l’ascensore stava ritornando al piano superiore.
Il rifugio sembrava essere stato ingrandito ultimamente, e diversi mezzi a due e quattro ruote erano sistemati in fondo, coperti da teli grigi. Uno di essi però non era nascosto e Topolino ebbe un colpo al cuore al riconoscere la 313, la macchina di Paperino. Era lei, ma non era lei. Se la 313 era un riflesso del suo proprietario, blu e rossa, vivace, simpatica, questa era il riflesso di qualcos’altro. Questa era nera, ed era cattiva. Ed era subito chiaro di cosa era il riflesso: poco più in là c’era qualcos’altro che chiariva molte cose.
Nero anch’esso, sfumato di rosso sangue e dall’aspetto consumato e logoro, stava appeso al muro il costume di Paperinik.
– Allora che ne dici? Ti piace? –
Topolino quasi se la fece sotto. Paperino gli era arrivato a fianco senza che lui avesse sentito nemmeno un sospiro. Riprese il controllo subito, e riuscì a parlare quasi con la sua voce normale.
– Cosa vuoi che ti dica. O Paperinik vive nello scantinato di casa tua, oppure c’è qualcosa che hai tenuto nascosto a tutti, su chi sei davvero. –
– Diciamo che Paperinik vive davvero in questo scantinato. Fuori da qui, alla luce del sole, ci sono solo io. Ma quando serve, è da questo luogo che lui esce nel mondo per compiere la sua opera. E ultimamente quest’opera è divenuta sempre più impegnativa. –
Topolino lo osservò meglio. Della spensieratezza del suo amico non era più rimasta traccia. Il viso era tirato, serio, eppure gli occhi gli brillavano, mentre guardava il suo nascondiglio e il suo costume. La sua altra parte di sé, che nessuno avrebbe mai sospettato avesse.
– Quindi davvero tu sei Paperinik. Davvero tu ogni notte esci a fare il vendicatore mascherato. –
– A volte lo sono, sì. Negli ultimi tempi lo sono sempre. Non se ne va più, nemmeno quando tolgo la maschera. L’oscurità sembra regnare sempre, ormai, anche quando il sole è alto nel cielo. E Paperinik non se ne può più andare, non può più riposarsi. E’ per questo che i miei nipoti sono da Nonna Papera. E’ più sicuro per loro, lì. Sono al riparo da questo buio che pervade ogni cosa, anche se non so per quanto. E io non avevo più tempo per loro: sono troppo impegnato nel tentare di scoprire cosa si nasconde dietro tutto questo. E sono solo. Io non ho Basettoni che mi aiuti, non ho Manetta. Ho Archimede, che mi dà i mezzi per essere più potente di quello che sono, ma per il resto questa battaglia è solo mia. –
Le spalle erano piegate, la voce roca, ma non durò molto. La schiena si raddrizzò, la voce si indurì.

Photo by Mika Meskanen

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– Ma deve ancora nascere qualcuno in grado di abbattermi. Deve ancora nascere qualcuno in grado di farmi arrendere. E non mi fermerò finché non avrò fatto tornare Paperopoli un posto felice. –
Così simile…
– Quindi sai qualcosa che possa aiutarmi? –
– Forse. Ma te lo devo chiedere di nuovo: sei disposto a fare quello che c’è da fare, per andare a fondo di questa faccenda? Pensaci bene. –
E Topolino ci pensò. Pensò alla sua città, pensò a Basettoni e pensò a Pippo. Soprattutto, pensò a Minni.
– Sì, voglio andare a fondo di questa storia. Farò quel che serve pur di finirla. –
Paperino sorrise, scoprendo i denti.
– Bene, allora stasera uscirai in esplorazione con me. E’ ora di andare a infastidire un po’ di gente. –

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